martedì 6 gennaio 2015

Fratello Lontano


Non conosco le parole giuste.
Ho preferito le parole che conosco al vuoto silenzio.


Si risvegliò su una spiaggia completamente deserta.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo avesse dormito: a giudicare dall'altezza del sole poteva essere il primo pomeriggio, ma non aveva orologi che lo potessero confermare. In effetti non aveva niente con sé a parte il costume e il leggero pareo sul quale si era distesa. Suppose che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a prenderla dal mare, nel frattempo avrebbe avuto a disposizione solo per sé quel ritaglio di paradiso.
Decise perciò di aspettare passeggiando lungo la spiaggia. Il sole di fine settembre era piacevolmente caldo e le nuvole che transitavano veloci contribuivano a creare colori sempre nuovi sull'acqua cristallina.
Una moltitudine di uccelli marini descriveva ampie spirali tra il mare aperto e l'alta scogliera alle sue spalle. Si trovava in una cala non molto ampia, lo sbocco a mare di una gola angusta scavata nei millenni da un fiumiciattolo che nasceva nelle impervie montagne dell'interno portando fin qui le sue acque gelide. L'erosione aveva creato un imbuto stretto e profondo che si allargava solo a poche decine di metri dal mare. Molto tempo prima, al risveglio da una notte passata in tenda su quella stessa spiaggia, aveva assistito alla scalata di un gruppo di caprette venute da chissà dove a procurarsi la colazione tra gli sterpi e gli arbusti che crescevano aggrappati al fianco franoso. Sperò di rivederle ora, scrutò attentamente il pendio senza successo. Sembrava terra di nessuno, al contrario del cielo, affollato e dominato da  eleganti gabbiani, più grossi, numerosi e arroganti degli altri volatili  (sterne?) che avevano intorno. Volavano maestosi e rumorosi e le sembrava quantomai inopportuno che il loro verso da violini scordati sovrastasse il sordo frangersi della risacca.
Pur camminando lentamente, avrebbe ben presto dovuto tornare indietro: la cala terminava qualche centinaio di metri davanti a lei, delimitata da una guglia rocciosa a picco sul mare; rallentò ancora il passo, per allungare di qualche minuto la passeggiata. Cercava di riempirsi delle sensazioni che provava: i mille colori del mare,  il calore del sole sulla pelle, i piedi nudi sul bagnasciuga che affondavano scricchiolando. 
Amava quel posto, le aveva sempre comunicato un senso di libertà: le piaceva l'idea di doverselo conquistare col sudore, scegliendo di arrivarci dall'interno con l'unico mezzo possibile, ossia scarpinando tra i cedevoli sentieri del costone roccioso. Le piaceva il senso di avventura che questo le aveva dato, le piaceva infinitamente la meta finale: l'acqua verde smeraldo e quella spiaggia di piccoli sassolini candidi che sembravano scoppiettare sotto i piedi. Da quando aveva una famiglia era tornata una volta, con i bambini al seguito, mischiata alle altre famigliole chiassose che prendevano la via più facile dell'approdo dal mare, tutti stipati sul barcone che scaricava piccoli drappelli di naufraghi nelle varie spiagge della zona per tornare a riprenderli poche ora più tardi.
Non era la stessa cosa, certo, ma almeno lei poteva dire di aver conquistato almeno una volta quel posto col sudore: quanti degli altri a bordo potevano dire altrettanto?

Il vagare dei suoi pensieri fu interrotto da una visione inattesa: qualcosa di vivacemente colorato emergeva dal mare quasi calmo. Stava muovendosi lentamente a qualche metro dalla riva, cullato da deboli onde: affiorava per venti o trenta centimetri, la parte visibile era lunga circa un metro e aveva l'aspetto di un sottile spicchio rosso sorgente dal mare. A tratti, beccheggiando, spuntava a breve distanza un altro oggetto, simile alla punta di un coltello, con un'escrescenza irregolare e spigolosa che si protendava subito sotto la parte più stretta. La sincronia delle oscillazioni faceva facilmente dedurre che quelli che sembravano due oggetti costituissero in realtà un tutto unico di cui la maggior parte era sotto l'acqua. La seconda porzione affiorante era di un giallo smagliante, chiazzato da circoletti rossi che andavano a crescere con la distanza dalla punta. Da quella distanza e abbagliata dai riflessi sull'acqua, non riusciva a distinguerne la sagoma sommersa ma immaginò che là sotto i circoletti si allargassero ancora fino a  coprire il giallo, fondendosi infine nel rosso uniforme della parte più vicina a riva che aveva visto per prima.
Percorso qualche ulteriore passo ebbe la conferma che si trattava di una piccola imbarcazione in legno, quasi completamente affondata.

Spinta dalla curiosità volle avvicinarsi, entrando dentro l'acqua fino a mezza gamba, così bagnando il bordo del lungo pareo che si era acconciato a mo' di vestito incrociando i lembi legati con un nodo dietro il collo.
Il contatto con l'acqua fredda, troppo fredda, le suscitò un brivido prolungato lungo la schiena e uno strano senso di disagio.
La barca, un semplice gozzo di quattro o cinque metri, posava sul fondale basso, leggermente inclinata su un fianco, puntando la tozza prua verso il largo. Era questa che beccheggiava sopra e sotto l'acqua. L'escrescenza sotto la prua era una sorta di piccola bizzarra polena, una scultura in legno lunga sì e no sessanta centimetri, non pitturata, inchiodata alla chiglia con dei lunghi chiodi sbilenchi. Pareva una sorta di anatra stilizzata intagliata in un legno scuro. 
Il relitto non sembrava essere affondato da molto tempo, perché la chiglia -nella parte normalmente affiorante ora sommersa- appariva pulita, non ancora invasa da mucillagini e organismi marini. 
Da dov'era, l'inclinazione sul fianco le nascondeva l'interno per cui, piuttosto che aggirarla come forse sarebbe stato più naturale, si protese in avanti per avere una visuale più soddisfacente. Un'asse del fondo era vistosamente danneggiato e incrinato,  ma a parte questo pareva integra e completamente vuota, niente che rivelasse quali avventure avesse vissuto prima di approdare lì.
No, si sbagliava. 
C'era qualcosa, oscillava pigramente sul fondo, seminascosto sotto il fasciame di prua.
Dapprima pensò si trattasse di una bizzarra foglia di qualche pianta marina, o addirittura - il gioco di ombre e riflessi sull'acqua tradiva facilmente le percezioni - di una piccola medusa. 
Per questo si sorprese non poco quando vide la sua mano allungarsi per raccogliere quell'oggetto, immergendo il braccio fino al gomito, scacciando la repulsione che glielo faceva immaginare viscido e forse pericoloso. 
Si rivelò essere un foglio di carta appallottolato.
La consistenza della carta le diede la certezza che non si trovasse lì da molto tempo: nonostante fosse intriso d'acqua di mare, manteneva una certa compattezza che le permise di dispiegarlo senza difficoltà.
La pagina era percorsa da pentagrammi e note, era uno spartito.
Vagamente delusa si chiese quale fosse la musica che rappresentavano. Rigirò il foglio ma non trovò alcuna intestazione, solo altre note. 

Richiamando le sue lontane conoscenze scolastiche, cominciò a leggere faticosamente nota per nota, provando a cantarsi la melodia. Si rese conto ben presto che - almeno per lei - era un'impresa impossibile.
Si avvicinò un istante a riva per posare il foglio su una bassa roccia piatta dove lasciò scivolare anche il pareo che si era sfilato per essere più libera di muoversi. Il foglio doveva far parte di uno spartito più lungo, se avesse cercato meglio probabilmente ne avrebbe recuperato qualche altro. Tornò quindi al relitto impegnandosi in ricerche approfondite, sentendosi allegramente infantile in quel suo estemporaneo fervore per una bizzarra caccia al tesoro.
Infine lo trovò nel posto più vicino a lei: nella parte ancora emersa, aderente alla fiancata interna della barca, Vicina alle sue gambe e per questo parzialmente nascosta alla sua vista, ancora meno visibile per il fatto che la barca al suo interno non era pitturata ma risultava del colore naturale del legno.
Il foglio era stato asciugato e incollato alla chiglia dal sole, da vicino si intravedevano a stento i pentagrammi sbiaditi. Nessuna scritta era visibile, oltre questi, ma visto che aveva una facciata nascosta, perché non controllare anche quella? Provò perciò a staccarlo con delicatezza ma ottenne soltanto di strapparne qualche brandello degli angoli, mentre il resto della superficie rimaneva saldamente aderente al legno. Domandandosi se fosse la decisione giusta, lo bagnò con l'acqua di mare e attese il poco tempo che la sua impazienza le concesse prima di riprovare a tirarlo via.
Questa volta sembrò venir via con facilità, ma la cedevolezza della carta non le consentì subito di accorgersi che lo stava strappando: la maggior parte del foglio rimase attaccato al legno e lei si ritrovò tra le dita un rettangolino di carta largo cinque o sei centimetri. 
Nonostante il disappunto, volle per prima cosa vedere se ci fosse qualcosa di leggibile nel frammento che aveva appena scoperto; il foglio era molto più rovinato dell'altro, ma si leggeva distintamente, il contatto con il legno aveva in parte protetto l'inchiostro dagli elementi. 
Era stata fortunata, era evidentemente il titolo del brano. 
Diceva: 

