domenica 13 giugno 2010

Radici.




- Sai perché stai per morire? - chiese l'Untore col suo miglior sorriso.
Le catene che pendevano dal centro del soffitto della Sala Persuasione del Palazzo della Giusta Inquisizione stringevano i polsi insanguinati del suo interlocutore, tirando le braccia leggermente divaricate sopra la testa. Se non fosse stato per quel sostegno Federico sarebbe rovinato a terra, avrebbe dovuto ringraziare i presenti che trattenendolo con quei ceppi impedivano questa possibilità. Invece non aveva fatto altro che lamentarsi, l'ingrato. La sua figura nuda, martoriata e inerme era davanti all'Amato Presidente. La testa era abbandonata in avanti e l'Untore poteva vederne solo la grande massa di capelli lunghi e incollati dal suo stesso sangue. Le gambe erano abbandonate e distese, la parte superiore delle dita dei piedi strisciava appena sul suolo. Federico non si muoveva più, ma l'Untore capiva dal suo respiro irregolare che non aveva ancora perso conoscenza.
- Hai le mani alzate - rise l'Untore - Vuoi darmi la risposta? - Nazio L'Alemanna sogghignò di rimando, mentre in un banchetto vicino a Federico puliva accuratamente i suoi strumenti di tortura, riponendoli negli appositi astucci: il ministro della Difesa Preventiva nel tempo libero si dilettava in queste che chiamava missioni di correzione e conversione.
- Beh, se non rispondi te lo dico io - si agitò sulla sedia.
- Non è per quello che vai predicando... coscienza civile... giustizia... le solite banalità. Non mi hanno mai disturbato - saltò giù dalla sedia, si sentì un rumore come di zoccoli equestri quando le sue scarpe dopo un volo di 30 centimetri toccarono terra.
- Pensa, qualche volta sono io a suggerire i discorsi che Berdegenti legge nei comizi elettorali del Partito d'Opposizione Democratica Moderata - ci pensò su - E se non sono io è Max Al Ulema, lo Sceicco Proletario, il mio miglior alleato.
Prese a camminare in tondo, le mani giunte dietro la schiena.
- No, le parole non sono affatto importanti. Tutti sanno, ad esempio, che noi del Partito dei Puri di Cuore non siamo razzisti, è bastato che le mie televisioni lo ripetessero un numero sufficiente di volte. - si fermò, estese il ghigno a dismisura, una mezzaluna candida d'avorio e capsule gli occupava mezza faccia - Noi sosteniamo la solidarietà, la giustizia sociale, il rispetto delle norme di convivenza civile. E anche l'amore universale, il pacifismo, la Patria, Dio, la famiglia... potrei continuare per ore. Non vedrai mai uno di noi che fa qualcosa di scorretto... o violento... e se per assurdo lo dovessi vedere, sarebbe l'ultima cosa che vedi!
-Bresidente, mi fa sgombisciare! - disse sghignazzando L'Alemanna.
L'Untore attese che il suo sincero ammiratore si ricomponesse, prima di continuare.
- Non è ciò che dici... È piuttosto come lo dici: tutti capiscono che tu veramente credi nelle stronzate che predichi. Questo è pericoloso. La fede, se non la controlli, è destabilizzante, capisci? Qualunque fede è una cosa seria, va convogliata, resa complice: nasce sempre idealista, rivoluzionaria; ci vuole tempo per imbrigliarla e inglobarla nel sistema, chiedilo al Pope se non è vero!
Prese un lungo frustino dal banco di Nazio e lo usò per scostargli alcune ciocche, parve soppesarle assorto.
- Tutte le cose nuove hanno un fascino particolare. Tu potresti avere questo tipo di fascino trascinante. Potresti davvero convertire qualcuno alla tua stupida fede. Potresti convincere altri che è possibile una società diversa da quella attuale, che tutti noi sappiamo essere perfetta. I tuoi vaneggiamenti egualitaristi da checca potrebbero avere un seguito: si sa, mantenere alto il livello di idiozia delle masse è necessario per continuare a controllarle, ma ci espone a questi rischi. Milioni di idioti possono diventare del tutto imprevedibili; se suggestionati da un istrione come te, potrebbero persino cominciare a dubitare di noi.
Scosse la testa come ad allontanare un'immagine fastidiosa.
- Noi non vogliamo rischiare. - concluse, gelido.
Federico ebbe un tremito violento, poi lentamente sollevò la testa. Guardò l'Untore dritto negli occhi, attraverso le ciocche insanguinate. Parlò lentamente, interrompendosi frequentemente per riprendere fiato.
- Ho capito che sarei morto nel momento stesso in cui i tuoi scagnozzi mi hanno prelevato da casa. Tu... tutti voi... siete dei volgari sciacalli... gente che si nutre dell'ignoranza della gente... larve schifose che prosperano nella paura e la diffondono... Siete feccia, luridi parassiti... così stupidi che continuano a succhiare sangue al loro ospite in agonia... ingrassate... ingrassate a nostre spese... ma ricordati, Bislosco, ricorda bene: le mie idee hanno radici forti, si insinueranno, cresceranno... nascoste, sotto la superficie... si ramificheranno in profondità... la Verità sarà il virus che vi contagerà, uccidendovi uno alla volta, fino a che...
Un brutale colpo di manganello alla nuca pose fine al discorso di Federico e alla sua vita.
- Chiedo scusa Bresidente, ma guel gomunista stava probrio esagerando.
- Niente, figurati - rispose l'Untore pensoso - Però mi aspettavo qualcosa di meno trito come orazione funebre. Oh, beh, forse l'ho sopravvalutato.
Fece per uscire dalla sala.
- Ah, Nazio, un'ultima cosa: prima di liberarti del cadavere potresti scotennarlo? Manda lo scalpo ai miei laboratori... lavato bene, per favore... loro penseranno a trapiantarmi i bulbi - si grattò la testa, dove i capelli erano nuovamente radi, nonostante l'ultimo trapianto.
- Capigliatura giovane, sana... mi starà proprio bene!

***



Nello studio televisivo del programma di approfondimento politico Esci dall'Uscio, il viscido conduttore Bruno Tragamerda si apprestava a fare la domanda fatidica al suo ospite. L'Untore sfoggiava una splendida e folta chioma fulva, i flash dei fotografi non smettevano di scattare per immortalarlo in tutta la sua magnificenza.
- Cosa pensa dell'arresto in tempo record degli assassini di Federico Brado, il leader di quel movimento di sovversivi che si fa chiamare Popolo Pervinca? - domandò Tragamerda ossequioso.
- Come vedete, dopo due sole settimane dai fatti, i nostri efficientissimi poliziotti hanno arrestato tre drogati, nonché importanti membri del movimento. Una storia triste e grottesca: contrasti nella spartizione dei territori di spaccio. Vedrete che nei prossimi giorni avremo delle sorprese, i servizi mi hanno informato che l'intera organizzazione non è altro che una copertura per traffici illeciti di ogni tipo!
L'ennesimo flash colse l'Untore sorridente, il riflesso abbagliò il pubblico.
- Nonostante ciò sia sotto gli occhi di tutti, qualcuno dell'opposizione antiritaliana con cui abbiamo la sfortuna di dover convivere, ha avuto il coraggio, ancora una volta, di ribaltare la realtà, di lanciare sospetti e accuse folli alle nostre forze dell'ordine, tirando in ballo complotti assurdi e teorie infamanti. A queste persone io dico: vergogna! Vergogna! Vergogna!
Un applauso scrosciante sottolineò la giusta indignazione del Premier.

***



- La vergine di stanotte è pronta in camera sua, signor Presidente - disse Giovanni Lenone, il Leccaculo in Capo di Palazzo Grigi, il più alto in grado della servitù dell'Untore, incrociandolo mentre si dirigeva verso i suoi alloggi.
- Sì, grazie... No, aspetta: mandala via, o utilizzala tu... io non la voglio, ho un fortissimo mal di testa.
- Come desidera, Eccellenza.

***



La mattina dopo Lenone constatò con stupore che alle 9 del mattino il Presidente non aveva ancora chiamato per farsi portare la colazione.
Strano - pensò, ma impiegò un'altra buona mezz'ora prima di risolversi a bussare timidamente alla porta chiusa.
Nessuno rispose.
Continuò per un pezzo, sempre più insistente, senza ottenere alcun segno dall'interno.
Alla fine decise di chiamare con urgenza Gigi Scritta, il braccio destro dell'Untore, l'unico che si sarebbe potuto permettere di entrare nella camera da letto del Presidente senza esplicita autorizzazione; svariate promettenti carriere erano state stroncate per molto meno e Lenone non avrebbe mai rischiato la sua.
Scritta giunse immediatamente, era molto allarmato, cosa che nessuno avrebbe potuto capire dalla sua espressione, immutabile a memoria d'uomo. Mandò via tutti ed entrò nella sfarzosa Camera Presidenziale, dove troneggiava il grande letto a baldacchino in oro massiccio e stucchi pregiati, dono dello zar Keghebensky, teatro principale - oltre agli ascensori e ai palchi dei convegni - delle leggendarie prestazioni sessuali del Bislosco.
Il Presidente era scivolato giù dal letto, a pancia sotto, la testa capelluta poggiava sul pavimento mentre la parte inferiore del corpo era ancora adagiata sul materasso. I capelli erano sparsi sul tappeto, coprivano completamente il volto e il collo di Bislosco. Le braccia erano contratte, cingevano la testa in una morsa disperata. Scritta non poteva vedere le mani, sepolte sotto i capelli scomposti; sembravano molto più voluminosi dell'ultima volta che l'aveva visto.
Scritta arrivò accanto al corpo e lo scrutò, in piedi sopra di esso. Non dubitò neppure un attimo che l'Untore fosse morto. Gli diede un forte calcio sul fianco, per sfogare la sua frustrazione.
- Dannazione, questo complica tutto!
Il calcio fu così feroce che il cadavere ruotò e scivolò giù completamente. Ora l'Untore mostrava il volto a Scritta.
O ciò che ne rimaneva. Dapprima Scritta non realizzò cosa stava vedendo, poi con crescente turbamento capì: dalle palpebre aperte emergeva una lunga voluta di capelli fulvi. Così anche dalle narici, dalla bocca e persino dalle orecchie. I tratti del viso erano completamente deformati da quel rigoglio tricotico, si sarebbe detto che i capelli crescendo all'interno del cranio gli avessero letteralmente fatto esplodere la testa.
- Radici profonde! - commentò Scritta mentre con mano appena tremante strappava uno di quei capelli dall'interno dell'orbita.
Era appiccicoso e coperto di una sostanza gelatinosa. Scritta se lo avvicinò agli occhi per poterlo scrutare meglio, fece per prendere gli occhiali dal taschino, quando incredibilmente il capello gli sgusciò via dalle dita e andò a trafiggergli l'occhio destro, penetrando totalmente nel vitreo. Scritta non se ne accorse, pensò di avere semplicemente perso la presa.

