giovedì 21 gennaio 2010

B. 1.

E' tempo di un altro assassinio.
Se non altro, questa volta non mi potranno accusare.
Guardo il volto del pubblico ministero, stravolto dall'enfasi della requisitoria finale.
Urla tutto il suo disprezzo verso un essere abietto come me,cita qualche particolare del delitto per confermare la sua tesi che io sia solo vagamente umano. Non ha tutti i torti, ma si stupirebbe se lo sapesse. Mi volto verso la giuria.
Un giovane in prima fila sostiene ostentatamente il mio sguardo, comunicandomi tutto l'odio che può irradiare da due occhi stretti a fessura.
Gli altri seguono il pubblico ministero, indirizzano brevi sguardi verso di me ma raramente si soffermano, il loro sembra un misto di paura e imbarazzo, l'imbarazzo dell'uomo normale di fronte ad un individuo che ha compiuto atti innominabili. Ho l'impulso incontrollabile di sorridere, chino la testa affinchè nessuno mi veda, non voglio aggiungere un'altra abiezione al lungo elenco che mi riguarda, il disossatore ride soddisfatto mentre se ne ripercorrono i crimini. No, non è il caso. Ora il PM si chiede dove mai abbia nascosto le ossa, l'ipotesi più probabile, suffragata dal profiler della polizia, è che le abbia conservate allo scopo di creare un feticcio, una sorta di marionetta macabra a cui farei interpretare il ruolo del padre che non ho mai conosciuto. In realtà ho conosciuto mio padre, era un mercante cocciuto e a suo modo onesto, intelligente quanto basta per fiutare il pericolo prima di tutti e starne lontano. Portò via dal paese mia madre e tre miei fratelli tre giorni prima della strage. Avvertì tutti delle sue paure, ma con lo svogliato scetticismo di chi sa di non poter convincere chi ancora non ha capito una cosa del tutto ovvia ai suoi occhi.
Nessuno gli credette.
Molti morirono.
Ma questa è una storia antica, e non ha niente a che vedere col processo di oggi.
Difficile associare mio padre ad uno scheletro, per la sua mole e l'irsutismo esagerato lo avrei accostato al più al Mangiafuoco di Pinocchio. Sorrido di nuovo -dimenticando di nascondermi- pensando a quanto possa essere calzante il paragone tra me e Pinocchio.
Quando finisce? Ho caldo e una sete infernale, il sudore mi cola dalla testa in rivoletti che portano con sè forfora e capelli. Sono l'immagine del disfacimento, perdo a ciuffi i pochi capelli che mi sono rimasti, la mia pelle è giallastra e flaccida, il viso è una maschera grottesca, sembra quasi che i muscoli si siano staccati da zigomi e mascelle per franare a valle verso il triplo mento. I miei 150 chili sono sparsi scompostamente su uno sgabello di acciaio e plastica, il poliziotto di guardia l'ha preferito ad una sedia di legno dall'aspetto ben più solido.
Ho l'impressione che speri che il mio peso la sfondi, così avrebbe la soddisfazione di aver offerto al numeroso pubblico lo spettacolo dell'assassino lardoso che viene giù e si spiattella al suolo come un'anguria.
Si diventa paranoici quando si è processati per omicidio.
Le manette ai polsi mi stanno provocando lesioni molto, troppo profonde, ma non è perchè sono strette: è la mia pelle che è diventata estremamente cedevole, ha la consistenza di una cotenna bollita.
La guardia se ne accorge dal sottile rivolo di sangue che scorre dal polso lungo la mano e gocciola per terra dalla punta degli indici delle mani tenute congiunte tra le gambe schiuse. Impreca qualcosa, mi maledice come suo solito e fa un cenno al suo collega fuori dalla gabbia, cercando di fargli capire a gesti che gli serve un infermiere.

[Continua...]



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