No poto reposare

Le tre parole parvero esplodere nella sua testa e una tempesta di emozioni e ricordi legati a quella canzone la travolse, quasi percuotendola fisicamente: un'improvvisa vertigine la fece barcollare all'indietro,  sovrastata dalla rievocazione di di quei terribili giorni di qualche mese prima, quando lui se ne era andato sulle note di quella canzone; il dolore si rinnovò per l'ennesima volta, intenso come il primo giorno. Con il foglio ancora in mano artigliò la chiglia per evitare di cadere. Ciò non le impedì di ritrovarsi quasi seduta sull'acqua e bagnata fino alla cintola. Si risollevò, scossa e tremante per lo shock, indietreggiò pesantemente verso riva, col cuore che ora spingeva forte sui suoi timpani  e la mano destra stretta a pugno sul brandello di foglio.
Inciampò ancora all'indietro, ritrovandosi completamente bagnata. Si spinse coi piedi, strisciando da seduta sul lieve declivio in salita della spiaggia, aiutandosi anche con la mano libera; si ritrovò infine all'asciutto, seguitando a fissare il relitto ad occhi sbarrati. Quel titolo, quella canzone... poteva essere una coincidenza?
No, lo sai, non lo è.
Aprì la destra, dispiegò in frammento e lesse nuovamente; il contenuto non era cambiato.
Ma il senso di sconcerto che provava non era limitato alla insostenibile coincidenza di quei frammenti di spartito... stava realizzando solo ora la stranezza di tutta la situazione: non ricordava nulla di come era iniziata la sua giornata. Come era arrivata fin lì, dov'era la sua famiglia? Perché era sola? Come poteva essere venuta in un luogo così isolato senza portare con sé assolutamente niente oltre a quello che aveva indosso? Chi doveva venire a prenderla? Che giorno era? Si sentiva confusa e si rese conto di non avere una risposta a nessuna di queste domande.
Sì, invece. Ce l'hai.
Davanti ai suoi occhi svolazzò un variopinto telo da mare che qualcuno le stava porgendo. Lo sconosciuto lo teneva per i bordi con entrambe le mani, aperto, per cui risultava completamente coperto dall'angolo di visuale in cui lei si trovava.
Tirò un sospiro, era l'ultimo tassello che andava al proprio posto: sapeva perfettamente di chi erano quelle mani, come ormai sapeva di essere dentro un sogno.

                                                                  

Pregò di avere la forza di rifiutare quell'illusione, pregò di svegliarsi per sfuggire a un incubo che le avrebbe portato solo altro dolore. 
Solo che lui era lì, reale quanto tutto il resto dell'Universo, in quel momento.
Si arrese, persuadendosi che non desiderava niente di diverso e questa decisione parve sciogliere in parte la tensione che ancora la faceva tremare.
Si alzò in piedi lentamente, lottando contro persistenti vertigini. Era più bassa di lui, e il telo era tenuto molto alto, di modo che il suo volto continuò ad esserle nascosto.
Per fortuna.
Gli si avvicinò, chiuse gli occhi e posò il palmo delle mani e la testa sul suo petto. Il telo si frapponeva tra loro e attraverso quella sottile barriera lei percepiva il suo calore e il suo lento respiro.
Lui le chiuse intorno il telo e la strinse e quell'abbraccio fu il sogno più bello da tanto tempo.
Sentiva il suo alito tra i capelli, immaginava che la stesse guardando, ma lei aveva paura di sollevare lo sguardo, aveva paura che ciò che avrebbe visto l'avrebbe convinta che questa fosse la realtà, che lui fosse ancora vivo, lì con lei in una giornata di fine estate, che non fosse morto pochi mesi prima in un modo così crudele.
Così una canzone sarebbe tornata ad essere una semplice, struggente, canzone; da ascoltare, da cantare magari con il suo accompagnamento.
Era stato un lungo incubo da cui si era risvegliata su quella spiaggia.
- Mi sei mancata - Le disse con la voce che lei conosceva così bene.
Lo guardò e capì che era sicuramente lui, che questa era la realtà e al tempo stesso non aveva alcun dubbio che fosse morto e le due cose erano perfettamente compatibili, in quel luogo e in quel momento.
- Mi manchi - Gli disse continuando a fissarlo e lasciando che le lacrime andassero a riempirle gli occhi fino a deformarne l'immagine rendendola meno reale, più tollerabile. 
- Lo so! - Rise lui e lei sentì dentro il calore di quella breve risata e pensò a quanto sarebbe stato difficile rinunciarci di nuovo, una volta sveglia.
Stettero per lungo tempo a guardarsi, a piangere e ridere abbracciati.
Infine lei, vincendo il timore che le sue parole rovinassero quel momento di serenità, ma non potendo farne a meno, gli pose la domanda che l'aveva logorata in questi mesi:
- Perché? - Gli chiese. Lui aggrottò un po' le sopracciglia, ma poi prese nuovamente a sorridere, quel tipo di sorriso che non voleva nascondere la tristezza ma solo manifestare empatia. Senza accennare parola, guardò oltre lei, in direzione della barca e lei capì che voleva che seguisse il suo sguardo.
Si voltò. Nel punto in cui si trovavano la spiaggia era lievemente sopraelevata rispetto all'acqua, poteva vedere piuttosto bene il relitto. Vide che qualcosa ci galleggiava dentro. Sperò che si trattasse di un gabbiano, ma ancora prima di distinguerne la forma, capì che era molto peggio: un corpicino giaceva esanime, a faccia in giù sull'acqua. Era vestito solo di un leggero camice, aperto sul retro.  Un moto di orrore la pietrificò, riuscì a non urlare solo ripetendosi più volte che non era che un sogno.
I lembi della veste del bimbo erano macchiati di una sostanza scura, viscosa, che andò rapidamente sbiadendosi sul tessuto per colorare di rosso l'acqua dentro il relitto.
Nessuno dei due si mosse a dare soccorso al piccolo perché entrambi sapevano che sarebbe stato inutile: il bimbo era morto, ed era questo il ruolo che avrebbe avuto in questa macabra rappresentazione scaturita dal suo inconscio tormentato.
Nella realtà fuori da quel sogno il suo destino non era stato diverso; l'orrore lasciò il posto ad una profonda tristezza, pensando a un bambino che non aveva mai conosciuto se non per poche parole scritte da lui:
Un piccolo angelo... - sussurrò e senti lui fare lo stesso.
Dunque quell'immagine terribile voleva essere una risposta? O meglio, era un invito a non cercare risposte e accettare in silenzio qualunque tragedia, perché così - o peggio - va il mondo?
Non riuscì a trattenere un impeto di stizza: lui e altri avevano cercato di aiutare quel bimbo a vincere una battaglia che mai avrebbe dovuto combattere. Avevano perso. Ma l'atroce ingiustizia di una vita che finisce a pochi anni non rende più accettabile un'altra ingiustizia e un'altra vita spezzata, aveva sentito troppe volte quel discorso, illogico, consolatorio, ridicolo. Per quanto si sforzasse, non riusciva a capire come il fatto di sapere che c'era qualcuno di più sfortunato potesse alleviare il dolore che sentiva in quel momento.
Si liberò dalla stretta e  fece un passo indietro, guardandolo sprezzante. Odiandosi per il solo fatto di essere furente con una persona che amava così tanto.
Non è lui. E' solo un incubo.
- Non ho voluto io che fosse qui. Non è una risposta.  - Spiegò lui, apparentemente impegnato a scuotere il telo da cui lei si era appena divincolata. Per un attimo pensò a Dante e alla Divina Commedia e al passaggio in cui Virgilio spiega al Poeta che lassù fanno ciò che vogliono. Poi capì che il suo riferimento non era alla Volontà di alte Sfere Celesti: più prosaicamente le faceva sapere che era stata lei, in qualche modo, ad evocare quell'immagine.
- Non ho risposte. Questo è solo un giorno triste della mia vita. - Fece una debole smorfia piegando leggermente un angolo della bocca, pareva avere gli occhi lucidi.
- Un giorno in cui mi è sembrato troppo. Troppo pesante, troppo crudele. Un giorno in cui ho pianto e  dubitato di  me stesso e della nostra medicina che non è riuscita a salvarlo.
Si voltò di tre quarti mentre stendeva il telo sulla ghiaia candida, quindi si sedette raccogliendo le gambe e poggiando gli avambracci sulle ginocchia, le mani intrecciate a tormentarsi l'una l'altra. La invitò a sedersi accanto a lui. Lo fece. Si rese conto solo ora che anche lui era in costume e mostrava una bella abbronzatura.
Certo, come l'ultima volta che l'ho visto.
Prese a raccontarle di quel giorno, di quanto si fosse sentito annichilito. Aveva pianto, non molto però, gli sembrava che anche piangere fosse inadeguato per una tragedia simile. Tornato a casa, era rimasto per lungo tempo seduto su una sedia in cucina, a fissare l'orologio da muro, ripercorrendo mentalmente tutta l'operazione. Senza nessun motivo particolare, solo non riusciva a fare altro.
Non trovò risposte a parte quella di cui già era certo: non avevano commesso errori. Non doveva succedere ma era successo e lui - come anni di studio ed esperienza gli avevano insegnato - doveva andare avanti. Nondimeno sentì la necessità impellente di condividere quel peso con altri, di modo che gli si alleviasse un po' l'angoscia che lo attanagliava.
Lei ricordò il suo post secco e spaventoso come un colpo di pistola, ma in un certo senso aperto alla speranza: un piccolo angelo aveva cominciato a volare.
Come tanti altri aveva fatto proprio il suo dolore, scrivendogli in risposta parole che - lo sapeva - non potevano che apparire vuote e di circostanza, ma pensava che ciò di cui lui aveva bisogno era sentire la vicinanza sua e di tutti quelli che lo amavano e stimavano.
Improvvisamente le fu chiaro che lui non avrebbe mai cercato di spiegarle niente del suo tragico destino, non poteva o non voleva. Ciò che adesso voleva dirle era semplicemente: 'Sono qui, ti ascolto'.
Qualcosa le si ruppe dentro ed esplose in un pianto dirotto e mentre piangeva parlava, quasi urlando lamentosamente, e gli spiegava quanto avesse sofferto e quanto soffriva. Lui la abbracciò ancora e quando lei rimase senza più parole, piangente e singhiozzante, ripetè ciò che già le aveva detto:
- Lo so. - disse piano, stavolta lasciando trasparire la sua amarezza.
Il breve sfogo la lasciò completamente spossata: sentì migliaia di punture di spillo in tutto il corpo e pensò di essere sul punto di svenire. Chiuse gli occhi e si abbandonò completamente tra le sue braccia, così stanca da essere incapace di fare qualsiasi movimento.


