domenica 28 febbraio 2010

Il Corsaro Sottozero. 1.





- Quel microbo puzzolente è un intruso - disse Sibilla incrociando le braccia e facendo la smorfia che le riusciva meglio, quella che la mamma chiamava del criceto mannaro.
- Anche tu eri un'intrusa - rispose serafica Flora mentre, distesa sulla sdraio a bordo piscina, sorbiva dalla cannuccia il suo succo di papaya.
- Non è vero! - protestò Sibilla. Ritta in piedi accanto alla sorella, prese ad asciugarsi i lunghi capelli frizionandoli vigorosamente dentro il cappuccio dell'accappatoio verde che aveva addosso.
- Sì che è vero: eri una piccola puzzola importuna. Quando sei nata per papà e mamma esistevi solo tu: una volta mi hanno dimenticato in un negozio di pentole a pressione... erano tutti presi a spingere la tua carrozzina e a farti bababà cuccicuccì e tutte quelle cose cretine che fanno i grandi quando vedono una sgorbietta.
- No! - contestò Sibilla spingendo indietro il cappuccio e mostrando la chioma spettinata.
- Sì! Un'altra volta siete partiti tutti in Francia con gli zii e io sono rimasta sola in casa in balìa di due pazzi criminali.
- Non è vero! Questo è un vecchio film che abbiamo visto in TV!
- Fa lo stesso, è il concetto che conta - ribatté Flora senza scomporsi. Schioccò le dita e un cameriere accorse a ritirarle il bicchiere di succo di frutta che aveva appena prosciugato.
- Uff... Sibì... Goditi la crociera... garson! - disse rivolgendosi al cameriere - Un altro carico di quei fa-vo-lo-si involtini di pasta sfoglia e würstel, per favore.
- Due! - si affrettò a correggerla Sibilla. Si sedette nella sdraio a fianco alla sorella, prese a mordicchiarsi le unghie.
- Flò, quel coso ce li ha tutti per sé, non è giufsto! Se noi adesso non ci ribelliamo crederanno di poterci comprare con una semplisce vacansa... poffibile che non capifsci?
- Certo che non capisco, ti stai masticando le dita! Non si parla a bocca piena.
Il cameriere tornò con gli involtini e Sibilla cambiò obiettivo divorandoli uno dopo l'altro, con gran sollievo delle unghie ormai esauste.
- Senti piuttosto: tra mezz'ora c'è la lezione di danza, che fai? Vieni?
- Venduta! Crumira! Fai come vuoi, vorrà dire che combatterò da sola! - rispose Sibilla spazzolando il ventesimo e ultimo involtino - Adesso tornerò in camera e non mi muoverò di lì fino alla fine della crociera! Addio!
Sibilla si alzò, si tolse l'accappatoio lanciandolo verso la sorella e ciabattò via.
- Dove vai? Sibilla, aspetta! - Flora la chiamò senza troppa convinzione. La sorellina continuò ad allontanarsi non dando ad intendere di aver sentito.
- Boh... delle volte si comporta proprio da scema. - sibilò Flora abbassandosi nuovamente gli occhiali da sole.
Che c'era di male a godersi quella fantastica crociera? Papà e mamma si sentivano in colpa perché ora che c'era il moccioso caccoloso avevano meno tempo per le loro altre piccole?
Giusto!
Volevano comprarsi la loro condiscendenza regalando a tutta la famiglia due settimane di vacanza su una nave fantasmagorica e immensa dove tutto l'equipaggio ti tratta come una principessa e non vede l'ora di esaudire ogni tuo più insulso desiderio?
Perfetto! Lei ci stava!
Anzi, ora che aveva capito come era facile, negli scarsi ritagli di tempo tra il corso di danza, il minigolf e la scuola di recitazione, apriva il suo fidato taccuino e prendeva appunti, registrando ogni possibile situazione di cui lamentarsi in seguito.
Oggi ad esempio aveva annotato:
1. Omessa attenzione al racconto 'Cosa ho fatto ieri sera'.
2. Danno esistenziale da choc per improvviso rigurgito del fratellino.
3. Insufficiente assistenza notturna a Sibilla: la sorellina si era svegliata nel cuore della notte chiamandoli senza ottenere risposta e ciò le aveva comportato una veglia non programmata causandole un pericoloso debito di sonno.
Più tardi avrebbe pensato a come quantificare i danni.
Ma se Sibilla non stava al gioco, rischiava di rovinare tutto: mamma e papà, vedendo la loro bambina ancora triste, avrebbero pensato di dover trovare un modo diverso per accontentarle. Ad esempio facendosi in quattro per avere più tempo da passare insieme a loro. Impegnandosi sarebbero certamente riusciti a...
... soffocarci di attenzioni com'era prima della nascita di Ettore... No! Per carità! Devo riuscire a convincere Sibì che questa vacanza piace anche a lei... - pensò Flora dirigendosi verso il trampolino da dove si tuffò a bomba dentro la piscina riscaldata.

[Continua...]


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venerdì 26 febbraio 2010

Attumarroi. 1.




Capitava, le notti d'estate, col caldo opprimente ancora più insopportabile dentro quella stanza sovraffollata, che non volessimo proprio addormentarci.