***



Passarono due settimane, il cadavere dell'Untore fu distrutto in gran segreto; uno dei suoi sosia era stato promosso a Premier. L'autopsia non concluse molto, il patologo - che Scritta eliminò personalmente per evitare scomodi testimoni - ipotizzò una sindrome autoimmune causata dall'ultimo impianto di bulbi piliferi e dall'eccesso di lozioni rinvigorenti per la criniera. Scritta era molto stanco e il suo umore era pessimo: nonostante si sfiancasse 12 ore al giorno per preparare al meglio il sosia a sostituire Bislosco, questo lasciava molto a desiderare. La cosa più grave era che non sapesse proprio raccontare le barzellette.
Ma c'era anche qualcos'altro: l'occhio gli bruciava e aveva una atroce cefalea che niente riusciva a fargli passare.
Negli accessi più lancinanti, al dolore fisico si associava anche una sorta di disagio opprimente, qualcosa che Scritta non aveva mai provato: viveva come dei rapidi trip di situazioni passate, rivedeva ora questa ora quella efferatezza commessa. I fermo immagine lo inquadravano nell'atto di uccidere, estorcere, ricattare, truffare, ordinare esecuzioni e stragi...
Era difficile da spiegare, in questi frangenti gli sembrava come se queste immagini non provenissero dalla sua mente; era come se qualcosa stesse scavando dentro di lui, mettendo solide radici; qualcosa che stava prendendo il controllo, rovistando nella sua memoria per inviargli quei messaggi; un parassita, pronto a sostituirlo e distruggerlo, qualcosa che riusciva a fargli provare uno sconfinato, incontrollabile schifo per se stesso.


Fine.





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martedì 30 marzo 2010

Fuga dal Circo. 8.

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Nel buio della pista, Khorr portò via il nido e il piedistallo, poi cominciò freneticamente a disporre in ordine gli elementi in polistirolo che componevano la scenografia degli ultimi due atti, mentre Donky lo aiutava seguendolo attentamente con lo sguardo, pronto ad intervenire qualora il socio avesse commesso qualche errore. Khorr non commise errori, dimostrando quanto funzionasse bene la procedura di delega totale permanente che Donky attuava con lui.
Non appena fu tutto a posto, la rappresentazione potè proseguire.

  • Atto III: La Battaglia.

    Parte in sordina La Cavalcata delle Valchirie di Wagner, divenendo via via più potente man mano che l'azione prende piede.
    Le luci si riaccendono sulla nuova scenografia: al centro della pista Gnegnelé è legato stretto ad un palo. Tutto intorno un muro di cinta di scatole di polistirolo, foggiate e dipinte in guisa di castello con merli e torri. Accanto a Gnegnelé Momotti e Taro ruggiscono minacciosi, pronti a fronteggiare il pericolo. Vicino a lui difende la fortezza Tellina: è indaffarata tra ciotole e pentole da cucina, con le abili pinne sta impastando riso farina e piselli, rolla accuratamente tutti gli ingredienti facendone delle perfette sfere che fa rimbalzare un paio di volte sul naso lanciandole infine dentro la friggitrice. Gli arancini fritti a puntino vengono scolati e deposti in un vassoio tramite un complesso meccanismo di carrucole che sollevano il cestello della friggitrice e ne depongono il contenuto su un grande vassoio. Tellina aziona il meccanismo tirando le corde cha ha legate con due cappi alle pinne posteriori mentre continua ad impastare gli arancini. La squadra dei difensori è completata da Kuaddin', il cui compito è caricare gli arancini che andranno sganciati sulle truppe assedianti. Nell'anello esterno gira velocissimo un rozzo carretto, forgiato in cartapesta a riprodurre una biga romana. Lo traina un dinamicissimo Mix che schiuma, suda e sbuffa come una locomotiva, insomma pare l'intercity Milano - Venezia, il famoso Giorgione; chiunque del resto della truppa potrebbe giurare di non averlo mai visto così reattivo e (si direbbe quasi) contento, nessuno sapeva che quell'asino scorbutico fosse capace di questo sentimento; parrebbe che il solo fatto di girare in tondo, come l'asino che in definitiva è, lo faccia star bene. In quella situazione, Mix si avvale della sua quinta zampa, il galoppo in tre tempi dei suoi arti posteriori ha un effetto da cartone animato e gli dà una velocità inverosimile. L'interno del carretto è occupato dall'intrepido amante Giac e da un grande cannone: è l'arma segreta che può decidere le sorti della battaglia. Dentro il cannone variopinto è sistemato un ardito aviatore: Ziribiglio , per l'occasione dotato di casco in pelle e occhialoni da aviere della Prima Guerra Mondiale. Mix corre intorno alla fortezza, dando sfoggio di notevoli virtuosismi da slalomista schivando gli arancini sganciati senza interruzione da Kuaddin'. Sottolinea ogni dribbling vincente con un raglio divertito. Vanno avanti così per alcuni giri di pista. Kuaddin' è visibilmente sfinito e vola sempre più a fatica. Il carretto si dirige ora verso in centro e sfonda il muro di polistirolo. Si ferma, il cannone è posizionato ad alzo 45 verso la parete della fortezza. Momotti e Taro non hanno smesso un attimo di ruggire, pavidi e impotenti.
    Kuaddin' ronza minaccioso avvicinandosi a Giac; tra le zampe tiene a fatica un arancino gigante che è intenzionato a sganciare sopra il facile bersaglio per fare strage di nemici. Ma ecco che Giac sposta un drappo mimetico che fino a quel momento ha coperto un narghilè. Dentro il narghilè brucia la famosa spirale verde di uno zampirone. Giac aspira a pieni polmoni, lo zampirone si consuma in pochi attimi. Kuaddin' capisce ma è troppo tardi: Giac sta già soffiando la tossica cortina di fumo verso il moscone obeso, il quale precipita pesantemente al suolo e viene schiacciato dal suo stesso ordigno che colpendolo esplode in un tripudio profumato di riso e piselli bollenti.
    Un rullo di tamburi annuncia l'offensiva finale: si sente una detonazione e Ziribiglio vola in una corta parabola andando a schiacciare Tellina, che è ormai fuori gioco. Giac salta giù dal carretto e va ad affrontare il vile Momotti.
  • Atto IV: Trionfo dell'Amore.

    Giac in due balzi è di fronte a Momotti. Il pusillanime, gonfio come un pesce palla, inizia a soffiare e a fare ululati minacciosi. Giac non si fa intimidire e i due si azzuffano. Si capisce immediatamente che non c'è storia: di fronte alla determinazione e alla prestanza della volpe, il debole Momotti soccombe in poco tempo, Giac lo soffoca con un preciso morso al collo: Momotti e Taro mostrano al pubblico la loro dipartita strabuzzando gli occhi e estroflettendo la lingua in una grottesca smorfia stereo.
    L'amore ha vinto: Giac corre a rosicchiare le corde che costringono Gnegnelé e i due si baciano teneramente sotto le note di Via col Vento di Steiner.


- Ok, switch off finale della luminanza... poi Khorr manda il jingle abbosco... poi shutdown e handshake massivo.
Bene, le luci si spengono definitivamente, Khorr agisce sulla console per aumentare il volume della musica e infine attendiamo gli applausi scroscianti del pubblico.

Diversi lamenti cominciarono a salire dal gruppo: Kuaddin' era rimasto a schiacciato al suolo, supino; l'osceno panzone peloso palpitava sotto la montagnetta di riso che era stata l'arancino gigante. Dimenava impotente le orrende zampette, diciamo quattro su sei, perché le altre due erano inerti a formare angoli improbabili; dolorose fratture che facevano soffrire il moscone e lo spingevano istintivamente a frullare le ali a terra sollevando un gran polverone. Ziribiglio e Tellina non erano stati più fortunati: quando Ziri era piombato addosso alla foca, i due cadendo avevano rovesciato la padella colma di olio bollente, ustionandosi in maniera seria. Tellina era saltata immediatamente nella sua vasca piena d'acqua, mentre Ziribiglio, che avendo il fitto pelo intriso d'olio sembrava una bradiposauro appena uscito dall'uovo, si rotolava in terra impanandosi con terra e segatura in cerca di sollievo. Vista l'incredibile lentezza pareva però un porchetto sul girarrosto, diligentemente impegnato a cuocersi uniformemente.
Momotti si accorse dell'inutilità dei movimenti dell'amico e si tuffò coraggiosamente nella stessa vasca di Tellina, generando un'onda che andò ad infradiciare Ziribiglio alleviandone la sofferenza.
- Lanciate un health check! - urlò Snippolo non appena si rese conto della gravità della situazione, con ciò ordinando di attivare un'operazione di infermeria. Khorr capì senza la traduzione di Donky (il quale peraltro era rimasto a boccheggiare inerte e sconvolto), già stava andando a recuperare cappellino e camice da paramedico, quando René Sumero, fino a quel momento immobile e rigido come un bronzetto nuragico, si alzò di scatto dal suo seggiolino.
Tutti tremarono.




[Continua...]





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martedì 23 marzo 2010

Il Corsaro Sottozero. 3.

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- ... E così eccoti serviti papà e mamma tutti per te... Per qualche ora al giorno, meglio di niente, no?
Flora attese che la sorella reagisse in qualche modo, ma Sibilla continuava a rimanere sdraiata sul letto con le braccia conserte ad ammirare il soffitto.
- Non mi devi ringraziare, lo faccio volentieri! - provò a insistere Flora.
Sibilla si rigirò mettendosi a pancia sotto, premendo la faccia sulle lenzuola e schiacciandosi nel contempo un cuscino sulla testa.
La sua voce arrivò da lì sotto ovattata e piagnucolante:
- Non mi interessa! Non me ne faccio nulla!
- Ma Sibilla, te lo ripeto: me l'hanno chiesto loro! Si sono accorti di averti un pò trascurato e ora vorrebbero trascorrere un pò di tempo con te! Mi hanno chiesto se potevo badare ad Ettore e io ho accettato... per la mia sorellina!
E soprattutto per la sorella di mia sorella - pensò Flò. Aveva leggermente modificato i fatti, ma lo faceva per il bene di tutti.
Sibilla lanciò via il cuscino e sollevò il volto, guardando la sorella con gli occhi lucidi e arrossati.
- Non ci credo! Chissà cosa speri di ottenere! E comunque ormai ho deciso: da qui uscirò solo a crociera finita!

