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E' pomeriggio, un'altra crisi, più forte delle altre. Sento il vecchio cuore battermi nelle orecchie, ma produce come un sibilo prolungato, mi ricorda un palloncino che si sgonfia. Sono disteso sul letto, credo di avere gli occhi aperti, ma davanti a me c'è un blu profondo e freddo.
Freddo.
Sento freddo, mi sembra di essere freddo, ossia non più ossa e carne e grasso straripante, bensì una bolla di freddo senziente e terrorizzata da se stessa.
Penso questo, sento questo, e un attimo dopo il concetto stesso non ha più senso. Mi domando se la logica di questi istanti di vaneggiamento non sia semplicemente una delle tante possibili.
Buio, delirio e tempo che scorre, minuti o giorni.
Riemergo ogni tanto risvegliato da voci lontane.
Sento qualcosa sulla faccia, è una maschera di ossigeno.
In un momento di lucidità capisco che sono su un'ambulanza in movimento.
Realizzo che morirò in ospedale, e questa è la notizia migliore da molto tempo.
Non so se siamo ancora in strada quando smetto di sentire il lamento del vecchio cuore; si è fermato o sta per farlo.
Non importa, non mi serve più.
Questa è la mia morte, e per una volta, è esattamente come l'ho immaginata.
Adesso dormirò un po'.
Il detenuto arrivò all'ospedale in arresto cardiaco. Il medico dell'ambulanza lo aveva già rianimato 2 volte, ma né massaggi cardiaci né adrenalina furono sufficienti. Ci misero tutto l'impegno possibile, il paziente era uno importante, salvargli la vita avrebbe significato come minimo un'intervista su un notiziario nazionale. Il medico avrebbe spiegato che lui non vedeva un assassino psicopatico ma solo una vita da salvare, i paramedici avrebbero annuito e ribadito il concetto mostrando di crederci anche di più, l'autista del mezzo avrebbe descritto la sua guida veloce ma responsabile per le vie del centro animato dall'imperativo di arrivare in tempo per salvare una vita, fosse pure la vita di un porco, spettava ad Altri giudicare.
Ma tant'è, il porco era morto.
L'ambulanza si fermò all'entrata dell'obitorio. Qui, non senza una nutrita dose di bestemmie, gli infermieri scaricarono la barella col suo carico ingombrante, portarono il detenuto nella cella del medico legale facendolo rotolare su uno dei letti da autopsia. Il detenuto risultò disteso bocconi, con un braccio penzolante e l'avambraccio dell'altro schiacciato sotto la pancia. Aveva ancora i pantaloni, le scarpe e le catene alle caviglie.
Nella sala c'era un altro cadavere, coperto da un lenzuolo.
Sul detenuto non stesero alcun lenzuolo, evidentemente per quanto la sua vita avesse lo stesso valore di quella di chiunque altro, la sua morte valeva molto meno.
Mi sveglio alla debole luce notturna, il neon bluastro si addice particolarmente ad un obitorio, visti i riflessi spettrali che diffonde.
Lotto diversi minuti per liberarmi, al termine sono sfinito, ma completamente libero. La sala attigua alla cella frigorifera è seminterrata.
Devo uscire di qui, ma non posso certo farlo dalla porta. E' piuttosto probabile che ci sia qualcuno di piantone, il cadavere del disossatore potrebbe far gola a molti della stampa e non, è giusto proteggerlo.
C'è solo una finestra a vasistas dalla quale filtra la luce dei lampioni esterni.
Uscirò.
Prima però devo rendermi presentabile.
[Continua...]

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