O in inverno, quando il freddo pungente ci spingeva qualche volta ad affollare in due o tre un solo letto e dormire abbracciati sotto una spessa coltre di coperte umidicce che sembravano avere non tanto lo scopo di riscaldarci quanto di renderci difficoltoso respirare col loro peso immenso. In quelle occasioni, più che assopirci, svenivamo per carenza di ossigeno.
A essere precisi capitava anche in autunno e in primavera, visto che a quell'epoca esistevano ancora le mezze stagioni.
Seguivamo a malincuore i morigerati costumi della vita contadina, per cui al tramonto del sole - sonno o no - si andava a letto.
Babbo infatti lavorava nei campi; lottava ogni giorno con madre Terra, giungendo ogni volta a un compromesso ragionevole che permetteva a lui di ricavare qualcosa da mangiare o da vendere per sostenere una famiglia di 8 persone, alla Terra di generare frutti, perennemente gravida ora di olive, ora di uva, più spesso di ortaggi e sempre di patate.
A pensarci bene non è che la Terra avesse da guadagnarci molto.
Si faceva blandire dalle carezze delle grandi mani da contadino; quando non era pronta, intirizzita dalla brina o screpolata da una lunga siccità, babbo capiva che era necessaria qualche attenzione in più. In quelle circostanze le recitava cantando qualche poesia improvvisata mentre zappava con vigore, la ripuliva da piante infestanti, la dissetava, dandole tutto il tempo che le necessitava per convincersi. Inizialmente aspra e riottosa, infine cedeva, per puro amore. Il brivido gelido dell'aratro che la percorreva fecondandola era a ben vedere l'unica sua lussuriosa contropartita.
La mamma era un po' gelosa di questo rapporto tra i due, ma era una donna in carriera, non aveva molto tempo per occuparsi di dettagli sentimentali: era direttrice e chief executive di un importante centro residenziale promiscuo con vista sulla gola de Su Sartu.
Importante per noi, in quanto ci abitavamo. Promiscuo perché era popolato da umani (due) e bestie piccole e grandi.
Nel novero delle bestie utili entravano galline e maiali, in numero variabile a seconda delle fluttuazioni del mercato.
Oltre queste, c'erano altre bestioline più sudicie, apparentemente di nessuna utilità; erano stabilmente sei da quasi cinque anni e se chiedevi alla mamma ti rispondeva risolutamente che il loro numero non sarebbe più aumentato. Per quanto molto simili tra loro per forma e aspetto generale, spiccava per la sua bellezza una piccola bimba bruna e boccoluta: io ovviamente.
Il più grande di noi sei era Gian Piero, quell'anno aveva la fortuna di dormire in una camera tutta sua, giacché doveva alzarsi alle 4 per prendere la corriera che lo avrebbe portato in città a frequentare la Scuola Superiore, un lusso. Il suo esclusivo loft semindipendente era stato fino all'anno prima la mansarda, adibita a deposito di frutta. Quando tornava, all'ora di cena, non aveva problemi di insonnia. Al contrario, rischiò tre volte l'annegamento tuffandosi di faccia nel piatto di pasta e ceci, tanto che babbo - verificato che i rimproveri erano inutili e la catalessi del suo figlio maggiore improvvisa e imperativa - si risolse a costruirgli un'impalcatura in legno con la quale sostenere la testa in caso di necessità. Quando la stanchezza lo vinceva noi sorelline premurose lo imboccavamo a turno fino a fargli terminare la cena. Lui masticava nel sonno e russava, il capoccione studioso imbragato in quella gabbia di ginepro; era una sorta di cicciobello ante litteram, ma più fetente, uno spasso.
Quando giudicava che avesse mangiato a sufficienza, la mamma interrompeva la propria cena e gli andava alle spalle. Gli dava qualche pacca tra le scapole fino a che un rutto bestiale non confermava che era possibile adagiarlo in posizione orizzontale. Faceva quindi un cenno al babbo, incaricato delle operazioni di trasbordo che mamma supervisionava.
- Coraggio, mascoi - diceva la mamma dandogli teneri buffetti che risuonavano per tutta la casa facendo vibrare i vetri- a letto giovanotto!
Il più delle volte gli inviti a destarsi - che in un ragazzo meno coriaceo di Gian Piero avrebbero probabilmente causato danni permanenti - non erano sufficienti, mio fratello si limitava a grattarsi la guancia appena arrossata, faceva qualche buffa smorfia, strizzava gli occhi e continuava a dormire. Allora la mamma indicava al babbo la necessità di trasportare a braccia il carico. Il babbo sollevava quel grosso bambinone dando l'impressione che non gli costasse uno sforzo superiore che strappare un ravanello dall'orto e si allontanava salendo lentamente in mansarda, intonando una bassa nenia.
Assistevamo a quei preparativi con tristezza e rassegnazione, perché non appena il babbo usciva dalla cucina la mamma proferiva le fatidiche parole che suonavano alle nostre tenere orecchie quasi come una condanna:
- Bambini, finite le patate poi a letto anche voi.


[Continua...]


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mercoledì 24 febbraio 2010

Fuga dal Circo. 5.

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Sdraiato supino sulla sua morbida balla di fieno, le grosse braccia pelose incrociate dietro la nuca, Donky non dorme.
Non è stato svegliato dalla discussione agitata dei congiurati, li sente a malapena, coperti dal russare irregolare di Khorr; è nervoso e irrequieto. Non è valsa a rasserenarlo la combinazione magica che normalmente ha successo, ciucciarsi il pollice del piede destro tenendosi stretta la grossa e lacera coperta a fiori che gli regalò quando ancora era cucciolo papà Snippolo.
È triste, il povero Donky, le parole isolate che capta ogni tanto lo rattristano ancor più: compagni... fuga... libertà...
Che vuole quella marmaglia? Lui è cresciuto insieme a loro, ha occupato le stesse gabbie. Lui ha saputo uscirne... ora non è un fenomeno da baraccone come quegli altri incapaci, ora è l'assistente di Snippolo e Ogyvolo; non ha gabbie intorno, mangia tre volte al giorno, Snippolo gli assegna compiti di alta responsabilità.
La vita è una questione di scelte.
Lui ha scelto bene, ha fatto sì che papà Snippolo , strana cicogna dal naso adunco, lo accogliesse sotto la sua ala. Obbediente, rispettoso, è riuscito pure ad imparare alcuni rudimenti della lingua di papà.
Non è da tutti...
Allora perchè è così triste?
Scaraventa lontano la coperta e si rigira sul giaciglio. I suoi movimenti, inevitabilmente rumorosi, hanno evidentemente disturbato Khorr, che ha smesso improvvisamente di russare. Ci sono alcuni secondi di silenzio nei quali il bisbigliare lontano di Tellina diventa intellegibile. Khorr si schiarisce la voce, poi dice cautamente:
- Rrrgh... Doosh?
- Si, ho sentito...
- Saars?
- Non ha detto Cina, ha detto vicino... scherzano, dormi.
- Dooosh a saaars! Doosh a saars! - Insiste Khorr alzando la voce.
- Silenzio!! Vuoi svegliare tutto il circo? Come puoi immaginare che dicano seriamente che vogliono scappare in Cina? Hai capito male! Dormi ora...
Khorr rimane in dubbioso silenzio per qualche minuto, poi la sua meditazione diviene più profonda e riprende a russare.
Sognate, sognate perdenti - pensa Donky - Illudetevi di avere un futuro fuori da quelle sbarre... uscirete dalle gabbie solo da morti... o morirete nel tentativo di lasciarle...

È ormai quasi l'alba, all'interno del tendone comincia a filtrare la livida luce del giorno nascente.
Se i congiurati conoscessero il tenore dei pensieri di Donky non si esimerebbero da gesti scaramantici, ma non è per scaramanzia bensì per innato senso di pulizia felina che Momotti sta procedendo ad un lavacro perineo/scrotale. Si ferma solo per scuotere energicamente la testa, fauci aperte e lingua estroflessa, nel tentativo di scollarsi i peli che gli sono rimasti attaccati alle ruvide papille.
- Calma sorella - sta dicendo Giac - Non sei positiva, bbella! Giac dice che ci manca il Nirvana... abbiamo bisogno di rilassarci... Giac pensa che sarebbe fico sentire cosa macinano le zucche di Momotti... Amico, hey bbello, illuminaci!
Momotti solleva la testa interrompendo la sua toilette. Il viso è placido e sereno. Sembra sorridere, quasi aspettasse che qualcuno lo interpellasse per intervenire nel discorso. In sottofondo si sente una voce che pare modulata sul suono di un tosaerba a benzina. Sta dicendo stronzistronzistronzi.
Il persiano si stiracchia distendendo smodatamente collo e zampe anteriori, poi si siede sulle zampe posteriori e incrocia gli occhi a fissare un punto sopra la fronte, verso il lungo ciuffo dal quale sembrano provenire gli improperi.
- Taro, - dice con voce soave - il nostro maestro Zen diceva:
Il cane che abbaia nella notte lo fa per paura del buio
Hai dunque tu paura?
- Fanculo non sono un cane non è più notte! Fottiti! Stronzo, stronzi tutti! - dice la voce, ma poco dopo gli insulti terminano, sostituiti nuovamente dal digrignar di denti.
Momotti rimane taciturno qualche minuto, i compagni conoscendolo attendono pazientemente.
- Ora che il silenzio ha parlato alle nostre anime placandone le ostilità e permettendoci di ritrovare uno stato di armonia col Cosmo, possa la sapienza dei nostri saggi padri fluire attraverso me per illuminarci la via.