Il mattino dopo, Flora era sul ponte superiore alla guida di una monoposto ad 8 ruote rosso fuoco, decapottabile. Dentro al mezzo, un passeggino pieghevole, stava il piccolo Ettore, incuriosito dalla nuova situazione e fermamente deciso a far conoscere alla sua autista di che pasta era fatto.
- Eh, Totorino, tua sorellina mi devi proprio un favore. - disse Flora rivolgendosi ad Ettore mentre spingeva lentamente il passeggino verso l'Area Giochi per i più piccoli.
- Ora Flò ti porta in un posto bellissimo, pieno di un sacco di giochi megagalattici, ti lascia lì con altri poppanti puzzoni come te e delle sorveglianti brave brave che stanno attente che non ti faccia la bua... - si fermò e gli andò davanti, inchinandosi per solleticargli il collo. Ettore sghignazzò allegro.
- Nel frattempo la tua so-rel-lo-na raduna le sue brave amichette e decide insieme a loro cosa fare stasera? Eh? Contento birillo? Eh? - chiese Flò facendogli smorfie e pernacchie che lo fecero ridere fino alle lacrime. Come Flò aveva facilmente previsto, Sibilla aveva impiegato 12 minuti a convincersi che tutto sommato poteva anche accontentarsi di avere i genitori tutti per sé solo qualche ora al giorno.
Così, senza ben capire com'era accaduto, papà Manlio e mamma Amélie si ritrovarono a scambiare un piccolo mostro in pannolino con una piccola signorina ciarliera.
Certo, con Sibilla non correvano il rischio di dover correre precipitosamente in bagno per cambiarle un pannolino divenuto troppo pesante, ma il sogno di passare qualche ora soli soletti come giovani piccioncini era rimasto un sogno. Beh, se non altro in questo momento stavano finalmente facendo il massaggio shiatsu, tutti e tre insieme, anche se ad Amélie era rimasto il dubbio che forse sarebbe stato più rilassante se Sibilla non avesse continuato a parlare ininterrottamente.
Flora raggiunse l'entrata dell'Area Giochi e trovò ad attenderla le sue tre amiche che erano arrivate in anticipo. Ettore cadde immediatamente vittima di diversi pizzicotti alle guance inferti dalle bambine mentre emettevano urletti acutissimi vicino alle sue tenere orecchie; sopportò senza lamentarsi ma meditando vendetta. Giocarono con lui forse un minuto scarso, poi si stufarono e cominciarono a parlare fitto fitto con Flora di chissà quali interessantissimi argomenti. Assorbite totalmente nel discorso, sembravano essersi improvvisamente dimenticate della sua presenza, fecero capannello accanto al passeggino, le amiche messe di spalle tra Flora e il passegino, coprivano la visuale a quest'ultima.
Ettore, forse sentendosi solo, o più probabilmente per sfuggire a un nuovo possibile attacco di pizzicotti, decise che era giunto il momento di separarsi dalla sorella.
Senza offesa Flò, ci vediamo dopo. - pensò il fratellino mentre con maestria da contorsionista esperto si liberava dalle cinture del passeggino, scivolava giù e gattonando silenzioso come... un gatto!... si allontanava dalla combriccola confabulante. Dove andare? Banale Area Giochi vista mille volte oppure quella porta metallica semichiusa là in fondo, quella con sopra un cartello giallo triangolare dove chi sapeva farlo poteva leggere Divieto di Accesso in 7 lingue diverse?
Vado matto per l'avventura - pensò Ettore mentre senza ulteriori indugi si diresse verso l'antro misterioso.

- E allora Gina mi dice: 'Ma perché hai detto a Lucia che Sonia aveva raccontato a Giovanna che Alberto aveva saputo che Gianni aveva fatto una confidenza a Vittorio dicendogli che gli piacevo?' - disse Flora tutto d'un fiato. Le sue amiche ascoltavano rapite.
- Io le ho dovuto rispondere: 'Guarda che ti sbagli, io ho solo mandato una mail ad Antonella dove le scrivevo che Lucia aveva detto'... AAAAH! Non entrare lì!!
Le amiche la guardarono perplesse. Flora fissava terrorizzata un punto alle loro spalle.
- Flora, non capisco, perché urli... e poi: a chi ha detto di non entrare Lucia?? - chiese una delle amichette.
- No! Io! Lui! - Flora, atterrita e tremante, indicò la porta socchiusa - Ettore! Scusate! - e scansandole corse via a cercare di fermare il fratellino che proprio in quel momento stava varcando la soglia dietro la quale sperava di incontrare fantastiche avventure.
Era lontana una trentina di metri e corse più forte che poteva, ma prima che lo raggiungesse il bimbo sparì dietro la porta.
- Oh mamma! Oh mamma! - pregò Flora col cuore in gola. Entrò anche lei, giusto in tempo per vedere in fondo ad un buio corridoio un tizio in uniforme dentro uno stretto ascensore nel quale, un secondo prima che le porte si chiudessero, sgattaiolò il bimbo. L'ascensore partì con il piccolo clandestino, il passeggero in uniforme, voltato verso la parete dell'ascensore, non parve accorgersi di nulla. Flora ebbe fuggevoli e terrorizzanti immagini di un processo: alla sbarra degli imputati c'era lei, l'accusa era abbandono di Totorino; severi giudici vestiti da corvi la accusavano urlando mentre mamma e papà piangevano tra il pubblico. Sibilla li consolava e ogni tanto guardava nella sua direzione con un'espressione soddisfatta da piccola biscia traditrice; sembrava volerle dire:
Ora sono tutti per me!



[Continua...]




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sabato 20 marzo 2010

Fuga dal Circo. 7.

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- Azione! - gridò Snippolo seduto sullo scranno da regista, una squallida sedia pieghevole in tela nella cui spalliera aveva scritto con tratto incerto Aret Direttor.
Ogyvolo contemplò con disgusto il baschetto nero e gli occhiali a specchio del collega, poi obbediente usò il frustino per sferzare con sadismo Donky & Khorr affinché andassero ad eseguire il loro compito nella rappresentazione che si stava inscenando.
Il ruolo degli scimmioni era equamente ripartito: Khorr si occupava di aprire e chiudere i sipari, cambiare scenografie e direzionare le luci; curava il mixaggio audio e video e gli effetti pirotecnici; nei ritagli di tempo portava drink e salatini ai nani.
Donky supervisionava e fungeva da elemento di raccordo tra direzione umana e cast bestiale: praticamente non faceva un cazzo, salvo biascicare poche parole, masticate e confuse, in slang animale; l'intento era tradurre i voleri dei nani al collega e ai freak, ma c'erano scarse possibilità che i poveri animali capissero quali periodi di senso compiuto si nascondessero dietro quei borborigmi grotteschi. Così il più delle volte doveva essere lo stesso Ogyvolo a farsi capire con sguardi minacciosi e rudi ceffoni, col che Donky risultava definitivamente inutile.
Sulle gradinate era presente uno spettatore d'eccezione: René Sumero era giunto a sorpresa per assistere alle prove del numero corale che egli stesso aveva preteso pochi giorni prima. Oggi era vestito con una lunga tunica tubolare in orbace lilla, ricamata di verdi stelle a uncinetto, una riedizione etnica dell'abbigliamento del mago Merlino di disneyana fattura. Il copricapo, elemento immancabile, era un altissimo cono anch'esso lilla e munito di fitto firmamento; ad impreziosirlo portava infilzato sulla punta uno spiedino di taccole flambé con larderelli e foglie di mirto, orgoglioso simbolo culinario del suo paese d'origine.
La presenza del capo rendeva i nani particolarmente nervosi, ma i due manifestavano il disagio in modo molto diverso:
Snippolo era logorroico, dava incessantemente istruzioni alle maestranze, utilizzava un ridicolo vocabolario tecnico di sua invenzione che secondo le intenzioni doveva colpire favorevolmente René.
Così, quando diceva:
- Allumate bianco il trampolato acciocché la view sia best.
significava:
Puntate lo spot bianco su Gnegnelé in modo da far risaltare la sua figura.
Ogyvolo invece si sforzava di rimanere perfettamente silenzioso, perché se avesse parlato questa volta non sarebbe riuscito a dissimulare il suo furore e disgusto e avrebbe rivolto a Snippolo e ai gorilla i più stucchevoli complimenti; correva ininterrottamente da una parte all'altra, scuotendo incessantemente la testa, un riflesso incontrollabile che derivava dall'intimo dissenso che provava per qualunque cosa il collega decidesse: era sempre contrario a qualsivoglia proposta di Snippolo, ma non ne avanzava mai una sua. Era perciò una sorta di mimo incazzoso che ribadiva con gesti bruschi ed eloquenti gli ordini di Snippolo a Donky e Khorr. Il suo fraseggio tipico comprendeva tra gli altri: il cipiglio cinghialesco, il gesto dell'ombrello, il medio falloide con e senza appendici laterali e, usatissima, la rappresentazione pleonastica sfinterica, altrimenti detta del culo così.
Raramente però dava il tempo ai quadrumani di eseguire ciò che chiedeva, in quanto quasi subito concludeva che i due erano incapaci di adempiere al compito; allora, arrotando i denti e serrando le mascelle, li affiancava taciturno e faceva al posto loro ciò che gli aveva appena ordinato, cercando di folgorarli con lo sguardo per la pessima figura che stavano facendo a causa della loro indolente incompetenza.
Era dunque una catena di comando confusa e poco rodata e in queste condizioni fu un vero miracolo riuscire a rappresentare lo Spettacolo Corale dall'inizio alla fine.
Lo spettacolo era diviso in 4 atti e cominciava con Gnegnelé al centro della scena.
Le luci si attenuarono e la rappresentazione poté cominciare.

  • Atto I: La Seduzione.