Quando udì un debole gorgoglìo proveniente dal relitto le sembrò che questo rumore l'avesse risvegliata da un lungo sonno ristoratore. Si destò voltandosi, di nuovo padrona del suo corpo: dentro la barca era apparsa una moltitudine di oggetti; un grande pianoforte verticale spiccava su tutto. Disposto davanti aveva uno sgabello rettangolare che emergeva solo per l'altezza del cuscino; pareva pronto per chiunque volesse sedersi e suonare, non fosse stato per l'acqua e per le cose che ingombravano la seduta e tutto lo spazio intorno ad eccezione della tastiera. Sullo sgabello c'era un'alta pila di libri di vari colori e dimensioni, testi scolastici e narrativa, disposti senza un ordine preciso. A fianco una colonna anche più alta di CD e DVD. Sopra il piano erano disposte diverse cornici con fotografie e quelle che parevano anatre - o papere, non era sicura di conoscere la differenza - di ogni foggia e materiale.
Al centro era disposto un piccolo abete artificiale decorato con festoni e piccoli ninnoli colorati.
- E' vero - si disse ricordandolo  -  è Natale, là fuori.
Si avvicinarono insieme all'imbarcazione, l'acqua intorno alle gambe le sembrò molto più calda della prima volta che si era bagnata. Intorno al piano c'era di tutto, le cose che non poggiavano su altri oggetti erano immerse in tutto o in parte nell'acqua di mare; dappertutto c'erano vasi di piante. Un basso tavolino quadrato che pareva ricavato da vecchie cassette di frutta era occupato da raccoglitori di documenti  e da un vassoio con due tazzine e una teiera; un libriccino grigio, piccolo e sottile,  era posato aperto sul piano a mostrare la copertina priva di qualsiasi scritta. Ad un angolo stava un vaso di magnifici girasoli. Addossata al tavolino una vetrina aperta, stipata di soprammobili grandi e piccoli, qualche bomboniera e le onnipresenti piccole papere, di cristallo o ceramica; sopra la vetrina diversi manufatti d'artigianato etnico. E tanto altro.
Nascosta da qualche parte là in mezzo, una sveglia prese a squillare facendole scoprire che c'era qualcosa di decisamente più detestabile dell'urlìo dei gabbiani.
C'era un raffinato gusto artistico in quella composizione: il disordine era solo apparente come era evidente se ci si soffermava ad osservare; era apprezzabile il gioco di forme e colori, i collegamenti e i rimandi tra un oggetto e l'altro.
Quelle cose stavano raccontando una vita, o almeno ne stavano riassumendo efficacemente una parte importante. Aveva di fronte la sua quotidianità, ciò che lei più rimpiangeva della loro distanza: doversi immaginare la sua vita lontana senza poterne fare parte quando ne avesse avuto voglia. Andarlo a trovare a casa, pranzare insieme, informarsi su come aveva passato la giornata o cosa aveva in programma di fare; farsi raccontare la storia di quella bella lampada appena acquistata al mercatino rionale. Farlo conoscere ai suoi figli, finalmente.
Non ne avevano avuto la possibilità: avevano entrambi vite piene e felici; certamente faticose ma punteggiate di soddisfazioni e spesso gioie così grandi che era difficile poterne rendere l'idea a parole.  Ma la vita e il lavoro avevano allargato il solco della lontananza e non aveva avuto altra scelta che accettare con un pizzico di rammarico che le loro esistenze corressero parallele tranne gli sporadici casi in cui riuscivano ad incontrarsi.
Lui prese in mano una maschera di porcellana, decorata con un copricapo da giullare.
Le raccontò come l'aveva avuta e la strana vicenda che aveva dietro, una storia di malintesi che lei trovò esilarante. Terminò il racconto tra le risate incontenibili di lei. Non ebbe bisogno di chiedergli di continuare, perché posata la maschera prese una papera di stoffa, e cominciò una storia diversa e altrettanto divertente. Lei ascoltava rapita e più lo sentiva raccontare più il suo umore passava dalla tristezza al divertimento; le domande che lei gli poneva gli davano lo spunto per svariati excursus dal racconto principale, a volte allegri, a volte più seri. Quando la storia di una cosa e le divagazioni terminavano, prendeva in mano un altro oggetto e ricominciava; lei sperò che rimanesse a parlare fino a quando non le avesse raccontato la storia di tutti gli oggetti presenti, ben sapendo che non sarebbe stato così.

Erano passati molto tempo e molti aneddoti quando posò l'ultimo oggetto. In tutto questo tempo erano rimasti in piedi accanto al relitto, immersi fino alle ginocchia; stranamente non si sentiva infreddolita. Lui prese infine il piccolo libro dalla copertina grigia e anonima, ma non riprese a parlare. Invece allungò la mano libera sui tasti del piano accennando alcune note, quindi la accompagnò sulla spiaggia dove si sedettero di nuovo. Capì che stavano aspettando qualcosa. Passò qualche minuto e si udì provenire da lontano un rumore di tamburi, seguito da molte voci che cantavano. Dal limitare più lontano della spiaggia un gruppo numeroso di persone di colore percorreva la battigia avvicinandosi velocemente. Lui, rimanendo seduto, agitò un braccio in segno di saluto.
- Poi - le disse - ci sono i giorni particolarmente belli, le esperienze che ti cambiano e danno un senso all'esistenza.
In testa alla comitiva c'erano i più piccoli, almeno una ventina, maschi e femmine in egual misura. Dietro di loro molti ragazzi, qualche adulto e qualche anziano, per la maggior parte uomini. I bimbi erano tutti vestiti con magliette e corti pantaloni e ciascuno di loro portava un piccolo secchiello  riempito a metà con un colore diverso di pittura. I ragazzi e gli adulti portavano altri secchi e vari attrezzi: distinse piccole asce, martelli e quello che poteva essere un machete. Chiudevano il gruppo quattro uomini in coloratissimi abiti tradizionali e gioielli fatti perlopiù di perline, lunghe lance e scudi di cuoio. Cantavano in coro al ritmo di tamburi che due di loro portavano appesi al collo. La loro squillante nenia africana riuscì a sovrastare e zittire i gabbiani.
Gli si fecero intorno assediandoli allegramente; una bambina gli saltò al collo urlando qualcosa in una lingua incomprensibile. Lui si alzò con una finta espressione severa e ridendo forte la sollevò e prese a dondolarla sulle spalle. Ebbe subito altri bimbi vocianti addosso. Qualcuno dei più piccoli la guardava con curiosità, le accarezzava la faccia ridendo. Lei rideva di rimando, contagiata da un'allegria esplosiva  e incontenibile. Fu presto sommersa anche lei e cercò di difendersi come poteva, solleticando e facendo smorfie e improvvisando piccoli inseguimenti.
Gli adulti contribuivano a quella confusione cantando, ballando e avvicinandosi a turno per salutarlo appena i bimbi gli concedevano un attimo di respiro tra un assalto e l'altro.
Terminarono in fretta i saluti per riunirsi insieme e decidere qualcosa che fu subito chiaro: si diressero verso il relitto e lo svuotarono, accatastando tutti gli oggetti a riva. La catasta che andò ingrossandosi in pochi secondi fu un'attrazione irresistibile per i piccoli che subito andarono a depredarla, chi prendeva un vecchio gioco, chi la sveglia, chi strimpellava casualmente al piano. Appena il relitto fu sgomberato, gli uomini si adoperarono con vigorose secchiate per liberarlo anche dall'acqua: l'incrinatura da cui penetrava non era così importante da riuscire a contrastare il rapido lavoro di molte braccia, e in pochi minuti la barca si staccò dal fondo. Una volta che fu abbastanza leggera, terminarono l'opera capovolgendola e così capovolta la trasportarono a riva. Vi fu un breve conciliabolo nel quale evidentemente ragionavano su come tappare la falla. Un uomo in costume, che fino a quel momento era rimasto a guardare le operazioni, offrì una delle pelli di vacca della sua veste e subito la proposta fu accettata.
Lei non potè fare a meno di pensare che più che un moto di solidarietà il gesto fosse dovuto principalmente al caldo terribile che doveva sentire indossandola.