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giovedì 18 febbraio 2010

B. 12.

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Il primo di noi è nato nel 1279, in Spagna.
È l'unico che ha avuto il privilegio di venire alla luce dopo il travaglio e il parto della propria madre.
Conservo quasi tutti i suoi ricordi, ma non sono lui, così come sono diverso da mister B. o da Benedicto Amado. Dovreste capirmi: voi che leggete cosa avete in comune con i bambini che siete stati?
La memoria. Tutto il resto è ben poco significativo.
Da secoli ormai ci diamo il cambio in questo modo.
Emergiamo magrissimi, siamo individui del tutto normali, anche se godiamo del privilegio che ci viene dalla sapienza che condividiamo con i nostri predecessori e ci consente di vivere vite quasi sempre più agevoli di quelle dei nostri contemporanei; chi viene dopo ha giocato la partita molte volte, sa dove ha sbagliato e se ha capito la lezione sa come correggersi. Nessuno di noi è mai arrivato oltre i 40 anni: avviene piuttosto improvvisamente, l'equilibrio si spezza, il segno inequivocabile della muta imminente è il peso che prende ad aumentare velocemente, inesorabilmente. Cominciamo a covare la generazione successiva, quindi passiamo il testimone. Mister B. ha accelerato volontariamente questo processo ingozzandosi in carcere, straripante Hansel che si offre volontariamente alla strega; il suo ciclo vitale è durato meno di due anni, neanche il tempo di essere condannato definitivamente per un omicidio che non aveva commesso. Ho sette secoli di esperienza alle spalle, 30 vite vissute in giro per l'Europa. Ad osservare e imparare.
Procurarsi un'identità è ogni volta più difficile. La ricchezza da un lato ti dà un'infinità di mezzi, dall'altro ti espone troppo: non è pensabile far sparire il cadavere del magnate Amado - il luminare della Medicina, quello che è stato più volte in corsa per il Nobel- come un Giorgio Faluca qualsiasi. Dovunque ci siano troppe persone, lì ci sarà qualcuno che quando si diffonderà la notizia che Amado è scomparso, sarà pronto ad indicare dove l'ha visto l'ultima volta. Troppe persone, troppe domande, il rischio di essere scoperti. Allora vai a mutare lontano da occhi indiscreti, la barca in mezzo al mare è un classico: non c'è bisogno di spiegare l'assenza del cadavere, il mare inghiotte senza lasciare traccia bocconi ben più corposi.
Non è andata bene, abbiamo sprecato inutilmente una generazione. O forse no, conserveremo molto cara l'esperienza aberrante dentro quelle quattro mura claustrofobiche e spoglie, ci servirà a comprendere meglio il dolore e la cattiveria umana.
Adesso che ho un nome e un cognome, posso riprendere il progetto originario. Per un po' di tempo andrò avanti con i soldi contanti conservati nella cassaforte dell'appartamento. Potrò finalmente uscire di qui, un laborioso maquillage mi permette di presentare senza timore di causare sospetti la carta di identità che mi identifica come la persona che non sono.
Del resto la foto è vecchia di cinque anni, le persone cambiano; penso che con questa chiederò il passaporto, avrò certamente bisogno di viaggiare nei prossimi anni...

Aspetterò la prima borsa di studio Amado per cominciare la mia carriera. Ovviamente la vincerò, questi concorsi sono estremamente democratici, ai limiti della follia egualitarista: come ha voluto Benedicto, non è richiesto alcun titolo specifico, è sufficiente dimostrare di avere le capacità necessarie; di essere il più adatto.
Tutti si chiederanno come ha fatto un ex sbandato - autodidatta se si eccettua la scarna istruzione liceale- a scalare in pochi anni le vette del potere delle Cliniche Amado; ma nessuno potrà confutare la mia assoluta competenza.
Il pacchetto azionario con cui Amado controllava le sue cliniche è stato - secondo testamento - polverizzato, distribuendolo a tutti i dipendenti; se i nuovi proprietari non cambieranno le regole, scommetterei su Giorgio Faluca come prossimo amministratore delegato, da qui a 10-15 anni.
Oppure potrei decidere di cambiare. Non sarebbe la prima volta, nelle mie vite precedenti sono stato quasi tutto, alcuni di noi hanno avuto interessi e talenti fuori dal comune, talvolta oltre la soglia di ciò che definiamo genialità: un intero popolo mi celebra da secoli come uno dei suoi figli migliori senza avere neppure la certezza che io sia esistito realmente. Non so ancora se nelle mia incarnazione attuale ho qualche rara attitudine o se mi dovrò affidare semplicemente all'immensa esperienza e memoria che mi porto dietro.
Comunque sia, il cammino è ancora lungo, e tutta la storia delle mie vite, alla fine del viaggio, sarà certo strana e affascinante.

Ed io ve la dirò davvero tutta;
e vi prometto bonaccia di mare,
venti propizi e vele sì veloci
da farvi presto raggiungere al largo
il resto della vostra real flotta.



Where the bee sucks, there suck I;
In a cowslip's bell I lie;
There I couch when owls do cry.



Fine.