    Gnegnelé è sopra un largo nido circolare di paglia e fango. Il collo, mostruosamente lungo rispetto alla normalità per la sua specie, è ripiegato e dissimulato sotto le piume arruffate tra le clavicole, servirà per la sorpresa finale.
    Ha vicino un sacco, pieno di penne bianche e rosa.
    La colonna sonora è Why don't you do right di Kansas Joe McCoy, nella cover di Jessica Rabbit.
    La pettegola infila il becco nel sacco ed estrae le penne. Ad una ad una comincia ad incastrarsele voluttuosamente nelle ali, nel petto, nella coda, con fulminea perizia. Prima che la musica finisca, Gnegnelé ha completamente mutato aspetto: le penne posizionate con maestria ne hanno reso la livrea del tutto simile a quella di un fenicottero; l'illusione è completa non appena dal fondo del sacco estrae un becco adunco posticcio e lo indossa sopra il proprio, elevando il collo in tutta la sua lunghezza e ripiegando il capo in avanti a disegnare un'elegante S. Non fosse per le zampe troppo corte, nessuno potrebbe dubitare che si tratti di un fenicottero rosa. D'altra parte, le zampe sono nascoste in quanto Gnegnelé rimane adagiato sul nido.

    Interviene Snippolo:
    - Qui inseriamo un frame timestamp per l'handshake client.
    Qui facciamo una pausa per gli applausi del pubblico.

    La musica finisce, c'è un intermezzo di piano a commento, mentre uno spot illumina Giac, a qualche metro dal nido. La luce lo segue mentre si avvicina a Gnegnelé, curioso. La volpe indossa un borsalino nero, fuma una sigaretta, tenuta da un lungo bocchino dorato. Si avvicina flettendo corpo e coda con eleganza. È evidentemente attratto da quella bella creatura.
    Comincia la seduzione, parte il flamenco che Giac comincia a ballare da solo muovendosi intorno al nido, battendo rumorosamente le zampe come usano i ballerini bipedi dotati di tacchi . Giac non ha ovviamente le scarpe: il forte rumore metallico è dovuto a dei portauovo d'argento che il geniale Ogyvolo gli ha infilato a forza nelle zampe. Per legargli le nacchere alla coda il perfido nano ha usato del fil di ferro. Giac agita ritmicamente la coda e le nacchere tintinnano seguendo la musica. Entra dentro il nido di Gnegnelé, e comincia i suoi virtuosismi di fumo: anelli, ciambelle, punte di trapano, finanche una riproduzione piuttosto fedele della Torre di Pisa. I due sono ora illuminati da spot di vari colori, così che le volute di fumo appaiono ancora più spettacolari.
    La pettegola/fenicottero è evidentemente colpita, e accetta di ballare con Giac. Non ha nacchere, ma produce un rumore simile aprendo e chiudendo a tempo il becco finto, che Ogyvolo ha ricavato a martellate partendo da un campanaccio di capra poi verniciato.
    Le teste dei due animali si avvicinano, la musica termina e le luci si attenuano, lasciando intendere al pubblico che è scoppiato l'amore.


  • Atto II: Il Rapimento.

    Le luci si accendono nuovamente e parte imperiosa l'ouverture de Il ratto dal serraglio di Mozart. Il pubblico può vedere Giac che si struscia affettuosamente su Gnegnelé e si allontana nel buio.

    Snippolo interviene di nuovo:
    - Un message overflow indica che Giac ha schedulato il find della home di gruppo.
    La voce del narratore spiegherà che la volpe si è allontanata a cercare un posto dove stabilire la dimora comune.

    L'uccello è nuovamente solo nel nido, ora gli spot inseguono una strana creatura che si muove furtiva nell'ombra: è il Momotauro, un orrendo essere bicipite che si è invaghito della pettegola. Ha assistito al rituale d'accoppiamento tra Giac e Gnegnelé ed è folle di gelosia. Approfitta della temporanea assenza di Giac per saltare dentro il nido. Il fragile Gnegnelé è tremendamente scosso dall'ardire di quella bestia sconosciuta, ma ancora non ha compreso con che razza di mostro ha a che fare. Quando Taro, per l'occasione corredato di due corna di cartapesta, si palesa in tutta la sua morbosa bruttezza, spalancando la bocca e ruggendo come un carlino ubriaco, per Gnegnelé lo sgomento è intollerabile: cade a terra privo di sensi. Il Momotauro afferra la pettegola per il lungo collo e la trascina via, esile pollo inerte, dileguandosi nelle tenebre. Gli spot indugiano sulla scia di piume bianche e rosa che il rapitore si lascia dietro.

    - Shutdown del secondo atto e reboot delayed con locheil modificato.
    Qui termina il secondo atto. Il terzo atto comincia dopo un breve intervallo necessario ad allestire la nuova scenografia.




[Continua...]


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lunedì 15 marzo 2010

Attumarroi. 3.

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Avevo deciso di resistere fino a quando mamma e papà sarebbero rimasti in cucina, poi, con lo spegnersi della luce elettrica, l'oscurità sarebbe stata totale e a quel punto avrei potuto dichiarare la mia vittoria e cedere al sonno.
Non passò molto tempo, la lampada in cucina fu spenta, i miei genitori attraversarono silenziosi il corridoio accompagnati dalla palpitante fiammella della candela e raggiunsero insieme la loro camera.
Pochi minuti dopo fu il buio. Chiusi gli occhi, abbondantemente fiera di me stessa per la sfida vinta.
L'alternarsi del lieve russare dei miei fratelli, a cui si aggiunse presto quello di mio padre, non mi disturbava; al contrario generava un ritmo quasi ipnotico, era la mia personale Sonata delle Buonanotte: una jazz session per fiati magistralmente interpretata dai tre tenores che da anni mi accompagnava verso il riposo.
Fu per questo che, ben avviata verso il letargo, mi ritrovai repentinamente sveglia come il proverbiale grillo e altrettanto tesa non appena accadde qualcosa di straordinario: il russare cessò di colpo. Il silenzio improvviso fu come una mano che si serrasse ad accartocciarmi lo stomaco; dapprima pensai ad una rara coincidenza, ma passavano i secondi e nessuno dei tre orchestrali riprendeva il concerto. Nella vana attesa di un grugnito familiare, la mia agitazione andava aumentando.
Presi a formulare le ipotesi più disparate:

  • Guarigione miracolosa multipla da roncopatia cronica per intercessione della Madonna del Velopendulo di cui mia madre era devota.
  • Efferato omicidio plurimo dei tre membri rumorosi della mia famiglia. Le modalità del crimine suggerivano che il responsabile andasse cercato nella ristretta cerchia del parentado, ma a mio parere al sicario avrebbero potuto concedere le attenuanti generiche, in quanto vittima reiterata di tortura tramite privazione del sonno. Avrei dovuto rivelare, se interrogata, lo scarso amore della mamma per le Sonate notturne che io trovavo così rilassanti?
  • Improvvisa totale sordità da cerumite fulminante.


In quest'ultimo caso, però, non avrei dovuto sentire nulla. Allora cos'era quello strano raspare che andava facendosi sempre più nitido?
Sembrava provenire dall'alto, qualcosa stava grattando insistentemente.
Sarà il solito topo - mi ripetevo poco convinta, ma mi accorsi con imbarazzo che stavo strizzando gli occhi chiusi come quella famosa notte. Il rumore crebbe e crebbe ancora e insieme ad esso la mia inquietudine.
Fu con sollievo che accolsi l'improvvisa ondata di luce che mi filtrava attraverso le palpebre chiuse, perché mi forniva una chiave di lettura insperata: certo, come avevo fatto a non pensarci? Papà si era svegliato, aveva trafficato un pò alla cieca prima di riuscire a trovare i fiammiferi e ad accenderne uno sfregandolo sulla scatola, ecco cos'erano gli strani fruscii; chissà quanti ne aveva provato, troppo umidi per incendiarsi; con il primo buono aveva dato fuoco allo stoppino del moccolo. Spiegava tutto.
Aprii perciò gli occhi fiduciosa di trovare conferma alla mia ipotesi.
La luce filtrava da un buco nel soffitto, dove un grosso nodo ovale delle assi si era staccato molto tempo addietro, lo stesso dove papà aveva fatto passare la bacchetta impellicciata.
Era una luce bianca, intensa, diurna.

Paralizzata e muta dallo stupore, una parte di me ancora cerca di convincermi che quella luce, proveniente dalla mansarda dove riposa Gian Piero, scaturisca da un lume acceso dal mio fratellone, poco importa se è troppo brillante e non ha niente del giallognolo chiarore al sodio di ceri o lampade a petrolio.
Un fruscio, qualcosa si infila nel buco e per un momento è nuovamente buio; quindi si sente un rumore come di coltelli che si conficcano nel legno. Le assi scricchiolano, poi si schiantano rumorosamente: la breccia si allarga, il bagliore invade la stanza, nubi di polvere si vanno espandendo nell'aria, rendendo tangibile il cono di luce. Schegge di legno e frammenti di vernice scrostata ricadono al suolo tintinnando. Sopra di me si staglia quello che pare un cielo azzurro, si direbbe che nella mansarda sia giorno.


Per tutto l'azione seguente la colonna sonora fu gentilmente fornita da me: urla soffocate, suoni disarticolati, singhiozzi, mugolii terrorizzati.
Qualcosa di scuro parve scivolare giù dal buco; come un rampone che cerca la presa tornò su andando ad uncinare le assi spaccate. Era una zampa, una vera zampa dotata di unghie che parevano di acciaio brunito. Agganciarono le assi e tirarono ancora. Un altro pezzo di solaio venne via, il buco era sempre più ampio. Nessuno pareva accorgersi dei miei versi disperati, nei letti confusi al di là della polvere che mi circondava i miei fratelli rimanevano immobili e muti. Fino a quel momento non avevo neppure pensato alla possibilità di scappare. Non ne ebbi il tempo: appena scaraventai via le coperte per balzare giù dal letto, la zampa, con un unico movimento repentino e incomprensibile, si protese verso di me, ingigantendosi mentre si avvicinava. Le punte ricurve di quelle enormi unghie affilate mi trapassarono in diversi punti la camicia da notte: bucarono la stoffa sul petto, sull'addome, lasciandomi del tutto incolume per pochi millimetri. Agganciata in quel modo, la zampa mi strattonò violentemente verso l'alto.
Volavo verso il buco sul soffitto a velocità vertiginosa, a giudicare dal vento impetuoso che sentivo in faccia. Mi aspettavo da un momento all'altro che la camicia da notte si strappasse del tutto facendomi precipitare giù, ma questo per qualche motivo non avvenne. Salii per lunghissimi secondi, quasi che la camera fosse alta come una cattedrale gotica; il varco sembrava lontano e man mano che mi ci avvicinavo mi resi conto di quanto fosse grande, uno squarcio dal contorno seghettato aperto su un cielo percorso da rari cirri; nel momento in cui lo attraversai avrei giurato che fosse abbastanza largo da farci passare due carri uno a fianco all'altro.


[Continua...]


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martedì 9 marzo 2010

Il Corsaro Sottozero. 2.