L'asse incrinata venne riposizionata alla meglio e su entrambe le parti spennellarano un bitume prendendolo da uno dei secchielli dei bambini. La pelle venne tagliata, incollata sopra il bitume e fissata definitivamente con piccoli fitti chiodi.
Difficilmente così riparata avrebbe potuto affrontare il mare per più di qualche ora, ma forse il viaggio per cui la stavano approntando non era così lungo.
Un ragazzo si avvicinò a loro e lui gli porse il telo colorato. Il ragazzo si diresse alla roccia vicina dove raccolse il pareo e si volse a parlarle sorridendo. Immaginò che le chiedesse il permesso di prenderlo. Lei fece un cenno di assenso col capo e il ragazzo corse via, il telo in un braccio, il pareo nell'altro.
Riparata la chiglia, tutte le persone al lavoro si allontanarono, dividendosi tra la vicina boscaglia e il canneto che prosperava sopra il fiume che in questa stagione di secca si era ritirato a scorrere sotto terra.
Il ragazzo del pareo rimase da solo a lavorare sulla spiaggia cucendolo con punti grossolani al telo ed entrambi ad altri pezzi di stoffa che potevano essere abiti logori o in qualche caso pelli di animali.
Il tutto costituiva un quadrato di tessuto di quasi tre metri di lato su cui continuò a lavorare alacremente.
Appena gli adulti si allontanarono, fu la volta dei bambini: armati dei loro secchielli  cominciarono a dipingere la chiglia, chi con le mani, chi con pennelli di ogni dimensione.
Il risultato finale fu una sarabanda di colori in cui si distinguevano faccine, fiori, disegni geometrici; e ancora animali e moltissime impronte di manine. Tra tutte le figure spiccava un grande trapezio turchese  da cui si allungavano due archi che terminavano in grandi mani rosa. Le ci volle qualche secondo per capire che era stato dipinto capovolto per apparire al dritto quando la barca avrebbe navigato. Piegò la testa per distinguerlo meglio: gli archi delle braccia descrivevano un largo abbraccio; il viso sopra il trapezio era appena tratteggiato, il piccolo artista aveva badato a pochi dettagli salienti, tra cui un copricapo rettangolare rosso, gli occhiali squadrati e un grande bianco sorriso che attraversava la faccia dividendola in due.
Pensò di non avere mai visto un ritratto più realistico.
I bambini si stavano ancora prodigando intorno alla barca quando dalla macchia dietro la spiaggia tornarono gli uomini, quattro di loro portavano l'albero maestro con le braccia tese sopra la testa. Mai come in questo caso il termine albero era calzante, perché si trattava del tronco di un piccolo pino marittimo  grossolanamente scorticato.
Urlarono bruscamente ai bambini, che scapparono in ogni direzione fingendo paura. Ripresero a lavorare sulla barca, rivoltandola al dritto, scalpellando e martellando sulle assi centrali, ricavando un ampio foro in cui incastrarono l'albero. Lo mantennero verticale mentre gli altri lo fissavano in posizione aiutandosi con chiodi, corde e incuneando frammenti di legno nelle fessure tra albero e foro.
Non aveva mai visto armare una barca, non aveva idea se potesse essere un'operazione simile a quella che stava vedendo ma ne dubitava parecchio. Peccato, perché pareva divertente...
Infine inclinarono l'imbarcazione su un fianco per legare in prossimità della cima dell'albero una grossa canna a formare una croce. Un'altra ne legarono più in basso e tra le due, dopo averla rimessa in asse, legarono il collage di stoffa, del tutto in tono per eccentricità con il resto dell'imbarcazione.
Vide solo ora che sulla vela, con grafìa malferma, il ragazzo del pareo aveva pennellato in rosso:
AZ11174
La vararono complimentandosi tra loro quando la videro galleggiare. Ora erano tutti in acqua, mantenevano ferma la barca e a grandi cenni li invitavano a raggiungerli.
- Andiamo - Le disse prendendola per mano e dirigendosi verso la barca.
Non riuscirono quasi a bagnarsi i piedi perché appena raggiunto il bagnasciuga i ragazzi li presero in braccio entrambi depositandoli gentilmente dentro l'imbarcazione.
- Siamo vita - Le disse lui tenendola per mano, mostrandole un sorriso raggiante.


Un vento forte e caldo si alzò improvvisamente dall'entroterra, gonfiando la vela.
La barca prese a muoversi verso il largo, dapprima esitando, poi sempre più decisa.
Lei vide che era completamente sprovvista di timone, evidentemente neanche questo era un problema.
Una scia colorata si spandeva dai disegni ancora freschi nella chiglia mentre avanzavano.
Torme di bambini la accompagnavano nuotando disordinatamente, facendo a gara tra loro, incitando festosamente.
Ben presto non riuscirono più a starle dietro e si fermarono uno dopo l'altro, agitando le braccia e urlando allegramente.
Sulla riva ragazzi e adulti salutavano cantando.
Si dirigevano verso un sole rosso e infuocato, improvvisamente basso sull'orizzonte.
Capì che questo non poteva essere corretto, perché su quella costa il sole sarebbe dovuto tramontare dietro di loro.
O forse, più semplicemente, non era un tramonto.
Per tutto quel tempo i tamburi non avevano smesso di battere il tempo. Ora il loro ritmo e i canti si facevano sempre più lontani venendo sovrastati dal frangersi della chiglia sull'acqua.  Rimasero in piedi a salutare fino a che le persone a riva divennero indistinguibili, confondendosi con la vegetazione sullo sfondo; solo allora si sedettero. Lei vide che lui aveva ancora il libriccino grigio in mano e ora lo stava aprendo. Cominciò a leggere lentamente:
- "Siamo vita. Ma la vita non è confinata alle nostre esistenze. Non perché noi, nella nostra fragile fisicità, non siamo importanti. Al contrario ciascuno di noi è importante, così come ogni cellula del nostro corpo lo è per noi. Ma la Vita è una, e tutti noi ne siamo parte; l'entità che chiamiamo Dio è l'indissolubile intreccio delle vite di noi tutti: i nostri pensieri sono il Suo pensiero."
- "Il nostro Dio, come noi, è giovane e immaturo, è un neonato bisognoso di tutto, ancora privo di consapevolezza. Così, gli eventi umani sono i Suoi cicli embrionali di pensiero e il suo nutrimento; il Suo cammino verso la razionalità passa per il nostro pensiero e le nostre azioni.
Un uomo che insegna ad altri uomini è la scintilla che fa nascere un Pensiero: le sue parole e le sue azioni sono le propaggini dendritiche che si estendono e si collegano ai neuroni intorno, creando circuiti  di idee, costruendo una Mente."
- "Un essere umano che ne uccide un altro è un cancro che attacca la Vita.
Un uomo che non aiuti i suoi simili è una cellula isolata e morta, inutile.
Tutto ciò che è inutile e autodistruttivo è destinato per ciò stesso a non far parte della Mente di Dio, diventerà ben presto un ricordo sbiadito che svanirà nelle nebbie del tempo."
Le sorrise e il suo volto le sembrò diverso, meno definito. Continuò:
- "Quando facciamo qualcosa per la Vita stiamo facendo qualcosa che aiuta Dio, che lo fa crescere nella consapevolezza. Diveniamo qualcosa che Dio ricorderà per sempre, perché sarà parte di Lui."
- "Con me, anche grazie alla mia esistenza, Dio è cresciuto, e io sarò parte di Lui per sempre. Come tutte le persone che hanno amato, come l'ultimo sconosciuto il cui unico grande merito è magari aver  cresciuto il proprio figlio nel rispetto della Vita."
Lei pensò a tutte le persone alle quali si potevano facilmente riconoscere questo e altri meriti. Proseguì:
 - "Facciamo parte di processi che non conosciamo e non capiamo " - il suo tono stava divenendo accorato  - "Ma non sempre si deve capire, qualche volta è sufficiente conoscere la direzione giusta: la nostra bussola deve essere la Vita, l'amore per gli altri, la consapevolezza che non c'è il singolo senza l'insieme, e questo insieme è Dio."
La barca ora era molto veloce e il fruscio del vento copriva ogni altro rumore.
- E' questo, in fin dei conti, che mi hanno insegnato. E' questo che ho capito. E' questo che ho cercato di fare nella mia vita.
Disse queste ultime parole ad occhi bassi, non le sembrò che leggesse.
Ecco quindi chi aveva di fronte: un Pensiero di Dio, un Suo ricordo bello.
Era difficile pensare che lui fosse solo una sua proiezione, perché lei non sapeva di avere dentro le idee che aveva appena sentito leggere. Ma se questo era il suo sogno, era lei a pensare queste cose. O magari le aveva lette a sua volta o ascoltate da qualcuno. Ma allora non era più facile o più coerente pensare che lei e chiunque le suggerisse quei pensieri, facessero parte di un processo che senza che lo capissero appieno, mirava a far crescere Dio? E se era così, non era, infine, un pensiero o meglio, una domanda che quel Dio bambino rivolgeva espressamente a lei, nella speranza che da lei, dalle sue azioni, dalle sue risposte, scaturisse qualcosa di positivo per la Vita? Qualcosa che quel Dio poteva ricordare per sempre? Era disorientata.
- Chi l'ha scritto? - gli chiese pensando che forse saperlo l'avrebbe aiutata a capire.
- Uno sconosciuto. - le rispose lasciando cadere il libro sul fondo della barca.