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martedì 16 febbraio 2010

B. 11.

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Perché questa storia abbia una degna conclusione e -forse- un significato, è necessario che faccia un passo indietro, raccontandovi quei folli momenti in obitorio. Per descriverli utilizzerò le immagini raccolte negli innumerevoli sogni sull'argomento, tutti molto realistici, ad eccezione delle inquadrature che passano spesso dalla banale soggettiva a prospettive più artistiche.
Il fu mister B. è disteso prono nel lettino che sotto la sua mole sembra ridicolmente piccolo. E' stato portato dentro la cella frigorifera, a fargli compagnia un morto di dimensioni medie.
Naturalmente ci sono anch'io.
Aspetto diverse ore, da dietro la porta provengono ogni tanto rumori, dialoghi smorzati, almeno due volte qualcuno entra nella cella, dalla mia posizione non posso certo vedere cosa fa. Infine le luci si spengono, si accende il neon notturno. Attendo ancora parecchio, nel timore che qualcuno trovi un motivo valido per decidere di far visita al cadavere celebre.
A causa del peso che mi opprime le spalle respiro a fatica. Forse in debito di ossigeno, rischio di commettere un errore fatale quando piombo in un pesante torpore; mi assopisco per un tempo imprecisato.
Il disagio causatomi dal freddo umido che aumenta mi risveglia, finalmente. So che non ha più senso aspettare, in realtà so di avere già aspettato troppo, mi sto indebolendo e il rigor mortis del cadavere sta ancora aumentando, potrebbe causarmi problemi.
Decido di agire.
Mister B. ha un improvviso sussulto, le abbondanti masse di grasso non irrigidite vibrano come gelatine.
La vibrazione pare concentrarsi sul braccio, fino a quel momento abbandonato penzoloni. Oscilla lentamente, sembra volersi piegare. Effettivamente l'avambraccio si flette di pochi gradi, è percorso da un brivido violento; nel mio sogno posso vedere la pelle del gomito giallastra e tumefatta che si tende, qualcosa sembra muoversi sotto, come se il cadavere fosse stato prematuramente colonizzato da grossi vermi che ora se ne cibano scavando gallerie.
La pelle si spacca in corrispondenza dell'articolazione, una ferita netta di diversi centimetri. Dai grossi bordi della ferita emerge un'escrescenza rosea, che spinge, spinge. Lo strappo si allarga, percorre tutto l'avambraccio, qualcosa sta spingendo verso l'alto. La regia nei miei sogni spesso indugia sullo strappo che si apre correndo verso la mano. E' come se l'avessi veramente visto: arriva giù, fino al polso, si ferma; a quel punto la mano rattrappita pare sfaldarsi come una saponetta macerata in acqua serrata dentro un pugno; é proprio un pugno chiuso quello che ora emerge da pelle e carne di falangi disfatte. Un braccio magrissimo si sfila da quell'astuccio sollevandosi coperto di sangue. L'enorme straccio di pelle e carne in cui era custodito fino a quel momento oscilla nel vuoto, è ancora attaccato per il muscolo pettorale al cadavere di mister B.
Il mio braccio sinistro è libero, il destro è ancora bloccato sotto B., ma ne posso fare a meno.
Porto la mano ad afferrare l'orecchio sinistro di mister B., lo tiro più forte che posso e nel contempo spingo il collo a contrastare questa trazione. Il cuoio capelluto dietro l'orecchio cede con uno strappo rumoroso, tiro ancora, la piaga si estende, attraversa la nuca. A tentoni afferro il bordo della ferita che ora separa le scapole. Tiro ancora, spingo testa e schiena all'indietro.
L'altra inquadratura che mi suggeriscono i miei sogni è laterale: il mio busto si staglia dal cadavere martoriato di mister B. disegnando una Y, una separazione che è più simile ad un amplesso ripugnante, non è una farfalla quella che emerge da un osceno bozzolo di 150 chili.
Liberare l'altro braccio e le gambe sarebbe più semplice, ma la stanchezza delle fasi precedenti si fa sentire e procedo con lentezza. In ginocchio sul lettino sfilo via gattonando i piedi dai grossi polpacci ancora dentro i pantaloni, le caviglie ancora chiuse nelle catene.
Le vestigia di ciò che sono stato giacciono scomposte sul letto.
Devo uscire in fretta dalla cella frigorifera, ma sono confuso e stanco, salto giù dal lettino e mi avvio a passi traballanti verso la porta, lasciandomi dietro impronte insanguinate. I miei movimenti sono scoordinati ed eccessivi, ho scaricato un'immensa zavorra e mi ci devo ancora abituare. Il pavimento è gelido, il mio corpo è ovviamente nudo e non è più isolato dal grasso di B. Maneggio senza successo la maniglia della porta, sono istanti di panico, ho paura di non poterla aprire. Riesco infine nel mio intento, faccio per uscire, ma in quel momento realizzo che il fatto di essere nudo implica la necessità di procurarsi qualcosa da mettersi addosso. Mi ricordo del mio compagno coperto da un lenzuolo, ma non posso prendergli i vestiti subito, ho mani e braccia piene di sangue- sono intriso di sangue- è necessario che prima mi lavi. Tuttavia ho il fondato timore di non riuscire più ad aprire la cella frigorifera dall'esterno, infatti da questa parte non c'è una maniglia, solo una serratura. Per assicurarmi l'accesso non trovo di meglio che tirare con fatica il pesante lettino con sopra ancora una quintalata circa di quello che solo qualche ora fa era un essere umano. O almeno una sua parte importante.
Dispongo il lettino ad occupare l'ingresso, la porta non potrà chiudersi.
Nella stanza attigua alla cella frigorifera c'è una scrivania, diversi scaffali con libri e strumenti chirurgici e un lettino per autopsie. Sul lato più corto della stanza la porta del bagno.
Faccio una doccia - calda, per fortuna- ripulendomi molto approssimativamente per il terrore che mi causa il rumore di ogni goccia che batte sul piatto in ceramica: non posso farmi scoprire proprio adesso.
I residui di sangue e materiale caseoso rimangono negli asciugamani con cui mi detergo.
Ne utilizzo uno pulito per avvolgermelo intorno alla vita, rientro nella sala frigorifera a spogliare il vecchio del suo pigiama, cercando di evitare le pozze di sangue per terra. Non so proprio cosa avrei fatto se l'avessi trovato nudo, forse avrei provato ad adattarmi addosso il lenzuolo. Quindi esco nuovamente, ripongo il pigiama sulla scrivania e spingo il lettino verso la cella per poter chiudere definitivamente la porta: è a questo punto che l'equilibrio precario di quelle carni si arrende alla gravità, la massa crolla per terra con abbondanti schizzi di sangue e un rumore che ricorda una secchiata d'acqua sul selciato.
Gli schizzi di sangue mi sporcano i piedi, che sono ancora nudi. Non potrò utilizzare i mocassini di B., troppo sporchi, ma non trovo calzature di alcun tipo. Alla fine trovo in un cassetto delle cuffie verdi da chirurgo e mi risolvo a legarmene due ai piedi, spero che non siano troppo evidenti nel buio esterno.
Uscirò dalla stretta vasistas, avvicinando la scrivania al muro e salendoci sopra con una sedia.
La metamorfosi appena conclusa, cominciata molti mesi fa, ha reso le ossa del mio scheletro flessibili come cartilagini.
Le ossa impiegheranno diverse settimane a consolidarsi nuovamente.
Nel frattempo la loro elasticità, unita alla mia estrema magrezza, fanno di me il più grande contorsionista esistente.

[Continua...]


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lunedì 15 febbraio 2010

Fuga dal Circo. 4.