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- Ma ne sei proprio sicura? - Chiese la mamma per la terza volta, mentre con una mano si spazzolava i lunghi capelli e con l'altra spolverava di talco il sederino di Ettore nudo sopra il copriletto del lettone.
Ai piedi del letto il pannolino appena cambiato, il terribile contenuto era ben chiuso al suo interno, ma a giudicare da quanto era gonfio Flò calcolò che suo fratellino fosse in grado di produrre circa mezzo chilo di cacca.
- Manlio, svegliati, forza! - disse la mamma scrollando il papà che dormiva accanto al piccolo grugnendo come un porcello.
Ettore si rotolò sul materasso puntando verso la testa del papà, raggiuntala cominciò a tirarne la rada capigliatura.
- Ecco, bravo Ettorino, pensaci tu a svegliare papi.
- Ma sei veramente certa...?
E quattro - pensò Flò - Ok, signore e signori: va in scena 'Figlia responsabile. Atto primo'
- Mamma, non ti preoccupare! Ho dieci anni, sono una ragazzina ormai! Forse non ti fidi? - disse mostrandosi delusa e un pò offesa - Voi avete bisogno di riposo... da quando siamo partiti siete sempre rimasti chiusi in cabina.
- Ma che dici? ieri eravamo alla Cena di Gala col capitano!
- Ma sembravate due zombi! Tu eri spettinata e avevi il rossetto sbavato e papà era ridicolo con quel marsupio fucsia sullo smoking. Ettore è riuscito ad evadere due volte dal marsupio mentre papà dormiva in piedi, la seconda volta si è lanciato in caduta libera sul vestito di quella gran dama strappandolo!
- Avevo il rossetto sbavato? Oh, che tremenda vergogna!
Colpita e affondata!
- Mamma, sono già passati tre giorni, siete venuti qui per riposarvi e invece siete due relitti peggio di quando siamo partiti... Fìdati, posso badare io ad Ettore!
La mamma si sedette sul letto dove era ancora in corso la battaglia tra padre e figlioletto. Manlio, incosciente, emetteva bassi lamenti che straziavano il cuore, Ettore stava stravincendo, metà dello scarso scalpo del papà era ormai attorcigliato tra le sue manine paffute. La mamma scosse la testa, Flò capì che era pronta a cedere e diede il colpo di grazia:
- Sarebbe solo per qualche ora al giorno... di notte dormirebbe con voi, ma avreste un pò di tempo libero per godervi la crociera. Sai che c'è una vasca idromassaggio clamorosa?
- Aaaah, l'idromassaggio - disse la mamma fissando il vuoto. Si alzò avvicinandosi alla sua figlia maggiore, le prese le guance tra le mani, era commossa.
- Ma tu? Che farai? Io e papà vogliamo che voi vi divertiate, se dovrai badare a tuo fratello non avrai tempo per...
- Non preoccuparti - la interruppe Flora - Ci possiamo mettere d'accordo per gli orari: posso rimandare danza se voi volete fare i massaggi shiatsu, ci sono 4 corsi al giorno... Se una mattina non sto in piscina non fa nulla, posso portare Ettore con me al mini autoscontro... mi posso organizzare, tranquilla!
- Sai che ti dico? Mi hai convinto! Sei proprio una bravissima bambina! - la baciò in fronte.
Evvvvaaaaiiii!
- Ma se dovesse essere troppo pesante, non aver paura di dircelo, mi raccomando!
- Certo! Quando me lo dai? - chiese Flò impaziente.
- Oh, beh, non so... - rise - Quando vorresti cominciare, piccola baby sitter?
- Anche subito!
- Bene - disse la mamma abbracciandola, quasi piangendo nel constatare quanto fosse matura e generosa la propria figlia - Lasciami parlare con papà poi sarà tutto tuo!
- Perfetto! Vado in camera mia, non vedo l'ora di dirlo a Sibilla!
- A proposito, tua sorella come sta? Ultimamente mi sembra un pò triste.
- Sibilla triste? Scherzi? - rispose Flora poggiando la mano sul pomello della porta che separava la stanza dei genitori da quella che divideva con la sorella - Aspetta che le dia la notizia e vedrai!
Mentre lo diceva aprì la porta abbassando il tono della voce fin quasi a sussurrare. La mamma non capì che relazione potesse esserci tra la notizia che Flora sarebbe stata una baby sitter part-time per Ettore e la felicità di Sibilla, ma preferì non pensarci troppo su. Mentre Flora si chiudeva la porta alle spalle, ebbe il tempo di vedere che nella camera accanto Sibilla era sdraiata sul suo letto. Aveva un'espressione che alla mamma pareva tutt'altro che felice.


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mercoledì 3 marzo 2010

Attumarroi. 2.

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A nulla valevano timide proteste o pratiche dilatorie, mamma era tassativa.
Una volta Serena le fece notare che - caso piuttosto raro - non c'erano patate per cena.
- Allora subito a letto, che aspettate? - rispose mamma per la quale valeva il dogma di infallibilità.

Quella notte era particolarmente fredda, in via del tutto eccezionale la mamma aveva riscaldato le coltri davanti al camino.
Ci spogliammo rapidamente e guizzammo sotto le lenzuola, contorcendoci dentro il letto per infilarci le camicie da notte.
Il tepore era piacevole, anche se le coperte esalavano una fragranza come di arrosto, in coincidenza sospetta con il menu appena consumato, che prevedeva braciole di Poldo (il nostro buon ex porcello) e patate alla brace.
La corrente elettrica era arrivata in paese solo pochi anni prima, spesso il vento o la pioggia o motivi imprecisati causavano black out di ore o giorni. Oggi eravamo fortunati, la debole luce al tungsteno tremolava incerta, pendendo dal lungo filo al centro del soffitto. La mamma fece il consueto giro di ispezione per controllare che fossimo pronti per affrontare la notte, ci diede un bacio e spense la luce, spostandosi in sala da pranzo dove sapevo che avrebbe approfittato della luce artificiale per sferruzzare un pò. Papà era con lei, si misero a parlare a bassa voce, alternavano silenzi a fitte conversazioni e brevi risate. Molti anni dopo mi sarei resa conto di quanto preziosi dovessero essere quei pochi momenti di intimità tra i miei genitori, gli unici nell'intera giornata in cui per qualche minuto potevano dedicarsi l'uno all'altra senza altre occupazioni o elementi di disturbo; o almeno così sarebbe stato se i loro pargoli avessero ceduto rapidamente a Morfeo. Il piccolo Orazio e Riccardo in effetti cominciarono a russare pochi istanti dopo che la luce fu spenta. Io, Ismaele e Serena, al contrario, eravamo più svegli che mai. Eccitati all'idea che quel freddo e il cielo nuvoloso potessero presagire ad una intensa nevicata notturna, fantasticavamo su quanta neve avremmo trovato il giorno dopo e come avremmo potuto sfruttare il giorno di vacanza forzata da scuola. Ismaele si ingegnava ad immaginare slitte improvvisate; ci descriveva come le avremmo costruite, frankenstein inanimati di vecchi giochi e materiali di scarto. Ci spiegava come le avremmo usate per lanciarci giù dalle colline imbiancate. Io e Serena ascoltavamo e commentavamo entusiaste, dando suggerimenti su come migliorare quelle strane invenzioni.
Dopo molto tempo trascorso in questo modo esaurimmo gli argomenti ma non la vivacità; ci riducemmo a scambiarci battute idiote ridendo rumorosamente per il solo gusto di sentire la nostra risata. Più volte papà ci riprese seccato, intimandoci il silenzio.
Nel buio che ci circondava, la luce che proveniva dalla sala da pranzo sembrava molto più forte di quanto obiettivamente fosse, un surrogato tecnologico di stearica. Concentrandomi sulle continue variazioni del gioco di ombre mi sembrava di poter percepire i movimenti di papà, quasi lo vedevo camminare avanti e indietro, voltato di lato verso mamma, seduta e china sul suo lavoro a uncinetto.
Improvvisamente la luminosità si affievolì, mi accorsi in ritardo che papà si era spostato dalla sala da pranzo e ora eclissava con la sua mole la luce, ingombrando la porta della nostra camera. Ritto in piedi, assunse una postura che doveva esprimere autorità, gambe larghe, gomiti verso l'esterno e pugni sui fianchi. Sono sicura che se lo avessimo potuto vedere in faccia avremmo scoperto che non riusciva a trattenere un sorriso di fronte ad un'interpretazione così improbabile. Con voce bassa e profonda ci intimò:
- Bambini, è molto tardi, chiudete gli occhi subito, perché se Attumarroi passa e vi trova svegli, vi porta con sé. Nemmeno io riuscirei a fermarlo.
Altre volte papà ci aveva evocato la minaccia di quella creatura dell'Oscurità. Il mio scetticismo iniziale era stato clamorosamente sconfessato quando tutti fummo testimoni oculari di un'apparizione: una notte come questa, dopo analoghe minacce di papà, da un buco tra le assi del soffitto comparve improvvisamente e per pochi secondi una lunga coda marrone; tanto bastò a farci ammutolire immediatamente, tenni chiusi gli occhi strizzandoli fino a farmi male; la paura e l'agitazione ritardarono di ore la venuta del sonno, ma il silenzio era perfetto. In seguito riflettei sul fatto che poco prima dell'apparizione avevo sentito lo scricchiolare dei passi di papà in soffitta, che mai avevo visto un gatto muovere la coda come una bacchetta rigida e storta e che il pelo della coda mi ricordava molto quello della lepre che papà aveva catturato qualche giorno prima in una battuta di caccia in compagnia di Buck Emilio, la nostra donnola.
Penso che anche Ismaele e Serena nutrissero profondi dubbi sulla reale esistenza terrena di quel gatto rapitore di bambini, ma nel dubbio fecero silenzio.
Dal canto mio avevo mangiato la foglia, non c'era nessun Attumarroi, ma capii che era ora di arrendersi.
Perciò finalmente mi quietai, ma tenni orgogliosamente gli occhi aperti, nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio che non credessi minimamente nell'esistenza di quel ridicolo gatto marrone.

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lunedì 1 marzo 2010

Fuga dal Circo. 6.

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Il sermone di Momotti (e Taro).

Momotti agitò mollemente la coda sinuosa, socchiuse gli occhi e cominciò:
- Un giorno un giovane avventore che aveva appena bevuto il quinto mojito con erba gatta chiese al saggio barman:
O saggio barman, dimmi: lo scarabeo stercoraro che rotola la sua morbida palla per i prati sente il profumo dei fiori che ha intorno?
Il saggio barman rispose:
Non lo so, ma se vuoi possiamo chiedere ai bacherozzi che ospito nel macinino, confusi tra i chicchi di caffè.

