sabato 23 gennaio 2010

B. 3.

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Avevo pensato a tutto, o almeno così speravo.
La villetta al mare, molte case intorno ma praticamente nessun abitante, in un giorno feriale di Febbraio. Il cabinato al porticciolo, un'escursione per una battuta di pesca, come lui faceva spesso, in solitudine; sarebbe successo al largo.
Nessun testimone. La barca non doveva allontanarsi troppo dalla riva perché sarei tornato sul piccolo kayak gonfiabile, avrei costeggiato per qualche chilometro scendendo a terra lontano dal porticciolo.
Era molto importante sbarazzarsi del corpo senza lasciare alcuna traccia, la sua sparizione doveva rimanere un mistero, la sua morte doveva rimanere presunta, il mare lo avrebbe dovuto inghiottire per sempre. Alla fine, scelsi una zona a circa 3 chilometri dalla costa, in un punto dove l'ecoscandaglio indicava 250 metri di fondale, potevano bastare.
Il problema più grosso era evitare le tracce di sangue all'interno della barca, perché queste sarebbero state sufficienti ad ipotizzare una fine violenta. E io sapevo che la sua dipartita sarebbe stata estremamente cruenta. Trovai una soluzione del tutto semplice al problema: sarebbe morto in acqua. Avrebbero pensato le eliche dei due potenti fuori bordo a smaltire le spoglie.
Certo, c'era il problema delle ossa, ma per questo avevo la mia tecnica.

Nessuno ha capito come sono riuscito a liberarmi del più piccolo frammento d'osso della vittima.
Se escludevo le ossa, il mare avrebbe consumato il resto in poche settimane, ma contavo sul fatto che le eliche avrebbero fatto pezzi sufficientemente piccoli e irregolari, già dopo alcuni giorni nessun pescatore avrebbe potuto riconoscere uno di quei brandelli se gli si fosse impigliato per caso nella rete.
Questo era il piano.
Avrei legato le spoglie con il cavo del verricello di poppa, poi l'avrei messo in moto e avviato i motori a metà potenza un poco prima di saltar giù dalla barca. Avrei fatto girare il cavo d'acciaio tra i timoni dei fuoribordo, di modo che riavvolgendosi lentamente, avrebbe portato il suo triste carico verso le eliche.
La barca avrebbe proseguito un paio d'ore coi timoni bloccati verso il largo, poi si sarebbe fermata a secco. Qualcuno, prima o poi, l'avrebbe trovata alla deriva, ma a quel punto risolvere il puzzle non sarebbe stato troppo semplice.

Questo era il piano, ma andò tutto diversamente.
Il malore sulla barca, la necessità di agire subito, la spossatezza seguente a quel sabba di morte. I due giorni successivi in stato comatoso, accanto al cadavere che sia pure nelle fresche giornate di Febbraio cominciava a decomporsi. Non ricordo la guardia costiera che abborda la barca, ma ho sentito il loro racconto al processo. Sangue dappertutto, il letto a due piazze completamente intriso, a destra una massa spappolata, pensano sia semplicemente un cadavere, poi si rendono conto che sono solo le vestigia esterne di un uomo. C'è la pelle, ci sono i muscoli e i tendini strappati e rattrappiti, qua e là ammassi sovrabbondanti di grasso giallastro . Ci sono i genitali, patetici e realmente osceni in quel quadro. Ci sono radi capelli, attaccati su uno straccio rosso sul quale si scorgono alcuni buchi che altro non sono che palpebre e narici vuote. Ma manca anche un solo frammento d'osso, mancano le unghie. Non c'è traccia degli organi interni. E' come se qualcuno avesse inciso con una lama seghettata il cadavere sul davanti, una linea irregolare tra gli occhi a scendere verso il naso e giù fino all'inguine. Altre quattro incisioni per il lungo dei quattro arti. Così aperto, ne hanno (ne ho) estratto lo scheletro come un nocciolo da un'oliva.
A sinistra del letto, disteso supino, una figurina lunga e magra, intrisa di sangue dalla testa ai piedi e altrettanto nuda, catatonica.
Sorrido ricordando la mia magrezza di quei giorni.
Pensano sia una vittima, mi trattano con tutti i riguardi, sto in terapia intensiva due settimane, ma i primi dubbi degli inquirenti si concretizzano molto prima, appena scoprono che io ufficialmente non esisto.

[Continua...]




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