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Scoppia una discussione piuttosto animata, tutti vogliono dire qualcosa, i versi si sovrappongono, più volte qualcuno richiama gli altri ad abbassare il volume della conversazione, meglio non rischiare di svegliare gli scimmioni. Parlano tutti, nessuno ascolta. L'unico che se ne sta placido, quietamente acciambellato all'angolo della sua gabbia, è il persiano Momotti. A stargli vicino si sentirebbe un basso ronzio, si direbbe che stia facendo le fusa, in realtà è un digrignar di denti, ma non proviene da Momotti, o per essere più precisi non arriva dalla sua testa numero uno, quella carina, il simpatico musetto peloso e schiacciato con cui si mostra al mondo. Si direbbe che provenga da un punto un po' più in alto, quasi ci fosse qualcuno di terribilmente nervoso nascosto tra i peli della singolare zazzera che gli cresce tra le orecchie.
- Insomma- sta dicendo Tellina- Mi pare di capire che l'idea di scappare da questo posto piace a tutti noi... ma prima ancora di pensare a piani di fuga non vi domandate se vi sta sfuggendo qualcosa? Una volta fuori di qui, dove pensate di andare?-
- Io sapvei esattamente dove andave: andvei in Camavgue, dove è pieno di fenicottevi, potvei vaccoglieve tutte le penne che mi sevvono pev tvavestivmi in modo così pevfetto che nessuno si accorgevebbe che sono una pettegola. Vivvei finalmente tva i miei simili, dai quali solo un covvedo genetico non covvispondente alla mia natuva psicologica mi ha veso divevso.-
- Camargue: zona umida a sud di Arles, in Francia, fra il Mar Mediterraneo...- sciorina Kuaddin'
- Kuaddin', hai anche la risposta al motivo per cui Gnegnelé si diverte a travestirsi?- Chiede Mix in tono annoiato.
- Ho tre ipotesi altrettanto valide...-
- Intendevo...- taglia corto Tellina riprendendo la parola- Avete pensato a come potreste vivere fuori di qui? Tu che parli, Gnegnelé, mi risulta che voli malissimo, probabilmente finiresti impallinato ancor prima che possa dire 'sono libevo'. E poi la Camargue è piena di fango, non vorrai mica sporcarti i tuoi eleganti trampoli?-
Gnegnelé tace, pensieroso.
- Tu Giac sei dipendente dai tuoi esperimenti, non riusciresti a stare lontano dal mondo degli umani, a costo di salire sui tetti ad annusare il fumo dei camini.
- Hi hi! Vero, vero!- ridacchia Giac -Beh, non è male, se bruciano legna verniciata è una gran figata!-
- Tu Ziri: mettendo insieme le parole bradipo e fuga otteniamo una contraddizione in termini, dove speri di fuggire? Sei più lento di una lumaca artritica e da quando ti conosco non hai mai staccato tutte e quattro le zampe da quella specie di trespolo marcito su cui sei appeso anche adesso.-
- Ma compagna... dobbiamo opporci... il riscatto sociale...la lotta di classe...- balbetta Ziribiglio. Mix ride.
- Mix! Patetico, ottuso asino maligno! Stai benissimo qui dentro: hai un letto, la biada tutti i giorni... In cambio devi esibirti in quel ridicolo spettacolo giocando sull'ambiguità della tua quinta gamba storpia. E tu sei gonfio di vanità per questo, credi che non si veda? No, non potresti rinunciare a tutto ciò: dove trovi un altro posto dove puoi startene in totale relax, nessuna decisione da prendere, nessuna responsabilità... in più sei convinto di far crepare di invidia tutti i maschi di questa terra, umani e non. Mix, sei uno stupido illuso: tutti sappiamo che in realtà ce l'hai piccolo come un fagiolo borlotto.- Si ferma un istante, dubbiosa- Tutti... ad eccezione di Gnegnelé che continua a non volerlo credere- Mix raglia lamentosamente, scioccato dall'aver appreso così che il suo segreto inconfessabile è di dominio pubblico. Gnegnelé, nella gabbia vicina a Mix, gli sta dicendo a voce bassa:
- Dille che non è vevo! Diglielo! -
- Kuaddin', con tutta la merda che c'è nel mondo forse sei l'unico che si troverebbe bene là fuori... - contina Tellina.
- In realtà, essendo io una Hippobosca equina o mosca cavallina che dir si voglia, il mio nutrimento di elezione non sono gli escrementi bensì il sangue -appunto- equino.-
- Certo, certo, come dici tu, allora potrai shakerarti un drink su Mix.-
- Bvava, ne hai una pev tutti... ma allova tu? Cvedi di esseve meglio di noi? Cvedi di potev aveve una vita fuovi di qui??- Chiede Gnegnelé acido.
- Io? - Risponde Tellina in tono realmente stupito- Ma ragazzi, se non ve ne foste accorti, io non ho neppure le zampe!-

[Continua...]




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martedì 9 febbraio 2010

Esopo. 5.

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Rimasi in ospedale alcuni giorni, ero pieno di escoriazioni e avevo un lieve trauma cranico.
Esopo mi aveva salvato la vita.
Lo dissi, a mio padre, agli altri, appena ripresi conoscenza qualche minuto sull'ambulanza.
Lo ripetei successivamente, gli spiegai che aveva deciso di salvarmi, sapeva cosa stava per succedere.
- Certo, certo, ora stai calmo, sei al sicuro, ora- mi rispose.
Recitai la stessa storia a tutta la famiglia il mattino dopo, quando vennero a trovarmi all'ospedale, raccontai la decisione di Esopo di spingere me dentro il tunnel e coprirne l'imbocco col suo corpaccione, riparandomi così da quell'esplosione. I miei fratelli annuivano tutti, tranne Riccardo che scuoteva la testa.
- Chissà quanto ha sofferto- disse Pina-
- Ora è in un posto migliore- fece Orazio, fedele al dualismo dialettico Yin Yang che interpretava sempre con sua sorella.
- Potremmo vendere la sua storia ai giornali, o magari farci un film- disse Gian Piero.
- Sì, ho già in mente il titolo: Quella porca mezza dozzina (sottotitolo: di zampe)!- rise Serena.
Riccardo non disse nulla, ma fu l'ultimo a salutarmi quando andarono via, e mentre tutti erano già fuori dalla stanza diretti verso l'uscita, si trattenne ancora, e mi disse:
- Ismaele, ora ti spiego perché ciò che dici non può essere vero: cosa pensi che abbia causato l'esplosione e l'incendio? Un missile del poligono? Lo credevo anch'io, ma non è così; é stato un meteorite. Non ci credi? Ne hanno parlato anche i giornali, l'hanno persino recuperato, stamattina, una pietruzza nera di 20 cm di diametro, l'hanno trovata in fondo al cratere di 5 metri di profondità che ha scavato sul fianco della collina. Ma anche se fosse stato un missile, dimmi, come avrebbe fatto Esopo a sentire che stava arrivando? Non c'è udito finissimo o olfatto che possa riuscire ad individuare un missile o un sasso che viaggiano a migliaia di chilometri l'ora. No, neppure la scia luminosa, non ha senso, eravate sotto gli alberi.- Il mio fratellone campione di logica si sedette sul bordo del letto, mi diede un bacio in fronte e mi accarezzò una guancia, con un gesto che interpretai come un volersi scusare per avermi aperto gli occhi.
- Esopo ci mancherà- disse.
Annuii e gli occhi mi si bagnarono di lacrime.

Quella notte sognai Esopo.
La scenografia era al risparmio, c'era solo il letto con me sopra, immerso nel bianco uniforme e sconfinato.