- Per capire la massima zen dobbiamo innanzi tutto chiederci chi noi siamo: siamo lo scarabeo, che fatica incessantemente trasportando il suo carico nauseabondo? Oppure siamo la palletta di sterco, che si lascia passivamente trasportare attraverso un mondo fiorito e fragrante, giacendo in quell'Eden come un rifiuto, un oggetto sgradevole e alieno?
- Palle di merda! Tutti palle di merda! - sibilò Taro: la seconda testa di Momotti finalmente si palesò, sollevando il collo che partiva dalla sommità della capoccia più grande. Era delle dimensioni di una pallina da ping pong e non aveva niente dell'elegante grazia felina; aveva piuttosto le sembianze di un chihuahua senza orecchie, occhi enormi e cattivi e una lunga zazzera che normalmente usava per nascondersi piegando il collo in avanti, di modo che il ciuffo pareva avere origine da Momotti. Diversi piercing al labbro e un grosso moschettone infilato tra le narici tradivano il suo gusto estetico punk . La cosa più inquietante del suo aspetto erano però i dentini: fittissimi e affilati come aghi, in numero enorme e disposti su più file, come quelli degli squali. Sfregandoli tra loro produceva piccole scintille il cui sfrigolio rendeva il rumore del digrignare ancora più sinistro.
Momotti proseguì senza badare al suo alter ego.
- Come questi industriosi scarafaggi che rotolano incessantemente la loro preziosa biglia marron, così anche noi: la nostra vita è un doloroso incessante scorrere di prove e spettacoli. Eseguiamo i lunghi e faticosi esercizi che i nani... -
- Nani bastardi! - interloquì Taro.
- ... ci impongono. Ci svegliamo stanchi ed andiamo a dormire esausti e i nostri pasti e il nostro lavoro sono una merda, possa Siddharta perdonarmi l'eloquio più consono al mio fratello poco illuminato.
- Ma siamo anche palle di sterco, perché tutti noi in un modo o nell'altro siamo le scorie, i freak, i mostri da cui gli uomini e gli animali normali stanno alla larga. Non decidiamo il nostro destino e la nostra direzione, veniamo trasportati nel mondo e non abbiamo preoccupazioni. Chi siamo dunque? - Momotti attese qualche istante che qualcuno intervenisse. Perdurava un silenzio tombale, nessuno evidentemente andava orgoglioso di identificarsi con alcuno dei ritratti appena fatti.
- Bene - annuì Momotti - Una non risposta è la giusta risposta... Infatti c'è una terza possibilità, ed è questo ciò che - vi dico - noi realmente siamo.
- Lo sapevo! Il prato fiorito? - sussurrò timidamente Mix. Momotti non lo calcolò.
- Noi siamo le larve nate dalle uova deposte dentro la palla. La palla ci riscalda e ci nutre! Siamo gli esseri viscidi e informi che nutrendosi di merda - mi perdoni Confucio eccetera - conquistano la libertà ed emergono infine, trasformati in esseri nuovi e forti. Esseri liberi!
-... di appallottolare merda! - tagliò corto Taro.
- Ecco perciò il Karma che ci ha assegnato il Cosmo: il nostro destino è la Fuga. La Libertà.
- Sììììììì! - urlarono tutti, totalmente persuasi; se avessero avuto le mani certamente sarebbe stato uno scrosciare di applausi.
Momotti terminò il sermone in un crescendo trascinante, tra i gridolini entustiasti e i commenti di approvazione dei compagni:
- Poiché il nostro compito è arduo e gli ostacoli sono presenti ad ogni passo abbiamo bisogno di organizzarci. Gli Yi Ching che ho consultato per ciascuno di voi mi hanno indicato chiaramente quale sarà il vostro ruolo:

  • Ziribiglio sarà il nostro ideologo, cronista e storico. A lui il compito di tramandare alle generazioni future le nostre gesta.
  • Kuaddin' sarà il consulente scientifico interdisciplinare.
  • Tellina per la sua conoscenza delle arti culinarie sarà l'addetta alle armi chimiche.
  • Giac è il responsabile della logistica.
  • Gnegnelè: guerra psicologica e demoralizzazione del nemico.
  • Mix: ci sarai utile come arma pesante e per il trasporto truppe e materiali.

- Naturalmente io farò il tattico. Abbasso il catenaccio!
E tra gli evviva generali l'unica voce controcorrente fu Taro che sovrastando tutti con il suo gracidio rauco urlò:
- Creperemo tuuuutttii!!!

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domenica 28 febbraio 2010

Il Corsaro Sottozero. 1.





- Quel microbo puzzolente è un intruso - disse Sibilla incrociando le braccia e facendo la smorfia che le riusciva meglio, quella che la mamma chiamava del criceto mannaro.
- Anche tu eri un'intrusa - rispose serafica Flora mentre, distesa sulla sdraio a bordo piscina, sorbiva dalla cannuccia il suo succo di papaya.
- Non è vero! - protestò Sibilla. Ritta in piedi accanto alla sorella, prese ad asciugarsi i lunghi capelli frizionandoli vigorosamente dentro il cappuccio dell'accappatoio verde che aveva addosso.
- Sì che è vero: eri una piccola puzzola importuna. Quando sei nata per papà e mamma esistevi solo tu: una volta mi hanno dimenticato in un negozio di pentole a pressione... erano tutti presi a spingere la tua carrozzina e a farti bababà cuccicuccì e tutte quelle cose cretine che fanno i grandi quando vedono una sgorbietta.
- No! - contestò Sibilla spingendo indietro il cappuccio e mostrando la chioma spettinata.
- Sì! Un'altra volta siete partiti tutti in Francia con gli zii e io sono rimasta sola in casa in balìa di due pazzi criminali.
- Non è vero! Questo è un vecchio film che abbiamo visto in TV!
- Fa lo stesso, è il concetto che conta - ribatté Flora senza scomporsi. Schioccò le dita e un cameriere accorse a ritirarle il bicchiere di succo di frutta che aveva appena prosciugato.
- Uff... Sibì... Goditi la crociera... garson! - disse rivolgendosi al cameriere - Un altro carico di quei fa-vo-lo-si involtini di pasta sfoglia e würstel, per favore.
- Due! - si affrettò a correggerla Sibilla. Si sedette nella sdraio a fianco alla sorella, prese a mordicchiarsi le unghie.
- Flò, quel coso ce li ha tutti per sé, non è giufsto! Se noi adesso non ci ribelliamo crederanno di poterci comprare con una semplisce vacansa... poffibile che non capifsci?
- Certo che non capisco, ti stai masticando le dita! Non si parla a bocca piena.
Il cameriere tornò con gli involtini e Sibilla cambiò obiettivo divorandoli uno dopo l'altro, con gran sollievo delle unghie ormai esauste.
- Senti piuttosto: tra mezz'ora c'è la lezione di danza, che fai? Vieni?
- Venduta! Crumira! Fai come vuoi, vorrà dire che combatterò da sola! - rispose Sibilla spazzolando il ventesimo e ultimo involtino - Adesso tornerò in camera e non mi muoverò di lì fino alla fine della crociera! Addio!
Sibilla si alzò, si tolse l'accappatoio lanciandolo verso la sorella e ciabattò via.
- Dove vai? Sibilla, aspetta! - Flora la chiamò senza troppa convinzione. La sorellina continuò ad allontanarsi non dando ad intendere di aver sentito.
- Boh... delle volte si comporta proprio da scema. - sibilò Flora abbassandosi nuovamente gli occhiali da sole.
Che c'era di male a godersi quella fantastica crociera? Papà e mamma si sentivano in colpa perché ora che c'era il moccioso caccoloso avevano meno tempo per le loro altre piccole?
Giusto!
Volevano comprarsi la loro condiscendenza regalando a tutta la famiglia due settimane di vacanza su una nave fantasmagorica e immensa dove tutto l'equipaggio ti tratta come una principessa e non vede l'ora di esaudire ogni tuo più insulso desiderio?
Perfetto! Lei ci stava!
Anzi, ora che aveva capito come era facile, negli scarsi ritagli di tempo tra il corso di danza, il minigolf e la scuola di recitazione, apriva il suo fidato taccuino e prendeva appunti, registrando ogni possibile situazione di cui lamentarsi in seguito.
Oggi ad esempio aveva annotato:
1. Omessa attenzione al racconto 'Cosa ho fatto ieri sera'.
2. Danno esistenziale da choc per improvviso rigurgito del fratellino.
3. Insufficiente assistenza notturna a Sibilla: la sorellina si era svegliata nel cuore della notte chiamandoli senza ottenere risposta e ciò le aveva comportato una veglia non programmata causandole un pericoloso debito di sonno.
Più tardi avrebbe pensato a come quantificare i danni.
Ma se Sibilla non stava al gioco, rischiava di rovinare tutto: mamma e papà, vedendo la loro bambina ancora triste, avrebbero pensato di dover trovare un modo diverso per accontentarle. Ad esempio facendosi in quattro per avere più tempo da passare insieme a loro. Impegnandosi sarebbero certamente riusciti a...
... soffocarci di attenzioni com'era prima della nascita di Ettore... No! Per carità! Devo riuscire a convincere Sibì che questa vacanza piace anche a lei... - pensò Flora dirigendosi verso il trampolino da dove si tuffò a bomba dentro la piscina riscaldata.

[Continua...]


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venerdì 26 febbraio 2010

Attumarroi. 1.




Capitava, le notti d'estate, col caldo opprimente ancora più insopportabile dentro quella stanza sovraffollata, che non volessimo proprio addormentarci.

