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Imparò prima degli altri a zampettare, e lo faceva ad una velocità notevole, visto da lontano sembrava un enorme, frenetico insetto, un Gregor Samsa in salsa agropastorale. Fu Serena la prima a giocarci, probabilmente - almeno all'inizio - per sadismo infantile: faceva incetta di mele guaste al frutteto e gliele tirava una dietro l’altra. Non riuscì mai a colpirlo: quando non le prendeva al volo con uno scatto del grugno le scansava con una rapidità impressionante, continuando a mangiare rumorosamente quelle che aveva intercettato.
- Signorina Samsa - le urlavo per gioco - Non lo faccia, è pur sempre suo fratello!- E giù a ridere come pazzi anche se lei non capiva il dotto riferimento letterario.
Insomma, la condizione unica di Esopo era ben lontana dal potersi considerare un problema.
Al contrario, la sua velocità gli permetteva di essere sempre il primo, si trattasse di mangiare, o, più avanti, di ottenere i favori (e qualcos’altro) della scrofa del vicino con un raid fulmineo.
Ancor di più, quelle due zampe di troppo erano un salvacondotto perpetuo, la grazia a divinis dalla condizione di braciola in potenza: al babbo fu infatti subito chiaro che non avrebbe potuto vendere a nessuno le sue abbondanti cicce, né alcun veterinario avrebbe apposto il fatidico timbro su controfiletti di suino esapodo. Il rischio era piuttosto che qualcuno lo scoprisse, in quel caso chi avrebbe più voluto acquistare da noi anche un solo ciuffo di lattuga? A nulla sarebbero valsi i risultati delle analisi di acqua e terreno che il babbo aveva fatto fare subito dopo la nascita di Esopo, molto allarmato.
-Tutti i dottorini di città hanno assaggiato la nostra terra e bevuto la nostra acqua- mi diceva. - Hanno cercato tutti i veleni, anche quelli più strani che hanno inventato loro. Non hanno trovato nulla. Il Poligono e quello che ci fanno dentro fa schifo, ma Esopo è solo un animale sfortunato.
Per quanto la soluzione più logica fosse quella di porre fine precocemente alla sua esistenza, il babbo non lo fece, e la cosa è ancor più notevole se pensate alla fine di Roccia, Ciccia e Boccia, quattro chili l’uno di teneri porcellini. Più che per buon cuore, a mio padre non piaceva sprecare, e uccidere Esopo sarebbe stato un inutile spreco. Che vivesse, magari un giorno sarebbe potuto tornare utile.
Esopo viveva dunque, e cresceva nascosto agli occhi del paese. Lo tenevamo sempre nel cortile interno della casa, nascondendolo nella vecchia stalla quando avevamo visite. In breve tempo divenne l’idolo di noi bambini, soppiantando del tutto il vecchio meticcio Tobia, scorbutico e scassapalle come pochi. Giocavamo a lanciargli di tutto: bastoni, carote, angurie: afferrava tutto al volo e ci riportava ciò che non riusciva a ingurgitare. Lo cavalcavamo fingendo che fosse un pullman snodato, lo truccavamo da bruco decorandolo con la tempera verde per poi avvolgerlo completamente nella carta di giornale. Lui aspettava pazientemente che finissimo, poi si liberava grugnendo.
La farfalla esce dal bozzolo!- gridavamo attaccandogli con le mollette due alucce di cartapesta sulla schiena.
Esopo pareva divertirsi quanto noi, partecipava e col suo entusiasmo offriva spunti di gioco sempre nuovi. Tuttavia, non appena avvertiva una situazione poco piacevole, si eclissava immediatamente. Aveva un istinto infallibile, sembrava quasi leggerci nel pensiero, tanto che alla fine divenne un gioco anche questo, giocavamo ad indovinare chi aveva fatto scappare Esopo pensando di fargli qualcosa di male.
[Continua...]

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