Sullo sfondo le note di Anche gli Angeli mangiano fagioli.
Da lontano vedo una macchietta scura più grande contornata da puntolini rosa che le vorticano intorno.
Man mano che si avvicina lo riconosco:
- Esopo! Esopo sei tu!- dico un istante prima di accorgermi che gli mancano due zampe, ora è un porcello canonico.
- Le tue zampe, che ti è successo?-
- Sono morto! - risponde Esopo grugnendo divertito. Ha la voce di Orson Welles, o almeno del suo doppiatore italiano.
I puntolini che gli girano intorno sono tanti minuscoli porcellini alati, orbitando eseguono spericolate evoluzioni e paiono divertirsi parecchio. Che siano l'equivalente degli angioletti nel Paradiso Suino?
Appena è abbastanza vicino lo abbraccio cingendogli il collo enorme.
- Grazie, so quello che hai fatto- gli dico.
- Oh, nulla, alla fine sacrificare la propria vita per un amico andando incontro ad un'orribile morte non è poi tutto 'sto sforzo.
- Hai sofferto?
- Ma no, scherzo, Ismaele!... Lo smembramento è stato pressoché istantaneo, augurerei a tutti una morte così... Ma avanti, non perdere tempo, l'infermiera potrebbe svegliarti da un momento all'altro per infilarti il termometro... chiedimi quello che mi devi chiedere.
- Veramente credevo che ti stessi sognando perché il mio subconscio ha bisogno di prendere congedo definitivamente da un amico che se n'é andato senza darmi il tempo di salutarlo come volevo. Alla fine di questo sogno mi sveglierò più sereno e sarò disposto ad accettare la tua morte. Si chiama elaborazione del lutto.
- Già già, e vuoi farmi credere che non ti rode non essere riuscito a rispondere nulla a Riccardo?... avanti... chiedi!
Rifletto un secondo, ovviamente ha ragione.
- Come facevi a sapere che sarebbe caduto il missile?
- Aaah, ecco la domanda. - dice socchiudendo gli occhi e alzando il grugno.
- Intanto, non era un missile, era proprio un meteorite... Una probabilità su non so quanti milioni di ziliardi. Pensa, i giornali hanno scritto la verità!- Grugnisce forte, gli scappa una scoreggia
- Pardon! Come sapevo che sarebbe caduta? E' semplice, l'avevo visto. Tutti voi credevate che io avessi sei zampe e in effetti così apparivo, ma in realtà le cose stavano diversamente: per un rarissimo fenomeno previsto dalla Teoria Quantistica della Relatività Generale l'istante della mia nascita si è per così dire sdoppiato... diciamo che nel vostro universo sono nato in due tempi e in due luoghi diversi, separati da un piccolo intervallo di spazio e di tempo, ma collegati insieme da un wormhole, un tunnel spazio-temporale attraverso il quale i miei due me stesso esistevano e si muovevano come un'unica entità quadridimensionale.
Guarda, potrei spiegarti i dettagli, ma dovrei insegnarti tutta la parte teorica, e lì da voi manco l'hanno ancora scoperta...
Vedimi come due fotogrammi sovrapposti, ma sfalsati, mi lasciavo dietro un pò di porcello che significano chiappe e relative zampe, ma esistevo contemporaneamente 20 secondi più avanti. - Mi guarda, scettico.
- Credo di aver capito-
- Già, certo... immagino... Comunque, ora che son morto i miei due me stesso si sono sincronizzati e perciò non vedi più le due zampe di troppo... Understand??
- Mmm, sì... spero di saperlo spiegare a Riccardo...
- Ce la farai! Senti questo strepito? E' l'infermiera che ti sta urlando di svegliarti. Ci dobbiamo lasciare, ragazzo... E ricorda: del maiale non si butta via niente!

E proferite queste parole emise tre scoregge apocalittiche e svanì.

Pochi giorni dopo tornai a casa, raccontai la storia a Riccardo che per tutta risposta rise ininterrottamente per cinque minuti, ebbi paura che diventasse scemo, ma si riprese.
- Non male, è buona, è buona...- disse, ma dubito di averlo veramente convinto.
Al termine del pranzo di benvenuto il mio papà volle brindare ancora ad Esopo:
- Il più gran porco che sia mai nato!
Due volte avrei voluto dire, ma nessuno mi avrebbe capito, non ero sicuro di capire neppure io.
Sollevò il bicchiere e bevve d'un sorso tutto il cannonau ivi deposto.
Sollevammo i nostri e bevemmo il surrogato di coca che contenevano.
- Oh- fece papà rabbuiandosi- Come sapete di lui dopo l'esplosione e l'incendio non è rimasto molto... In realtà fino ad oggi vi ho detto che non avevamo trovato neppure un pezzettino. Non è così- disse tornando allegro- Per una strana coincidenza vicino al luogo dell'esplosione ho trovato le due zampe posteriori... solo due, Orazio... perfette, neppure bruciacchiate... Ebbene, le ho subito preparate e tra non molto saranno due ottimi prosciutti!-
Allora capii e cominciai a ridere forte e urlai:
- E' giusto! Grande babbo! Del maiale non si butta via niente!!-
Quel Natale mangiammo il prosciutto più buono che si possa immaginare.


Fine





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domenica 7 febbraio 2010

B. 10.

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Rimasi nell'appartamento di via Fermi diversi mesi.
Non avevo ancora un nome e un cognome, me li dovevo procurare.
Mister B. era stato sfortunato e inetto, lo avevano catturato prima che potesse liberarsi del corpo sulla barca e trovare un'identità.
Eppure Benedicto Amado, il primo, grasso, facoltoso cadavere di questa storia di morti oversize, gli aveva organizzato tutto alla perfezione: dopo essersi disfatto delle spoglie di Amado, mister B. avrebbe dovuto raggiungere l'appartamento di via Fermi, Amado e mister B. erano gli unici a conoscere la procedura d'accesso, l'anacronistica parola d'ordine e la combinazione della serratura. B. avrebbe dovuto attendere pazientemente -come feci poi io - di potersi impossessare dei dati anagrafici di qualche sfortunato. Il fatto che Amado fosse il ricchissimo proprietario delle Cliniche Amado, 12 ospedali sparsi nelle maggiori città del Paese, era un indubbio vantaggio.
Ma il mio predecessore si era fatto catturare e incarcerare, meritandosi l'epiteto di disossatore. Il soprannome gli venne invece attribuito quando con la vanità che ci è tipica, aveva risposto alla schiera di giornalisti che lo assediavano davanti alle sbarre della cella del tribunale, desiderosi di poter svelare al loro pubblico la vera identità dell'uomo misterioso, Chiamatemi Bee.
In seguito il tribunale aveva stabilito con certezza che mister B. fosse un tizio la cui morte presunta era stata dichiarata 10 anni prima. Naturalmente non era così.