Vennero invasi dal riverbero rossastro del sole nascente.
I contorni di quel mondo cominciarono a confondersi e a svanire.
Lei lo abbracciò tenendolo stretto, sperando così di prolungare il più possibile quegli ultimi momenti.
- Accompagnami - le chiese.
- Accompagnami - Gli rispose dissolvendosi insieme a lui nella luce di un'alba che li avrebbe visti risvegliarsi in due luoghi lontani.

mercoledì 25 dicembre 2013

L'Albero





Sentì le mani di lui poggiarsi delicatamente sulle sue spalle.
Seduta alla scrivania, circondata come al solito da libri, fogli scarabocchiati e compiti, ebbe un sussulto per la sorpresa: lo aveva sentito entrare silenziosamente dalla porta sul retro, di ritorno dalla transumanza che lo aveva visto condurre il gregge dei loro tre pargoli alle rispettive occupazioni scolastiche e tornare a casa - oggi avevano entrambi il giorno libero.
Tuttavia non si aspettava che si manifestasse come un fantasma alle sue spalle con un gesto decisamente inconsueto per quello che lei chiamava con totale mancanza di fantasia il mio orso.
Fu perciò con una certa inquietudine che - rimanendo seduta - si voltò a guardarlo, aspettandosi istintivamente qualche novità spiacevole. Lui sorrideva, continuando a tenerle entrambe le mani sulle spalle, piegandosi in avanti quel tanto che bastava per stamparle un lieve bacio di saluto. Solo allora, rassicurata, posò le sue mani su quelle di lui e cominciò il solito breve interrogatorio per informarsi di come i bambini avessero affrontato il rito quotidiano dell'ingresso a scuola.
Lui la fermò quasi subito: - Vieni - le disse facendo scivolare le mani sotto le sue ascelle e mimando il gesto di sollevarla dalla sedia.
Lei si alzò ridendo e non sapendo cosa aspettarsi da quell'invito così insolito.
- Stavo cominciando a correggere i compiti - obiettò debolmente alzandosi in piedi.
- Lo puoi fare tra qualche minuto - le rispose prendendola per mano e conducendola verso la porta finestra che dava su quella veranda che senza troppa convinzione chiamavano il giardino per via del fatto che - non completamente lastricata - ospitava un minuscolo francobollo di terra adibito per la maggior parte dell'anno alla coltivazione di trifogli. Le impose di chiudere gli occhi e la guidò fuori.
- Ora puoi guardare - le disse e lei sentiva l'emozione di lui trasparire nel tremolio percettibile della sua voce.
Aprì gli occhi.
Posato in un angolo del giardino, un grande vaso basso rettangolare schiacciava l'inutile tappeto di trifogli. Dentro il vaso una pianta, un arbusto col fusto piuttosto grosso che si sviluppava in volute sinuose e pareva arrampicarsi su se stesso, come un grosso serpente che si arrampichi sulla parete di vetro di un terrario. Era un ginepro, non ne sapeva abbastanza di piante da poter dire se aveva due o duecento anni, ma le sue dimensioni erano notevoli, nonostante superasse di poco il mezzo metro d'altezza. Si domandò come lui fosse riuscito a trasportarlo dentro da solo.
La chioma irregolare del ginepro era decorata da diversi oggetti multicolori, alla distanza a cui erano sembravano le decorazioni natalizie appena smontate dall'abete artificiale. Si avvicinò per distinguere meglio: c'erano scatoline da regalo, cornicette, biglietti e altri minuscoli oggetti.
Si accovacciò accanto all'albero, e sfiorò con le mani l'oggetto che le risultava più vicino: una cornice quadrata di dieci centimetri di lato con dentro la foto di lei con sua figlia Flora, la maggiore. La cingeva con un braccio, l'altro lo teneva alzato, con indice e medio della mano aperti a mimare la V di vittoria. Erano davanti alle cupole del Cremlino, un posto dove non erano mai state. Allora scorse le altre cornici: lo sfondo cambiava sempre, ora erano ad un concerto, ora sulla neve con tanto di berretti rossi posticci, ora in quattro riquadri ricolorati in stile Warhol, ora alla guida di un Rover su Marte. Ricordò di aver detto a lui quanto le piacesse la foto originale, dal quale la ragazza aveva tratto quei collage allegri e surreali: mentre lui scattava, lei aveva provato per la prima volta uno strano spaesamento, avvolta dall'abbraccio della figlia, cresciuta così in fretta, a mimare un atteggiamento protettivo che fino a quel momento era stato compito loro.
- Flora... - mormorò. Vide che ad ogni cornice era legato un bigliettino, ognuno di questi riportava dei brevi pensieri della figlia per la madre: erano frasi spiritose, ma da esse traspariva il profondo affetto che la ragazza aveva per lei. Fece quella sua smorfia particolare, come le capitava quando era particolarmente emozionata: il sorriso si allargava a bocca socchiusa, il naso si arricciava e gli occhi - ora due luminose fessure - le si inumidivano.
Vide un auricolare colorato spuntare dalle piccole foglie, guardò intorno e ne individuò altri cinque o sei, tutti di colore diverso.
- Ascolta - le disse lui quando lei ne prese uno in mano. Ciascuno era al centro di una sorta di corolla di carta crespa disegnata e decorata; petali, perline multicolori e ritagli di animali e oggetti erano incollati con perizia ed estro. Portò l'auricolare all'orecchio per sentire quello che già immaginava: Susanna, la seconda della loro prole, che cantava a squarciagola Viva la Mamma. Negli altri auricolari la voce era la stessa, ma dove non cantava canzoni dedicate alla mamma leggeva brevi poesie o suoi pensierini accomunati dallo stesso argomento.
- I brani ruotano, spiegò lui, ci sono voluti sei lettori MP3...-
Susanna si era veramente impegnata, nella voce della bimba sentì la sua energia straripante, incontenibile. Le facevano pensare ad un'onda che si infrange sugli scogli, a un tuono ormai lontano dopo un temporale estivo, rumori potenti e gentili che avevano l'effetto di rasserenarla, come la sua giovane cantante. Si mise in ginocchio sul prato, incurante delle macchie d'erba sui jeans, la mano sinistra poggiata a coprire metà faccia, mentre rideva singhiozzando e le lacrime le bagnavano calde le guance.
Tra quegli oggetti cercò infine il piccolo Elia, doveva essere in quelle scatoline di cartone di colori pastello. Erano pasticciate irregolarmente da penne e pennarelli, in alcuni casi si vedevano le impronte delle manine del suo terzogenito. Nella prima che aprì trovò un'automobilina e un bigliettino: 3 baci. Nella seconda c'era un pupazzetto e un altro bigliettino: 1 abbraccio forte. In ogni scatola c'era un gioco del bimbo, ciascuno riportava una dicitura di questo genere.
- Gli ho chiesto di mandare un bacio alla sua mamma - Lui si era accovacciato al suo fianco - poi ho contato quante volte lo faceva...-
Elia, l'ultima gioiosa fatica di mamma, Elia lo spericolato, l'attore, Elia il cui primo vagito le rimbombava ancora il testa, oggi già impegnato a costruirsi la propria vita, un mattoncino dopo l'altro... Lei approfittò del fatto di averlo a tiro e lo abbracciò di slancio, quasi avesse timore che potesse fuggire. - Tutto questo... È... è... grazie! - Disse mentre gli si aggrappava al collo guardandolo dritto negli occhi. Lui mascherò il suo imbarazzo fingendo di perdere l'equilibrio e caderle addosso, fermandosi un istante prima di travolgerla. Si schernì:
- È il mio regalo di Natale, un po' in ritardo... - disse ad occhi bassi. Lei continuava a fissarlo silenziosa - Oh, beh, non ho fatto molto - aggiunse - Si può dire che hanno fatto tutto da soli. Lei rise guardandolo perplessa. - Io li ho solo indirizzati - La guardò di rimando - Non è questo che devono fare i genitori?
Si abbracciarono più forte e quasi si sorprese a pensare che il suo amore per lei era simile a quel ginepro: aspro, persino contorto, a volte, ma indubitabilmente solido e bello.

