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Il poliziotto si siede sulla panchina, tenendosi sul margine opposto al mio. Rimaniamo lì per qualche minuto, conversando amabilmente degli argomenti tipici, il tempo, in relazione ad esso i passatempi e gli hobby, giungendo rapidamente ad aneddoti di vita vissuta. Scopro così che è una nottata tersa e tiepida, i turni notturni sono noiosi ma hai tutto il tempo che vuoi per leggere Shakespeare in lingua originale o almeno per imparare l’inglese, ogni tanto devi intervenire per mantenere l’ordine, come quella volta in cui...
Dal canto mio annuisco e contribuisco poco alla conversazione, ogni tanto il discorso piega sull’ospedale e sulla mia presenza lì, per cui descrivo nel modo più vago possibile la mia presunta malattia, lasciando intendere a smorfie quanto sia difficile sopportarla.
Il malessere di poco fa è del tutto svanito, lasciando spazio ad una vertigine prolungata. La temperatura mi sta salendo rapidamente: la barretta mi ha permesso di superare il momento critico e attivare finalmente il metabolismo lipidico che ora mi incendia dall’interno divorando grassi. Sento il cuore che mi batte forte nelle tempie, ma è una sensazione positiva, ogni battito è un’iniezione di energia, un fluire di linfa che mi sta trasformando da uno stato larvale in un essere nuovo. Dev’essere questa la sensazione che hanno le farfalle appena uscite dalla crisalide.
(O le api.)
Anche loro si sentono vulnerabili e esposte fino a che hanno le ali ancora rattrappite e bagnate.
I miei predatori sono diversi e meno pericolosi.
Tuttavia la tensione nei tratti del viso del mio interlocutore tradisce impazienza.
Realizzo che non mi lascerà solo, qui fuori, è sulle spine perché vorrebbe andarsene ma prima mi vuole vedere rientrare in reparto, se per eccesso di premura o un residuo sospetto ancora non so dirlo.
Si apre l’uscita di sicurezza del reparto, esce un’infermiera bruna, minuta, volge lo sguardo verso di noi per un istante prima di voltarsi e accendersi una sigaretta. E’ un’occasione che non si ripeterà, mi congedo rapidamente dal poliziotto e faccio a passo svelto la decina di metri che mi separa dall’infermiera, la chiamo con un tono di voce sufficientemente alto perché anche il poliziotto mi senta.
- Infermiera... meno male che è lei...
L’infermiera si volta quando sono a due passi da lei, è ovviamente sorpresa.
- Infermiera Scianò, mi scusi... sono terribilmente imbarazzato... - Adesso parlo a voce più bassa, ma accompagno ogni parola con ampi gesti, il poliziotto ci sta ancora guardando.
- Sono uscito dal mio reparto qualche ora fa, ho incontrato il mio collega- indico il poliziotto mentre lo guardo sorridendo- e il tempo è passato. Posso chiederle se mi fa entrare?
L’infermiera è interdetta, ha abbassato la sigaretta e mi guarda con aria interrogativa.
- Mi riconosce?
- Veramente...
- Sono Cecchini... il poliziotto... il collega di Bruno- Indico di nuovo il poliziotto.- Si ricorda?
Nello sforzo di ricordare ciò che non ha mai vissuto rimane a boccheggiare, le mani incrociate sul petto in una chiara posa difensiva, la sigaretta le affumica il mento.
- Sono passati alcuni mesi... la mia malattia... In effetti sono cambiato parecchio...
Provo l’azzardo:
- La sua bambina come sta?
E’ in confusione, risponde scuotendo debolmente la testa, come ad allontanare un fastidioso ronzio:
-Bene, bene... grazie... mi scusi sa, se non l’ho riconosciuta subito.
Ora è lei che cerca di convincermi. Alla debole luce al sodio dei lampioni non era facile leggere il cognome nella targhetta che porta al petto, per la bambina ho semplicemente tirato ad indovinare, se avessi sbagliato cambiava poco, la mia buona fede era chiara come il sole, non si sarebbe comunque rifiutata di farmi un favore.
Nel frattempo il poliziotto se n’è andato, una cosa in meno di cui preoccuparsi.
Termina la sua sigaretta interrogandomi sul motivo della degenza, le illustro la mia malattia immaginaria, i primi sintomi, il calvario della diagnosi. Siamo quasi diventati amici quando mi fa finalmente entrare in reparto con lei. Oncologia è al terzo piano, mi accompagna con l’ascensore di servizio. Le porte si aprono su un corridoio quasi buio, totalmente silenzioso. Mi ripugna essermi spacciato per un malato terminale, lo vedo come una mancanza dell’assoluto rispetto dovuto a chi soffre veramente, ma il mio aspetto fisico mi rende particolarmente adatto ad interpretare questa parte: non supero i cinquanta chili di peso e non ho barba né sopracciglia, il cranio è ricoperto da una rada peluria da neonato.
L’infermiera non esce dall’ascensore, ci salutiamo con un cenno, nessuno di noi due vuole disturbare qualcuno nel cuore della notte.
La luce proveniente dall’ascensore si assottiglia, diviene una lama e si spegne mentre le porte si richiudono lasciandomi nuovamente solo.
[Continua...]

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