O in inverno, quando il freddo pungente ci spingeva qualche volta ad affollare in due o tre un solo letto e dormire abbracciati sotto una spessa coltre di coperte umidicce che sembravano avere non tanto lo scopo di riscaldarci quanto di renderci difficoltoso respirare col loro peso immenso. In quelle occasioni, più che assopirci, svenivamo per carenza di ossigeno.
A essere precisi capitava anche in autunno e in primavera, visto che a quell'epoca esistevano ancora le mezze stagioni.
Seguivamo a malincuore i morigerati costumi della vita contadina, per cui al tramonto del sole - sonno o no - si andava a letto.
Babbo infatti lavorava nei campi; lottava ogni giorno con madre Terra, giungendo ogni volta a un compromesso ragionevole che permetteva a lui di ricavare qualcosa da mangiare o da vendere per sostenere una famiglia di 8 persone, alla Terra di generare frutti, perennemente gravida ora di olive, ora di uva, più spesso di ortaggi e sempre di patate.
A pensarci bene non è che la Terra avesse da guadagnarci molto.
Si faceva blandire dalle carezze delle grandi mani da contadino; quando non era pronta, intirizzita dalla brina o screpolata da una lunga siccità, babbo capiva che era necessaria qualche attenzione in più. In quelle circostanze le recitava cantando qualche poesia improvvisata mentre zappava con vigore, la ripuliva da piante infestanti, la dissetava, dandole tutto il tempo che le necessitava per convincersi. Inizialmente aspra e riottosa, infine cedeva, per puro amore. Il brivido gelido dell'aratro che la percorreva fecondandola era a ben vedere l'unica sua lussuriosa contropartita.
La mamma era un po' gelosa di questo rapporto tra i due, ma era una donna in carriera, non aveva molto tempo per occuparsi di dettagli sentimentali: era direttrice e chief executive di un importante centro residenziale promiscuo con vista sulla gola de Su Sartu.
Importante per noi, in quanto ci abitavamo. Promiscuo perché era popolato da umani (due) e bestie piccole e grandi.
Nel novero delle bestie utili entravano galline e maiali, in numero variabile a seconda delle fluttuazioni del mercato.
Oltre queste, c'erano altre bestioline più sudicie, apparentemente di nessuna utilità; erano stabilmente sei da quasi cinque anni e se chiedevi alla mamma ti rispondeva risolutamente che il loro numero non sarebbe più aumentato. Per quanto molto simili tra loro per forma e aspetto generale, spiccava per la sua bellezza una piccola bimba bruna e boccoluta: io ovviamente.
Il più grande di noi sei era Gian Piero, quell'anno aveva la fortuna di dormire in una camera tutta sua, giacché doveva alzarsi alle 4 per prendere la corriera che lo avrebbe portato in città a frequentare la Scuola Superiore, un lusso. Il suo esclusivo loft semindipendente era stato fino all'anno prima la mansarda, adibita a deposito di frutta. Quando tornava, all'ora di cena, non aveva problemi di insonnia. Al contrario, rischiò tre volte l'annegamento tuffandosi di faccia nel piatto di pasta e ceci, tanto che babbo - verificato che i rimproveri erano inutili e la catalessi del suo figlio maggiore improvvisa e imperativa - si risolse a costruirgli un'impalcatura in legno con la quale sostenere la testa in caso di necessità. Quando la stanchezza lo vinceva noi sorelline premurose lo imboccavamo a turno fino a fargli terminare la cena. Lui masticava nel sonno e russava, il capoccione studioso imbragato in quella gabbia di ginepro; era una sorta di cicciobello ante litteram, ma più fetente, uno spasso.
Quando giudicava che avesse mangiato a sufficienza, la mamma interrompeva la propria cena e gli andava alle spalle. Gli dava qualche pacca tra le scapole fino a che un rutto bestiale non confermava che era possibile adagiarlo in posizione orizzontale. Faceva quindi un cenno al babbo, incaricato delle operazioni di trasbordo che mamma supervisionava.
- Coraggio, mascoi - diceva la mamma dandogli teneri buffetti che risuonavano per tutta la casa facendo vibrare i vetri- a letto giovanotto!
Il più delle volte gli inviti a destarsi - che in un ragazzo meno coriaceo di Gian Piero avrebbero probabilmente causato danni permanenti - non erano sufficienti, mio fratello si limitava a grattarsi la guancia appena arrossata, faceva qualche buffa smorfia, strizzava gli occhi e continuava a dormire. Allora la mamma indicava al babbo la necessità di trasportare a braccia il carico. Il babbo sollevava quel grosso bambinone dando l'impressione che non gli costasse uno sforzo superiore che strappare un ravanello dall'orto e si allontanava salendo lentamente in mansarda, intonando una bassa nenia.
Assistevamo a quei preparativi con tristezza e rassegnazione, perché non appena il babbo usciva dalla cucina la mamma proferiva le fatidiche parole che suonavano alle nostre tenere orecchie quasi come una condanna:
- Bambini, finite le patate poi a letto anche voi.


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mercoledì 24 febbraio 2010

Fuga dal Circo. 5.

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Sdraiato supino sulla sua morbida balla di fieno, le grosse braccia pelose incrociate dietro la nuca, Donky non dorme.
Non è stato svegliato dalla discussione agitata dei congiurati, li sente a malapena, coperti dal russare irregolare di Khorr; è nervoso e irrequieto. Non è valsa a rasserenarlo la combinazione magica che normalmente ha successo, ciucciarsi il pollice del piede destro tenendosi stretta la grossa e lacera coperta a fiori che gli regalò quando ancora era cucciolo papà Snippolo.
È triste, il povero Donky, le parole isolate che capta ogni tanto lo rattristano ancor più: compagni... fuga... libertà...
Che vuole quella marmaglia? Lui è cresciuto insieme a loro, ha occupato le stesse gabbie. Lui ha saputo uscirne... ora non è un fenomeno da baraccone come quegli altri incapaci, ora è l'assistente di Snippolo e Ogyvolo; non ha gabbie intorno, mangia tre volte al giorno, Snippolo gli assegna compiti di alta responsabilità.
La vita è una questione di scelte.
Lui ha scelto bene, ha fatto sì che papà Snippolo , strana cicogna dal naso adunco, lo accogliesse sotto la sua ala. Obbediente, rispettoso, è riuscito pure ad imparare alcuni rudimenti della lingua di papà.
Non è da tutti...
Allora perchè è così triste?
Scaraventa lontano la coperta e si rigira sul giaciglio. I suoi movimenti, inevitabilmente rumorosi, hanno evidentemente disturbato Khorr, che ha smesso improvvisamente di russare. Ci sono alcuni secondi di silenzio nei quali il bisbigliare lontano di Tellina diventa intellegibile. Khorr si schiarisce la voce, poi dice cautamente:
- Rrrgh... Doosh?
- Si, ho sentito...
- Saars?
- Non ha detto Cina, ha detto vicino... scherzano, dormi.
- Dooosh a saaars! Doosh a saars! - Insiste Khorr alzando la voce.
- Silenzio!! Vuoi svegliare tutto il circo? Come puoi immaginare che dicano seriamente che vogliono scappare in Cina? Hai capito male! Dormi ora...
Khorr rimane in dubbioso silenzio per qualche minuto, poi la sua meditazione diviene più profonda e riprende a russare.
Sognate, sognate perdenti - pensa Donky - Illudetevi di avere un futuro fuori da quelle sbarre... uscirete dalle gabbie solo da morti... o morirete nel tentativo di lasciarle...

È ormai quasi l'alba, all'interno del tendone comincia a filtrare la livida luce del giorno nascente.
Se i congiurati conoscessero il tenore dei pensieri di Donky non si esimerebbero da gesti scaramantici, ma non è per scaramanzia bensì per innato senso di pulizia felina che Momotti sta procedendo ad un lavacro perineo/scrotale. Si ferma solo per scuotere energicamente la testa, fauci aperte e lingua estroflessa, nel tentativo di scollarsi i peli che gli sono rimasti attaccati alle ruvide papille.
- Calma sorella - sta dicendo Giac - Non sei positiva, bbella! Giac dice che ci manca il Nirvana... abbiamo bisogno di rilassarci... Giac pensa che sarebbe fico sentire cosa macinano le zucche di Momotti... Amico, hey bbello, illuminaci!
Momotti solleva la testa interrompendo la sua toilette. Il viso è placido e sereno. Sembra sorridere, quasi aspettasse che qualcuno lo interpellasse per intervenire nel discorso. In sottofondo si sente una voce che pare modulata sul suono di un tosaerba a benzina. Sta dicendo stronzistronzistronzi.
Il persiano si stiracchia distendendo smodatamente collo e zampe anteriori, poi si siede sulle zampe posteriori e incrocia gli occhi a fissare un punto sopra la fronte, verso il lungo ciuffo dal quale sembrano provenire gli improperi.
- Taro, - dice con voce soave - il nostro maestro Zen diceva:
Il cane che abbaia nella notte lo fa per paura del buio
Hai dunque tu paura?
- Fanculo non sono un cane non è più notte! Fottiti! Stronzo, stronzi tutti! - dice la voce, ma poco dopo gli insulti terminano, sostituiti nuovamente dal digrignar di denti.
Momotti rimane taciturno qualche minuto, i compagni conoscendolo attendono pazientemente.
- Ora che il silenzio ha parlato alle nostre anime placandone le ostilità e permettendoci di ritrovare uno stato di armonia col Cosmo, possa la sapienza dei nostri saggi padri fluire attraverso me per illuminarci la via.


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giovedì 18 febbraio 2010

B. 12.

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Il primo di noi è nato nel 1279, in Spagna.
È l'unico che ha avuto il privilegio di venire alla luce dopo il travaglio e il parto della propria madre.
Conservo quasi tutti i suoi ricordi, ma non sono lui, così come sono diverso da mister B. o da Benedicto Amado. Dovreste capirmi: voi che leggete cosa avete in comune con i bambini che siete stati?
La memoria. Tutto il resto è ben poco significativo.
Da secoli ormai ci diamo il cambio in questo modo.
Emergiamo magrissimi, siamo individui del tutto normali, anche se godiamo del privilegio che ci viene dalla sapienza che condividiamo con i nostri predecessori e ci consente di vivere vite quasi sempre più agevoli di quelle dei nostri contemporanei; chi viene dopo ha giocato la partita molte volte, sa dove ha sbagliato e se ha capito la lezione sa come correggersi. Nessuno di noi è mai arrivato oltre i 40 anni: avviene piuttosto improvvisamente, l'equilibrio si spezza, il segno inequivocabile della muta imminente è il peso che prende ad aumentare velocemente, inesorabilmente. Cominciamo a covare la generazione successiva, quindi passiamo il testimone. Mister B. ha accelerato volontariamente questo processo ingozzandosi in carcere, straripante Hansel che si offre volontariamente alla strega; il suo ciclo vitale è durato meno di due anni, neanche il tempo di essere condannato definitivamente per un omicidio che non aveva commesso. Ho sette secoli di esperienza alle spalle, 30 vite vissute in giro per l'Europa. Ad osservare e imparare.
Procurarsi un'identità è ogni volta più difficile. La ricchezza da un lato ti dà un'infinità di mezzi, dall'altro ti espone troppo: non è pensabile far sparire il cadavere del magnate Amado - il luminare della Medicina, quello che è stato più volte in corsa per il Nobel- come un Giorgio Faluca qualsiasi. Dovunque ci siano troppe persone, lì ci sarà qualcuno che quando si diffonderà la notizia che Amado è scomparso, sarà pronto ad indicare dove l'ha visto l'ultima volta. Troppe persone, troppe domande, il rischio di essere scoperti. Allora vai a mutare lontano da occhi indiscreti, la barca in mezzo al mare è un classico: non c'è bisogno di spiegare l'assenza del cadavere, il mare inghiotte senza lasciare traccia bocconi ben più corposi.
Non è andata bene, abbiamo sprecato inutilmente una generazione. O forse no, conserveremo molto cara l'esperienza aberrante dentro quelle quattro mura claustrofobiche e spoglie, ci servirà a comprendere meglio il dolore e la cattiveria umana.
Adesso che ho un nome e un cognome, posso riprendere il progetto originario. Per un po' di tempo andrò avanti con i soldi contanti conservati nella cassaforte dell'appartamento. Potrò finalmente uscire di qui, un laborioso maquillage mi permette di presentare senza timore di causare sospetti la carta di identità che mi identifica come la persona che non sono.
Del resto la foto è vecchia di cinque anni, le persone cambiano; penso che con questa chiederò il passaporto, avrò certamente bisogno di viaggiare nei prossimi anni...