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domenica 27 novembre 2011

Rigor Mortis





-È deciso, dunque! - disse l'Untore battendo debolmente il palmo aperto sul tavolo ovale intorno al quale erano seduti tutti.
Il fetore era quasi insopportabile, nella sfarzosa sala di Palazzo Grigi dove si teneva il Consiglio dei Ministri della Repubblica Monarchica Proletaria di Ritalia. Il nome di quella triste Nazione era stato cambiato per decreto qualche decennio prima. L'Untore aveva anche aggiunto uno slogan coniato di suo Pugno:
Ritalia: Se hai bisogno di una legge, qui la troverai.
Con un adeguato emolumento ci si poteva infatti ritagliare addosso qualunque legge, norma o codicillo di cui si avesse necessità. L'intuizione geniale dell'Untore era riuscita a dare respiro alle esauste casse dello Stato: semplici cittadini e organizzazioni criminali pagavano volentieri un fiume di soldi per rendere legale un furto, una estorsione, una strage. Non era facile - dal punto di vista giuridico - legalizzare un particolare reato mantenendo l'illegalità del caso generico, ma era fondamentale perché il sistema continuasse ad essere fruttuoso: se ad esempio l'omicidio in sé avesse smesso di essere perseguito, chi avrebbe più esborsato?
- Miiinchia, ma siamo sicuri che si possa fare? - chiese il ministro per gli Affari Xenofobi Franco Franchini; per sopportare la puzza masticava freneticamente tre caramelle alla menta piperita extra forte.
- Certo che si può! Dubitate ancora di Me? - sbottò l'Untore. Teneva sulle gambe, palpeggiandola svogliatamente, quella che sembrava una bambola gonfiabile. In realtà era la Ministra Maila Cara Fregna, in tutta l'opulenza dei suoi siliconi. Non dimostrava affatto 80 anni.
L'Untore invece non aveva una bella cera: l'ultimo trapianto di capelli fatto solo due settimane prima gli stava franando a ciocche sul tavolo, portandosi via estesi brandelli di cuoio capelluto. Gli occhi erano vitrei, parevano bolliti, il colorito era cereo e dalla bocca gli colava una bauscina verdognola dall'odore ripugnante. Larghe chiazze umide e maleodoranti decoravano qua e là giacca, camicia e - come si accorse Maila - pantaloni.
- Oh, insomma: abbiamo sancito per legge l'eternità del Consiglio dei Ministri. Questa modifica che vi propongo ora è un semplice dettaglio, cribbio! Anche allora eravate scettici! Tutti! Per fortuna che abbiamo il Sottosegretario Gigi Scritta! - rivolse uno sguardo pieno di riconoscenza all'uomo seduto alla sua destra. In pochi sapevano che Scritta era un Golem di cera animato nel 1935 da una congregazione dell'ordine dei Frati Indovini: il suo aspetto da mummia 70 enne non era mutato in tutti questi anni. Scritta annuì senza muovere alcun muscolo della faccia, cosa che gli veniva piuttosto naturale: ne era totalmente sprovvisto.
- Grazie ai suoi contatti molto in alto abbiamo ottenuto questo incredibile risultato. Se non fosse per l'avallo delle gararchie Vaticine e del Pope in persona, il decreto scritto da Maurilio Gaspacho sarebbe stato lettera morta... Invece, guardate qui: ho 120 anni, governo ininterrottamente da 47 anni, insieme a voi tutti. E lo faremo per sempre.
- Grrmm, sssssscgl - disse Dagoberto Bossolo, centenario ministro delle Riforme Deformi.
- Dice che se l'è appena fatta addosso - tradusse il ministro dei Cazzi Nostri Bibo Olive.
- Che aspetti, allora? Puliscilo! - sbottò il ministro della Bianca Gioventù Ritaliata Caldarrosti. Nonostante fossero compagni di partito, tra i due non correva buon sangue.
- Silenzio! Comunque, se vi state domandando perché stiamo discutendo dell'argomento, ve lo spiego subito: nonostante il mio stile di vita sano e le continue trasfusioni di 5 litri di sangue di vergine al giorno, è accaduto l'imprevisto. Sei giorni fa l'ultima orgia mi è stata fatale: sono morto di overdose di viagra. È l'ultima volta che faccio scrivere una legge a quell'imbecille di Gaspacho: se vai a leggerla, non ha scritto da nessuna parte nero su bianco che la licenza di vita eterna è da intendersi estesa individualmente a tutti i membri del Consiglio... l'ho fatto fucilare ieri, la misura era colma... Per fortuna la legge sancisce l'immutabilità del Consiglio e questa ambiguità interpretativa mi permette di parlare ancora con voi. Però adesso mi trovo in questa situazione contraddittoria... insomma, pur dovendo essere in un certo senso vivo per legge, ho questo problema: non so se ve ne siete accorti, ma nonostante in questi ultimi giorni stia dormendo in una cella frigorifera, non sto riuscendo ad impedire un certo... ecco... sarà il clima estivo... insomma, ho qualche sintomo che mi spinge a sospettare che stia iniziando a decompormi...- mentre lo diceva gli cadde un dente sul tavolo.
- No! Non ci eravamo accorti di niente! - mentì spudoratamente la Cara Fregna baciandolo teneramente sulla bocca.
- Già, però è così...- proseguì - Io e il ministro dell'Aggiustizia Lucifero Betano abbiamo pensato alla norma di interpretazione autentica del decreto legge Gaspacho, come vi ho appena esposto: esplicitazione del diritto alla vita eterna individuale! D'ora in poi nessun incidente o malattia potranno ucciderci! - ghignò L'Untore - ... la ristretta cerchia dei presenti, si intende.
- Il Pope è d'accordo, parlerà lui all'Azionista di Maggioranza - proferì Scritta senza muovere le labbra.
- Il decreto sarà ovviamente retroattivo per tutti quelli che si chiamano Savio Bislosco e sono nati il primo Unembre dell'anno 0 del calendario Bisloschiano. - chiosò Betano.
- Conoscete tutti quanto tenga al sano dialogo democratico, per cui voglio sentire da ciascuno di voi che siete d'accordo e che sono l'uomo più intelligente dell'Universo.
Il coro di sì fu ovviamente unanime e entusiasta. Bossolo fece qualche grugnito che solo Olive capì: chiedeva di approvare una norma retroattiva anti ictus. Olive non volle turbare il clima di concordia e non tradusse.
- Intesi, dunque? Ma... Non ho sentito il ministro Biondina... ministra Jabbini, non era a fianco a te?
Il ministro dell'Istruzione Pubblicitaria Maria Jabbini De' Att, una massa informe con gli occhiali perennemente gravida ma stoicamente ligia al dovere, fece un discreto ruttino e si scusò:
- Sì, perdonatemi... avevo voglia di qualcosa di sfizioso e non ho saputo resistere, l'ho divorato. Non ci crederete, era buonissimo, ne avrei voluto anche un altro. Ah, questa gravidanza... che voglie strane!
- Che dige, Untore - intervenne Nazio L'Alemanna - aggiungiamo un degretino anghe ber Biondina?
- Non ci sono i tempi tecnici. - rispose Bislosco infastidito.
- Ma Gregor Surrentino ci firmerà la legge? Conosciamo tutti il suo rigore... - chiese preoccupato Scogliona, ministro per lo Sviluppo Costoso.
- Non c'è problema - sghignazzò l'Untore mostrando il braccio imbalsamato del rigido Presidente della Repubblica formalmente ancora in carica. Nella mano rattrappita teneva una costosa stilografica.
- Quando serve ci dà sempre una mano!

Tutti risero sollevati.


Fine.

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venerdì 25 novembre 2011

Fuga dal Circo - Epilogo

[Precedente]                                     [Inizio]
I lucciconi di René Sumero si vedevano distintamente nonostante le luci basse e gli spessi occhiali.
Così - brevemente - parlò:
- Questo spettacolo... mischia troppe cose insieme... nel mio paese diciamo tottu cosas in d'una... potrebbe funzionare... ma... per colpa non certo mia ma della tempesta perfetta che tre anni fa ci ha strappato il tendone... ora... non abbiamo più un soldo... e quando dico non abbiamo intendo non avete più alcuna possibilità di continuare a mangiare a sbafo al Tito scali...  Ho venduto Khorr ad un ammaestratore di babbuini... Kuaddin' l'ho ceduto ad un mio amico macellaio, ne farà macinato... Momotti insegnerà la sua preziosa filosofia buddista in un manicomio... immagino che impazzirà anche lui, ma non importa... - Il silenzio si prolungò per lunghi minuti
- Voi... per qualche giorno potete fare un pasto a a giorni alterni... poi... arrangiatevi... - balenò un sorriso
- E siate solidali. -
Calò un gelo mortale.
Le luci si spensero nel silenzio.

Fine

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domenica 13 giugno 2010

Radici.