Benedicto Amado voleva molto bene a mister B. e quest'ultimo è stato un padre per me.
Ora stavo riscuotendo la sua eredità: avevo le credenziali per collegarmi al mainframe delle Cliniche Amado e al programma gestionale dove il personale annotava terapie, decorso clinico, dimissioni e decessi di tutti i pazienti dei vari ospedali. Grazie ad una richiesta molto riservata del committente, il software è stato studiato per consentire ad un utente privilegiato di visionare e modificare,senza alcuna ulteriore autorizzazione e senza lasciare tracce, ogni dato presente per qualsiasi paziente ricoverato in uno qualunque dei 12 ospedali.
Certo, se Amado avesse chiesto di poter avere il privilegio di intervenire per permettere di cancellare le tracce di un decesso - ciò che realmente ci interessava - la cosa sarebbe apparsa sotto una luce diversa all'azienda di software. Ma pagò molto bene la backdoor e se a qualcuno venne il dubbio che ci fosse qualcosa di poco chiaro, non manifestò mai le sue perplessità.
Trovai chi faceva al caso mio dopo oltre tre mesi, nel corso dei quali consumai buona parte delle scorte di cibo presenti nell'appartamento.
Fino a quel momento nessuno dei candidati aveva i requisiti necessari; il primo, fondamentale, era che il morto non avesse parenti prossimi in vita. Ciò escludeva la gran maggioranza dei 2-4 morti maschi che esaminavo ogni giorno, scorrendo come un album di ricordi le foto che il personale dell'obitorio era tenuto ad effettuare per regolamento interno.
Questo deceduto aveva pressoché la mia altezza, pur essendo molto magro pesava sei sette chili più di me, ma questo non era importante, stavo già prendendo peso rapidamente. La carnagione era quella giusta, i tratti del viso non erano così distanti dai miei, ma per quanto vi possa sembrare strano, la prima cosa che guardavo per decidere se lo sfortunato sul lettino dell'obitorio poteva somigliarmi erano le orecchie: se prendete due persone molto magre e gli rasate ogni capello e pelo dalla testa, vi meraviglierete di quanto è difficile distinguerle. La cosa che risalta di più è appunto la forma delle orecchie.
Per tutto il resto c'é una soluzione, trucco, lenti a contatto e acconciatura sono in grado di rendere quasi indistinguibili due visi che abbiano una certa somiglianza.
Era un giovane sbandato, si era sentito male dentro la sua cuccetta di cartone alla stazione dei treni. Un ictus, se ne andò dopo cinque giorni di agonia. Quando era ancora cosciente dichiarò di essere orfano e senza fratelli o sorelle.
Sembrava una buona occasione, ma avevo bisogno di conferme, per cui fermai la procedura di comunicazione del decesso alle autorità; l'obitorio lo tenne parcheggiato in frigo alcuni giorni - nessuno aveva reclamato la salma- il tempo necessario perché l'agenzia investigativa da me attivata a nome dell'ospedale mi confermasse che Giorgio Faluca era veramente solo al mondo.
Non appena lo seppi con certezza accedetti al programma e cancellai il certificato di morte, modificai la diagnosi trasformandola in una banale gastroenterite e le terapie di conseguenza. Ora il paziente risultava essere stato dimesso, guarito.
Da ora in poi mi sarei chiamato Giorgio Faluca, il corriere avrebbe ricevuto dall'ospedale una richiesta perché mi portasse a domicilio gli ormai miei documenti ed effetti personali.
Tutto sarebbe stato in regola, autorizzato e protocollato, ma c'era ancora un cadavere di troppo.
Il sistema informò i necrofori che si trattava di un cadavere altamente infettivo, per cui maneggiandolo con maschere antigas e tute lo chiusero in un sacco sigillato e lo spostarono nella sala a tenuta stagna, corredato di un codice a barre che sarebbe dovuto servire ad identificarlo. Il codice in realtà lo classificava come rifiuto del laboratorio di epidemiologia sperimentale, nello specifico un primate da laboratorio morto nel corso di un esperimento.
Non c'era nulla di strano in tutto ciò, le Cliniche Amado impiegavano regolarmente animali a scopo di ricerca.
Naturalmente rifiuti di questo tipo erano destinati immediatamente e senza troppa burocrazia all'inceneritore.

Ecco dunque, sono recidivo: ho distrutto un altro cadavere.
Non ne vado fiero e non ho alcun modo per espiare la mia colpa verso una persona che ho letteralmente eliso.
Non posso spargere le sue ceneri su qualche luogo altamente poetico, non posso portargli fiori su una tomba per ringraziarlo del fatto che rinunciando alla sua esistenza ha permesso a me di vivere come uomo libero.
Non posso aiutare la sua famiglia in quanto non ha alcuna famiglia e proprio l'assenza di parenti ha votato la sua condanna all'annientamento.
Posso solo dire con certezza che il suo nome non verrà dimenticato: Giorgio Faluca tra qualche anno sarà il nuovo ricchissimo e filantropico presidente delle Cliniche Amado e se tutto va bene di altre attività altrettanto remunerative e votate al progresso dell'umanità.

Ciò non toglie che in questo momento mi senta un verme.
O forse il termine più corretto è larva: una larva nata da una larva, che prima o poi ingrasserà in modo spropositato fino a che dal bozzolo delle sue carni emergerà un'altra larva.

[Continua...]



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sabato 6 febbraio 2010

Fuga dal Circo 3.

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Qualche giorno dopo, sempre nel cuore della notte, 7 cospiratori molto assortiti confabulano nel buio. Il volume della conversazione è bassissimo, ma se anche Snippolo e Ogyvolo o qualunque essere quasi umano lo avvertisse, per loro sarebbero solo articolati squittii, miagolii, bramiti o notevoli rutti, insomma un melange fastidioso e insensato. Per fortuna dei congiurati, Donky & Khorr, quelle due spie senza cervello, dormono vicino al camper dei nani, su balle di fieno attrezzate a lussuosi giacigli.
La discussione si svolge nel buio quasi completo, ciascun partecipante è relegato nella propria stretta gabbia, sistemata all'interno del tendone del circo. Il primo a parlare è il bradipo Ziribiglio. Il suo eloquio -se così si può dire- è una vibrazione bassa e lenta, c'è chi la trova vagamente ipnotica e chi la paragona ad una iniezione di valium.
- Carissimi compagni, non c'è bisogno che vi dica che eviterei di parlare se non sapessi già che siamo tutti d'accordo. Siete troppo intelligenti per non convenire con me che gli spiacevoli accadimenti che ci hanno visto vittime incolpevoli negli ultimi tempi ci hanno condotto ad una situazione insostenibile...
- Eh? - Fa Giac il Folle, la volpe tabagista, mentre nel buio cerca di confezionarsi una sigaretta con un foglio di giornale, poco tabacco raccattato dalle cicche conservate dall'ultimo spettacolo e molte e varie sostanze di incerta origine. Giac è forse l'animale più celebre del circo: il suo numero in cui fuma svariate sigarette e col fumo espirato crea una moltitudine di anelli, concentrici, rotanti, incatenati, ha sempre un enorme successo. Lui se ne frega, lo fa per vivere, ma non ci prova gusto. Si diverte molto di più con le sue sigarette sperimentali: ora sta studiando la combinazione tabacco-rucola-forfora.
- E' vero Ziribiglio, non si capisce una mazza quando parli - dice Mix interpretando la domanda retorica di Giac - Avevi detto di conoscere lo slang animale universale, ma mi sa che hai sparato una balla.
- Zitti pev favove! Ché poi si offende e vipvende a pavlave tva dieci minuti - dice Gnegnelé e ottiene il risultato di offendere il bradipo che rimane in silenzio per lungo tempo. Quando quasi tutti hanno perso ogni speranza e stanno decidendo che è meglio piantarla lì e cercare di dormire, Ziribiglio riprende senza preavviso:
- Tutti noi stiamo vivendo con estremo disagio le nuove regole imposteci dai nostri spietati custodi. Mi fa specie constatare che ancora nessuno di noi si è...-
- Eh?- ribadisce Giac che si è sistemato sulla coda il pezzo di carta con sopra tabacco e il resto. Arrotola la lunga coda e la distende nuovamente, appare una simil-sigaretta molto dignitosa, ancorché infarcita di peli.
- Qualcuno ha da accendere? - chiede.
Interviene il moscone Kuaddin', una bestia di quattro chili per un'apertura alare paragonabile a quella di una poiana.
- Il bradipo tridattilo qui presente - genere Bradypus, famiglia Bradypodidae- si sta in realtà esprimendo in un perfetto slang animale universale, sebbene eccessivamente stucchevole; voi siete evidentemente troppo ignoranti per capirlo. Io invece conosco lo slang e conosco altre 36 lingue particolari, comprese le vostre lingue madri, per cui se me lo richiedete e dietro equo compenso posso effettuare traduzioni accurate per ciascuno di voi. -
- Te lo dò io l'equo compenso... - fa Mix.
- Oh insomma, fatelo parlare- ruggisce Tellina, la foca leopardo; preso alla sprovvista da quel verso inaspettato, Momotti rizza il pelo e soffia impaurito. - Ho sonno e fame, se dormo non penso alla fame, quindi quanto prima questo vecchio bavoso finisce tanto prima dormirò, e non penserò che siete tutti commestibili. Cala il silenzio assoluto, neppure Kuaddin' obietta nulla e questo è di per sé un evento eccezionale.
- Vai avanti, Ziri, e cerca di essere molto chiaro.
- Ehm, grazie... cara... compagna... Ci provo...- fa Ziribiglio con voce tremante. Prosegue indisturbato la sua esposizione.
- I nani ci sfruttano, ci fanno lavorare 10 ore al giorno, in più c'è lo spettacolo... poi ci sono le visite dei bambini che urlano e ci tirano noccioline, caccole e pietre... Ci hanno ridotto l'ora d'aria... non che a me serva, come sapete non sono uno che si muove molto... ci hanno ridotto il cibo! Al povero Giac hanno tolto la possibilità di fumare liberamente! E' un'ingiustizia-
- Parole sante, fratello! - sussura Giac: con la zampa anteriore tiene ferma uno scheggia di legno, un'altra l'ha in bocca, sfregandole spera di ottenere l'agognato fuoco.
- E allora, converrete con me che l'unica soluzione è evadere!-
Nessuno osa parlare, o per timore di Tellina o per l'imbarazzo di discutere con Ziribiglio per il quale l'unanimità di pensiero è il valore più prezioso.
- E come pensi di poter scappare? - chiede infine Tellina.
- Ho un piano estremamente semplice, che se avrete la cortesia di ascoltarmi ancora qualche minuto passerò ad esporvi. -
L'esposizione del piano dura tre quarti d'ora: è ovviamente complicatissimo e in più punti prevede l'utilizzo di tecnologie aliene per riuscire, ma nessuno ha il coraggio di farlo notare a Ziri. Quando il vecchio bradipo termina, sono tutti attoniti, cercano di trovare un modo delicato per dirgli che il piano non ha molte possibilità di successo.
- Tutti gli altri converranno con me che questo piano è una stronzata!- dice infine Mix e il sollievo degli altri è tangibile: Mix si diverte a fare il lavoro sporco, per questo è un po' odiato da tutti, ma in certi casi risulta utile.
- E poi non hai considerato il calamaro gigante all'ingresso- dice Giac. Tutti si voltano in direzione della sua voce. Nel buio balugina una piccola lucetta rossa, evidentemente è riuscito in qualche modo ad accendere il suo esperimento.
- Quale calamavo? Oh, Giac - sbotta Gnegnelè - Che ti stai fumando?-