Aspetterò la prima borsa di studio Amado per cominciare la mia carriera. Ovviamente la vincerò, questi concorsi sono estremamente democratici, ai limiti della follia egualitarista: come ha voluto Benedicto, non è richiesto alcun titolo specifico, è sufficiente dimostrare di avere le capacità necessarie; di essere il più adatto.
Tutti si chiederanno come ha fatto un ex sbandato - autodidatta se si eccettua la scarna istruzione liceale- a scalare in pochi anni le vette del potere delle Cliniche Amado; ma nessuno potrà confutare la mia assoluta competenza.
Il pacchetto azionario con cui Amado controllava le sue cliniche è stato - secondo testamento - polverizzato, distribuendolo a tutti i dipendenti; se i nuovi proprietari non cambieranno le regole, scommetterei su Giorgio Faluca come prossimo amministratore delegato, da qui a 10-15 anni.
Oppure potrei decidere di cambiare. Non sarebbe la prima volta, nelle mie vite precedenti sono stato quasi tutto, alcuni di noi hanno avuto interessi e talenti fuori dal comune, talvolta oltre la soglia di ciò che definiamo genialità: un intero popolo mi celebra da secoli come uno dei suoi figli migliori senza avere neppure la certezza che io sia esistito realmente. Non so ancora se nelle mia incarnazione attuale ho qualche rara attitudine o se mi dovrò affidare semplicemente all'immensa esperienza e memoria che mi porto dietro.
Comunque sia, il cammino è ancora lungo, e tutta la storia delle mie vite, alla fine del viaggio, sarà certo strana e affascinante.

Ed io ve la dirò davvero tutta;
e vi prometto bonaccia di mare,
venti propizi e vele sì veloci
da farvi presto raggiungere al largo
il resto della vostra real flotta.



Where the bee sucks, there suck I;
In a cowslip's bell I lie;
There I couch when owls do cry.



Fine.




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martedì 16 febbraio 2010

B. 11.

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Perché questa storia abbia una degna conclusione e -forse- un significato, è necessario che faccia un passo indietro, raccontandovi quei folli momenti in obitorio. Per descriverli utilizzerò le immagini raccolte negli innumerevoli sogni sull'argomento, tutti molto realistici, ad eccezione delle inquadrature che passano spesso dalla banale soggettiva a prospettive più artistiche.
Il fu mister B. è disteso prono nel lettino che sotto la sua mole sembra ridicolmente piccolo. E' stato portato dentro la cella frigorifera, a fargli compagnia un morto di dimensioni medie.
Naturalmente ci sono anch'io.
Aspetto diverse ore, da dietro la porta provengono ogni tanto rumori, dialoghi smorzati, almeno due volte qualcuno entra nella cella, dalla mia posizione non posso certo vedere cosa fa. Infine le luci si spengono, si accende il neon notturno. Attendo ancora parecchio, nel timore che qualcuno trovi un motivo valido per decidere di far visita al cadavere celebre.
A causa del peso che mi opprime le spalle respiro a fatica. Forse in debito di ossigeno, rischio di commettere un errore fatale quando piombo in un pesante torpore; mi assopisco per un tempo imprecisato.
Il disagio causatomi dal freddo umido che aumenta mi risveglia, finalmente. So che non ha più senso aspettare, in realtà so di avere già aspettato troppo, mi sto indebolendo e il rigor mortis del cadavere sta ancora aumentando, potrebbe causarmi problemi.
Decido di agire.
Mister B. ha un improvviso sussulto, le abbondanti masse di grasso non irrigidite vibrano come gelatine.
La vibrazione pare concentrarsi sul braccio, fino a quel momento abbandonato penzoloni. Oscilla lentamente, sembra volersi piegare. Effettivamente l'avambraccio si flette di pochi gradi, è percorso da un brivido violento; nel mio sogno posso vedere la pelle del gomito giallastra e tumefatta che si tende, qualcosa sembra muoversi sotto, come se il cadavere fosse stato prematuramente colonizzato da grossi vermi che ora se ne cibano scavando gallerie.
La pelle si spacca in corrispondenza dell'articolazione, una ferita netta di diversi centimetri. Dai grossi bordi della ferita emerge un'escrescenza rosea, che spinge, spinge. Lo strappo si allarga, percorre tutto l'avambraccio, qualcosa sta spingendo verso l'alto. La regia nei miei sogni spesso indugia sullo strappo che si apre correndo verso la mano. E' come se l'avessi veramente visto: arriva giù, fino al polso, si ferma; a quel punto la mano rattrappita pare sfaldarsi come una saponetta macerata in acqua serrata dentro un pugno; é proprio un pugno chiuso quello che ora emerge da pelle e carne di falangi disfatte. Un braccio magrissimo si sfila da quell'astuccio sollevandosi coperto di sangue. L'enorme straccio di pelle e carne in cui era custodito fino a quel momento oscilla nel vuoto, è ancora attaccato per il muscolo pettorale al cadavere di mister B.
Il mio braccio sinistro è libero, il destro è ancora bloccato sotto B., ma ne posso fare a meno.
Porto la mano ad afferrare l'orecchio sinistro di mister B., lo tiro più forte che posso e nel contempo spingo il collo a contrastare questa trazione. Il cuoio capelluto dietro l'orecchio cede con uno strappo rumoroso, tiro ancora, la piaga si estende, attraversa la nuca. A tentoni afferro il bordo della ferita che ora separa le scapole. Tiro ancora, spingo testa e schiena all'indietro.
L'altra inquadratura che mi suggeriscono i miei sogni è laterale: il mio busto si staglia dal cadavere martoriato di mister B. disegnando una Y, una separazione che è più simile ad un amplesso ripugnante, non è una farfalla quella che emerge da un osceno bozzolo di 150 chili.
Liberare l'altro braccio e le gambe sarebbe più semplice, ma la stanchezza delle fasi precedenti si fa sentire e procedo con lentezza. In ginocchio sul lettino sfilo via gattonando i piedi dai grossi polpacci ancora dentro i pantaloni, le caviglie ancora chiuse nelle catene.
Le vestigia di ciò che sono stato giacciono scomposte sul letto.
Devo uscire in fretta dalla cella frigorifera, ma sono confuso e stanco, salto giù dal lettino e mi avvio a passi traballanti verso la porta, lasciandomi dietro impronte insanguinate. I miei movimenti sono scoordinati ed eccessivi, ho scaricato un'immensa zavorra e mi ci devo ancora abituare. Il pavimento è gelido, il mio corpo è ovviamente nudo e non è più isolato dal grasso di B. Maneggio senza successo la maniglia della porta, sono istanti di panico, ho paura di non poterla aprire. Riesco infine nel mio intento, faccio per uscire, ma in quel momento realizzo che il fatto di essere nudo implica la necessità di procurarsi qualcosa da mettersi addosso. Mi ricordo del mio compagno coperto da un lenzuolo, ma non posso prendergli i vestiti subito, ho mani e braccia piene di sangue- sono intriso di sangue- è necessario che prima mi lavi. Tuttavia ho il fondato timore di non riuscire più ad aprire la cella frigorifera dall'esterno, infatti da questa parte non c'è una maniglia, solo una serratura. Per assicurarmi l'accesso non trovo di meglio che tirare con fatica il pesante lettino con sopra ancora una quintalata circa di quello che solo qualche ora fa era un essere umano. O almeno una sua parte importante.
Dispongo il lettino ad occupare l'ingresso, la porta non potrà chiudersi.
Nella stanza attigua alla cella frigorifera c'è una scrivania, diversi scaffali con libri e strumenti chirurgici e un lettino per autopsie. Sul lato più corto della stanza la porta del bagno.
Faccio una doccia - calda, per fortuna- ripulendomi molto approssimativamente per il terrore che mi causa il rumore di ogni goccia che batte sul piatto in ceramica: non posso farmi scoprire proprio adesso.
I residui di sangue e materiale caseoso rimangono negli asciugamani con cui mi detergo.
Ne utilizzo uno pulito per avvolgermelo intorno alla vita, rientro nella sala frigorifera a spogliare il vecchio del suo pigiama, cercando di evitare le pozze di sangue per terra. Non so proprio cosa avrei fatto se l'avessi trovato nudo, forse avrei provato ad adattarmi addosso il lenzuolo. Quindi esco nuovamente, ripongo il pigiama sulla scrivania e spingo il lettino verso la cella per poter chiudere definitivamente la porta: è a questo punto che l'equilibrio precario di quelle carni si arrende alla gravità, la massa crolla per terra con abbondanti schizzi di sangue e un rumore che ricorda una secchiata d'acqua sul selciato.
Gli schizzi di sangue mi sporcano i piedi, che sono ancora nudi. Non potrò utilizzare i mocassini di B., troppo sporchi, ma non trovo calzature di alcun tipo. Alla fine trovo in un cassetto delle cuffie verdi da chirurgo e mi risolvo a legarmene due ai piedi, spero che non siano troppo evidenti nel buio esterno.
Uscirò dalla stretta vasistas, avvicinando la scrivania al muro e salendoci sopra con una sedia.
La metamorfosi appena conclusa, cominciata molti mesi fa, ha reso le ossa del mio scheletro flessibili come cartilagini.
Le ossa impiegheranno diverse settimane a consolidarsi nuovamente.
Nel frattempo la loro elasticità, unita alla mia estrema magrezza, fanno di me il più grande contorsionista esistente.

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