- Sai perché stai per morire? - chiese l'Untore col suo miglior sorriso.
Le catene che pendevano dal centro del soffitto della Sala Persuasione del Palazzo della Giusta Inquisizione stringevano i polsi insanguinati del suo interlocutore, tirando le braccia leggermente divaricate sopra la testa. Se non fosse stato per quel sostegno Federico sarebbe rovinato a terra, avrebbe dovuto ringraziare i presenti che trattenendolo con quei ceppi impedivano questa possibilità. Invece non aveva fatto altro che lamentarsi, l'ingrato. La sua figura nuda, martoriata e inerme era davanti all'Amato Presidente. La testa era abbandonata in avanti e l'Untore poteva vederne solo la grande massa di capelli lunghi e incollati dal suo stesso sangue. Le gambe erano abbandonate e distese, la parte superiore delle dita dei piedi strisciava appena sul suolo. Federico non si muoveva più, ma l'Untore capiva dal suo respiro irregolare che non aveva ancora perso conoscenza.
- Hai le mani alzate - rise l'Untore - Vuoi darmi la risposta? - Nazio L'Alemanna sogghignò di rimando, mentre in un banchetto vicino a Federico puliva accuratamente i suoi strumenti di tortura, riponendoli negli appositi astucci: il ministro della Difesa Preventiva nel tempo libero si dilettava in queste che chiamava missioni di correzione e conversione.
- Beh, se non rispondi te lo dico io - si agitò sulla sedia.
- Non è per quello che vai predicando... coscienza civile... giustizia... le solite banalità. Non mi hanno mai disturbato - saltò giù dalla sedia, si sentì un rumore come di zoccoli equestri quando le sue scarpe dopo un volo di 30 centimetri toccarono terra.
- Pensa, qualche volta sono io a suggerire i discorsi che Berdegenti legge nei comizi elettorali del Partito d'Opposizione Democratica Moderata - ci pensò su - E se non sono io è Max Al Ulema, lo Sceicco Proletario, il mio miglior alleato.
Prese a camminare in tondo, le mani giunte dietro la schiena.
- No, le parole non sono affatto importanti. Tutti sanno, ad esempio, che noi del Partito dei Puri di Cuore non siamo razzisti, è bastato che le mie televisioni lo ripetessero un numero sufficiente di volte. - si fermò, estese il ghigno a dismisura, una mezzaluna candida d'avorio e capsule gli occupava mezza faccia - Noi sosteniamo la solidarietà, la giustizia sociale, il rispetto delle norme di convivenza civile. E anche l'amore universale, il pacifismo, la Patria, Dio, la famiglia... potrei continuare per ore. Non vedrai mai uno di noi che fa qualcosa di scorretto... o violento... e se per assurdo lo dovessi vedere, sarebbe l'ultima cosa che vedi!
-Bresidente, mi fa sgombisciare! - disse sghignazzando L'Alemanna.
L'Untore attese che il suo sincero ammiratore si ricomponesse, prima di continuare.
- Non è ciò che dici... È piuttosto come lo dici: tutti capiscono che tu veramente credi nelle stronzate che predichi. Questo è pericoloso. La fede, se non la controlli, è destabilizzante, capisci? Qualunque fede è una cosa seria, va convogliata, resa complice: nasce sempre idealista, rivoluzionaria; ci vuole tempo per imbrigliarla e inglobarla nel sistema, chiedilo al Pope se non è vero!
Prese un lungo frustino dal banco di Nazio e lo usò per scostargli alcune ciocche, parve soppesarle assorto.
- Tutte le cose nuove hanno un fascino particolare. Tu potresti avere questo tipo di fascino trascinante. Potresti davvero convertire qualcuno alla tua stupida fede. Potresti convincere altri che è possibile una società diversa da quella attuale, che tutti noi sappiamo essere perfetta. I tuoi vaneggiamenti egualitaristi da checca potrebbero avere un seguito: si sa, mantenere alto il livello di idiozia delle masse è necessario per continuare a controllarle, ma ci espone a questi rischi. Milioni di idioti possono diventare del tutto imprevedibili; se suggestionati da un istrione come te, potrebbero persino cominciare a dubitare di noi.
Scosse la testa come ad allontanare un'immagine fastidiosa.
- Noi non vogliamo rischiare. - concluse, gelido.
Federico ebbe un tremito violento, poi lentamente sollevò la testa. Guardò l'Untore dritto negli occhi, attraverso le ciocche insanguinate. Parlò lentamente, interrompendosi frequentemente per riprendere fiato.
- Ho capito che sarei morto nel momento stesso in cui i tuoi scagnozzi mi hanno prelevato da casa. Tu... tutti voi... siete dei volgari sciacalli... gente che si nutre dell'ignoranza della gente... larve schifose che prosperano nella paura e la diffondono... Siete feccia, luridi parassiti... così stupidi che continuano a succhiare sangue al loro ospite in agonia... ingrassate... ingrassate a nostre spese... ma ricordati, Bislosco, ricorda bene: le mie idee hanno radici forti, si insinueranno, cresceranno... nascoste, sotto la superficie... si ramificheranno in profondità... la Verità sarà il virus che vi contagerà, uccidendovi uno alla volta, fino a che...
Un brutale colpo di manganello alla nuca pose fine al discorso di Federico e alla sua vita.
- Chiedo scusa Bresidente, ma guel gomunista stava probrio esagerando.
- Niente, figurati - rispose l'Untore pensoso - Però mi aspettavo qualcosa di meno trito come orazione funebre. Oh, beh, forse l'ho sopravvalutato.
Fece per uscire dalla sala.
- Ah, Nazio, un'ultima cosa: prima di liberarti del cadavere potresti scotennarlo? Manda lo scalpo ai miei laboratori... lavato bene, per favore... loro penseranno a trapiantarmi i bulbi - si grattò la testa, dove i capelli erano nuovamente radi, nonostante l'ultimo trapianto.
- Capigliatura giovane, sana... mi starà proprio bene!

***



Nello studio televisivo del programma di approfondimento politico Esci dall'Uscio, il viscido conduttore Bruno Tragamerda si apprestava a fare la domanda fatidica al suo ospite. L'Untore sfoggiava una splendida e folta chioma fulva, i flash dei fotografi non smettevano di scattare per immortalarlo in tutta la sua magnificenza.
- Cosa pensa dell'arresto in tempo record degli assassini di Federico Brado, il leader di quel movimento di sovversivi che si fa chiamare Popolo Pervinca? - domandò Tragamerda ossequioso.
- Come vedete, dopo due sole settimane dai fatti, i nostri efficientissimi poliziotti hanno arrestato tre drogati, nonché importanti membri del movimento. Una storia triste e grottesca: contrasti nella spartizione dei territori di spaccio. Vedrete che nei prossimi giorni avremo delle sorprese, i servizi mi hanno informato che l'intera organizzazione non è altro che una copertura per traffici illeciti di ogni tipo!
L'ennesimo flash colse l'Untore sorridente, il riflesso abbagliò il pubblico.
- Nonostante ciò sia sotto gli occhi di tutti, qualcuno dell'opposizione antiritaliana con cui abbiamo la sfortuna di dover convivere, ha avuto il coraggio, ancora una volta, di ribaltare la realtà, di lanciare sospetti e accuse folli alle nostre forze dell'ordine, tirando in ballo complotti assurdi e teorie infamanti. A queste persone io dico: vergogna! Vergogna! Vergogna!
Un applauso scrosciante sottolineò la giusta indignazione del Premier.

***



- La vergine di stanotte è pronta in camera sua, signor Presidente - disse Giovanni Lenone, il Leccaculo in Capo di Palazzo Grigi, il più alto in grado della servitù dell'Untore, incrociandolo mentre si dirigeva verso i suoi alloggi.
- Sì, grazie... No, aspetta: mandala via, o utilizzala tu... io non la voglio, ho un fortissimo mal di testa.
- Come desidera, Eccellenza.

***



La mattina dopo Lenone constatò con stupore che alle 9 del mattino il Presidente non aveva ancora chiamato per farsi portare la colazione.
Strano - pensò, ma impiegò un'altra buona mezz'ora prima di risolversi a bussare timidamente alla porta chiusa.
Nessuno rispose.
Continuò per un pezzo, sempre più insistente, senza ottenere alcun segno dall'interno.
Alla fine decise di chiamare con urgenza Gigi Scritta, il braccio destro dell'Untore, l'unico che si sarebbe potuto permettere di entrare nella camera da letto del Presidente senza esplicita autorizzazione; svariate promettenti carriere erano state stroncate per molto meno e Lenone non avrebbe mai rischiato la sua.
Scritta giunse immediatamente, era molto allarmato, cosa che nessuno avrebbe potuto capire dalla sua espressione, immutabile a memoria d'uomo. Mandò via tutti ed entrò nella sfarzosa Camera Presidenziale, dove troneggiava il grande letto a baldacchino in oro massiccio e stucchi pregiati, dono dello zar Keghebensky, teatro principale - oltre agli ascensori e ai palchi dei convegni - delle leggendarie prestazioni sessuali del Bislosco.
Il Presidente era scivolato giù dal letto, a pancia sotto, la testa capelluta poggiava sul pavimento mentre la parte inferiore del corpo era ancora adagiata sul materasso. I capelli erano sparsi sul tappeto, coprivano completamente il volto e il collo di Bislosco. Le braccia erano contratte, cingevano la testa in una morsa disperata. Scritta non poteva vedere le mani, sepolte sotto i capelli scomposti; sembravano molto più voluminosi dell'ultima volta che l'aveva visto.
Scritta arrivò accanto al corpo e lo scrutò, in piedi sopra di esso. Non dubitò neppure un attimo che l'Untore fosse morto. Gli diede un forte calcio sul fianco, per sfogare la sua frustrazione.
- Dannazione, questo complica tutto!
Il calcio fu così feroce che il cadavere ruotò e scivolò giù completamente. Ora l'Untore mostrava il volto a Scritta.
O ciò che ne rimaneva. Dapprima Scritta non realizzò cosa stava vedendo, poi con crescente turbamento capì: dalle palpebre aperte emergeva una lunga voluta di capelli fulvi. Così anche dalle narici, dalla bocca e persino dalle orecchie. I tratti del viso erano completamente deformati da quel rigoglio tricotico, si sarebbe detto che i capelli crescendo all'interno del cranio gli avessero letteralmente fatto esplodere la testa.
- Radici profonde! - commentò Scritta mentre con mano appena tremante strappava uno di quei capelli dall'interno dell'orbita.
Era appiccicoso e coperto di una sostanza gelatinosa. Scritta se lo avvicinò agli occhi per poterlo scrutare meglio, fece per prendere gli occhiali dal taschino, quando incredibilmente il capello gli sgusciò via dalle dita e andò a trafiggergli l'occhio destro, penetrando totalmente nel vitreo. Scritta non se ne accorse, pensò di avere semplicemente perso la presa.

***



Passarono due settimane, il cadavere dell'Untore fu distrutto in gran segreto; uno dei suoi sosia era stato promosso a Premier. L'autopsia non concluse molto, il patologo - che Scritta eliminò personalmente per evitare scomodi testimoni - ipotizzò una sindrome autoimmune causata dall'ultimo impianto di bulbi piliferi e dall'eccesso di lozioni rinvigorenti per la criniera. Scritta era molto stanco e il suo umore era pessimo: nonostante si sfiancasse 12 ore al giorno per preparare al meglio il sosia a sostituire Bislosco, questo lasciava molto a desiderare. La cosa più grave era che non sapesse proprio raccontare le barzellette.
Ma c'era anche qualcos'altro: l'occhio gli bruciava e aveva una atroce cefalea che niente riusciva a fargli passare.
Negli accessi più lancinanti, al dolore fisico si associava anche una sorta di disagio opprimente, qualcosa che Scritta non aveva mai provato: viveva come dei rapidi trip di situazioni passate, rivedeva ora questa ora quella efferatezza commessa. I fermo immagine lo inquadravano nell'atto di uccidere, estorcere, ricattare, truffare, ordinare esecuzioni e stragi...
Era difficile da spiegare, in questi frangenti gli sembrava come se queste immagini non provenissero dalla sua mente; era come se qualcosa stesse scavando dentro di lui, mettendo solide radici; qualcosa che stava prendendo il controllo, rovistando nella sua memoria per inviargli quei messaggi; un parassita, pronto a sostituirlo e distruggerlo, qualcosa che riusciva a fargli provare uno sconfinato, incontrollabile schifo per se stesso.


Fine.





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martedì 30 marzo 2010

Fuga dal Circo. 8.

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Nel buio della pista, Khorr portò via il nido e il piedistallo, poi cominciò freneticamente a disporre in ordine gli elementi in polistirolo che componevano la scenografia degli ultimi due atti, mentre Donky lo aiutava seguendolo attentamente con lo sguardo, pronto ad intervenire qualora il socio avesse commesso qualche errore. Khorr non commise errori, dimostrando quanto funzionasse bene la procedura di delega totale permanente che Donky attuava con lui.
Non appena fu tutto a posto, la rappresentazione potè proseguire.

  • Atto III: La Battaglia.

    Parte in sordina La Cavalcata delle Valchirie di Wagner, divenendo via via più potente man mano che l'azione prende piede.
    Le luci si riaccendono sulla nuova scenografia: al centro della pista Gnegnelé è legato stretto ad un palo. Tutto intorno un muro di cinta di scatole di polistirolo, foggiate e dipinte in guisa di castello con merli e torri. Accanto a Gnegnelé Momotti e Taro ruggiscono minacciosi, pronti a fronteggiare il pericolo. Vicino a lui difende la fortezza Tellina: è indaffarata tra ciotole e pentole da cucina, con le abili pinne sta impastando riso farina e piselli, rolla accuratamente tutti gli ingredienti facendone delle perfette sfere che fa rimbalzare un paio di volte sul naso lanciandole infine dentro la friggitrice. Gli arancini fritti a puntino vengono scolati e deposti in un vassoio tramite un complesso meccanismo di carrucole che sollevano il cestello della friggitrice e ne depongono il contenuto su un grande vassoio. Tellina aziona il meccanismo tirando le corde cha ha legate con due cappi alle pinne posteriori mentre continua ad impastare gli arancini. La squadra dei difensori è completata da Kuaddin', il cui compito è caricare gli arancini che andranno sganciati sulle truppe assedianti. Nell'anello esterno gira velocissimo un rozzo carretto, forgiato in cartapesta a riprodurre una biga romana. Lo traina un dinamicissimo Mix che schiuma, suda e sbuffa come una locomotiva, insomma pare l'intercity Milano - Venezia, il famoso Giorgione; chiunque del resto della truppa potrebbe giurare di non averlo mai visto così reattivo e (si direbbe quasi) contento, nessuno sapeva che quell'asino scorbutico fosse capace di questo sentimento; parrebbe che il solo fatto di girare in tondo, come l'asino che in definitiva è, lo faccia star bene. In quella situazione, Mix si avvale della sua quinta zampa, il galoppo in tre tempi dei suoi arti posteriori ha un effetto da cartone animato e gli dà una velocità inverosimile. L'interno del carretto è occupato dall'intrepido amante Giac e da un grande cannone: è l'arma segreta che può decidere le sorti della battaglia. Dentro il cannone variopinto è sistemato un ardito aviatore: Ziribiglio , per l'occasione dotato di casco in pelle e occhialoni da aviere della Prima Guerra Mondiale. Mix corre intorno alla fortezza, dando sfoggio di notevoli virtuosismi da slalomista schivando gli arancini sganciati senza interruzione da Kuaddin'. Sottolinea ogni dribbling vincente con un raglio divertito. Vanno avanti così per alcuni giri di pista. Kuaddin' è visibilmente sfinito e vola sempre più a fatica. Il carretto si dirige ora verso in centro e sfonda il muro di polistirolo. Si ferma, il cannone è posizionato ad alzo 45 verso la parete della fortezza. Momotti e Taro non hanno smesso un attimo di ruggire, pavidi e impotenti.
    Kuaddin' ronza minaccioso avvicinandosi a Giac; tra le zampe tiene a fatica un arancino gigante che è intenzionato a sganciare sopra il facile bersaglio per fare strage di nemici. Ma ecco che Giac sposta un drappo mimetico che fino a quel momento ha coperto un narghilè. Dentro il narghilè brucia la famosa spirale verde di uno zampirone. Giac aspira a pieni polmoni, lo zampirone si consuma in pochi attimi. Kuaddin' capisce ma è troppo tardi: Giac sta già soffiando la tossica cortina di fumo verso il moscone obeso, il quale precipita pesantemente al suolo e viene schiacciato dal suo stesso ordigno che colpendolo esplode in un tripudio profumato di riso e piselli bollenti.
    Un rullo di tamburi annuncia l'offensiva finale: si sente una detonazione e Ziribiglio vola in una corta parabola andando a schiacciare Tellina, che è ormai fuori gioco. Giac salta giù dal carretto e va ad affrontare il vile Momotti.
  • Atto IV: Trionfo dell'Amore.

    Giac in due balzi è di fronte a Momotti. Il pusillanime, gonfio come un pesce palla, inizia a soffiare e a fare ululati minacciosi. Giac non si fa intimidire e i due si azzuffano. Si capisce immediatamente che non c'è storia: di fronte alla determinazione e alla prestanza della volpe, il debole Momotti soccombe in poco tempo, Giac lo soffoca con un preciso morso al collo: Momotti e Taro mostrano al pubblico la loro dipartita strabuzzando gli occhi e estroflettendo la lingua in una grottesca smorfia stereo.
    L'amore ha vinto: Giac corre a rosicchiare le corde che costringono Gnegnelé e i due si baciano teneramente sotto le note di Via col Vento di Steiner.


- Ok, switch off finale della luminanza... poi Khorr manda il jingle abbosco... poi shutdown e handshake massivo.
Bene, le luci si spengono definitivamente, Khorr agisce sulla console per aumentare il volume della musica e infine attendiamo gli applausi scroscianti del pubblico.

Diversi lamenti cominciarono a salire dal gruppo: Kuaddin' era rimasto a schiacciato al suolo, supino; l'osceno panzone peloso palpitava sotto la montagnetta di riso che era stata l'arancino gigante. Dimenava impotente le orrende zampette, diciamo quattro su sei, perché le altre due erano inerti a formare angoli improbabili; dolorose fratture che facevano soffrire il moscone e lo spingevano istintivamente a frullare le ali a terra sollevando un gran polverone. Ziribiglio e Tellina non erano stati più fortunati: quando Ziri era piombato addosso alla foca, i due cadendo avevano rovesciato la padella colma di olio bollente, ustionandosi in maniera seria. Tellina era saltata immediatamente nella sua vasca piena d'acqua, mentre Ziribiglio, che avendo il fitto pelo intriso d'olio sembrava una bradiposauro appena uscito dall'uovo, si rotolava in terra impanandosi con terra e segatura in cerca di sollievo. Vista l'incredibile lentezza pareva però un porchetto sul girarrosto, diligentemente impegnato a cuocersi uniformemente.
Momotti si accorse dell'inutilità dei movimenti dell'amico e si tuffò coraggiosamente nella stessa vasca di Tellina, generando un'onda che andò ad infradiciare Ziribiglio alleviandone la sofferenza.
- Lanciate un health check! - urlò Snippolo non appena si rese conto della gravità della situazione, con ciò ordinando di attivare un'operazione di infermeria. Khorr capì senza la traduzione di Donky (il quale peraltro era rimasto a boccheggiare inerte e sconvolto), già stava andando a recuperare cappellino e camice da paramedico, quando René Sumero, fino a quel momento immobile e rigido come un bronzetto nuragico, si alzò di scatto dal suo seggiolino.
Tutti tremarono.




[Continua...]





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