[Continua...]




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venerdì 5 febbraio 2010

Esopo. 4.

[Precedente]                                      [Inizio]


Ragionavamo così, mentre affrontavamo il crinale della collina, ogni tanto Esopo si fermava a raspare la terra col grugno, cavava dall'humus e sgranocchiava ora un grosso lombrico, ora una lumaca, talvolta gli capitava di riesumare bicchieri o posate di plastica, in tal caso grugniva come a dire Visto? Hai bisogno di altre prove? L'uomo è molto più porco di me.
- Sarà, ma proprio tu non ti devi lamentare... Sei trattato con tutti i riguardi, sai che non diventerai mai salsicce, non ti manca nulla... a proposito: vogliamo parlare della tua avventura galante con la scrofa Bologna? Un'intera notte! Credevi non me ne fossi accorto?- gli dissi, ricordandogli l'escursione romantica nel porcile del vicino , due giorni prima.
- Sgrunf! Huiiii! - rispose sornione Esopo.
Salimmo ancora un po', la mia meta era diventata la cima della collina, da dove avremmo potuto ammirare l'intero vallata e una buona fetta di costa, lo spettacolo della larga fascia di spiaggia bianca che divideva il verde della vegetazione dal blu profondo del mare era una immagine che mi ripromettevo sempre di fissare in un espressivo acquerello. Mi bloccava il fatto che non sapessi dipingere affatto.
Improvvisamente, senza alcun motivo apparente, Esopo mostrò un grande nervosismo: alzò il grugno, sembrò annusare l'aria, mi guardò e grugnì. Una, due, tre volte, a intervalli, quasi si aspettasse da me una risposta o un cenno di comprensione.
Poi prese a girare in tondo, grugnendo sempre più rumorosamente, sempre più agitato. Sollevò un incredibile polverone, cercai di calmarlo, lo rimproverai senza ottenere nulla. Poco dopo si fermò di scatto piantando le sei zampe tese a terra. Accennò una corsa in discesa, credetti che mi avrebbe abbandonato lì, ma venti metri sotto si fermò, si girò nuovamente a guardarmi. Risalì incerto, mi venne a fianco, poi con la stessa foga di prima corse ancora verso valle. Si fermò di nuovo a guardarmi. Era chiaro che voleva che lo seguissi. Conoscendo la sua intelligenza e il suo fiuto decisi di assecondarlo; mentre correvo in discesa a rotta di collo dietro a lui, la mia mente si affollava di immagini che cercavano di figurarsi lo scenario che ci aspettava al termine di quella corsa: verso cosa mi stava portando? Un cadavere nascosto nel bosco? Una comitiva di scout in difficoltà? Un porcino gigante?
Avrei dovuto capire, conoscendolo, che non andavamo verso qualcosa, bensì fuggivamo da qualcosa di molto pericoloso. Quando inciampai nella radice affiorante, rotolando per decine di metri tra macchia e rovi, anche le immagini nella mia mente parvero mischiarsi tra loro, risultando in una macchia indistinta di colore. Un cespuglio di cisto arrestò quasi delicatamente il mio franare, lo attraversai in velocità sbucando dall'altra parte praticamente fermo. Già sentivo il dolore provenire da più punti, dove ero graffiato o contuso. La caduta mi aveva convinto che l'ultima cosa da fare in quel momento era riprendere a seguire Esopo, per cui cercai di tirarmi su a sedere per controllare i danni con calma. Non ne ebbi il tempo: quando ancora ero disteso supino arrivò Esopo, mi afferrò il bordo dei pantaloni mordendoli proprio sopra la caviglia destra e cominciò a tirarmi forte verso valle. Urlai, gli urlai con tutte le forze di smetterla, pensai che fosse impazzito. Qualche metro più in là c'era l'imbocco di un canale di scolo per le acque piovane. Era un tunnel circolare, costruito in tubi prefabbricati in cemento, passava sotto una strada sterrata; convogliava le acque che altrimenti, nella stagione piovosa, avrebbero eroso in poche ore quell'unica via percorribile in automobile. Il canale sbucava dall'altra parte della strada, sul versante di una bassa scarpata che dava sul letto del torrente in quel momento pressoché in secca.
Esopo era diretto all'imbocco del tunnel. Provò freneticamente ad entrarci in retromarcia, ma per quanti sforzi facesse, non c'era verso di far passare il suo grasso culone per quell'imbocco stretto. Allora, sempre tenendomi per il pantalone, si fermò; giurerei che in quegli interminabili secondi mi guardò fisso, con un'espressione chiaramente consapevole.
Fu come vedere un condannato a morte un istante prima dell'inevitabile fucilazione, quando finalmente realizza che è finita, non c'è più spazio per il miracolo in cui hai fermamente creduto fino a un secondo fa.
Io mi fermo qui mi stava dicendo Esopo.
Ruotò di 180 gradi, facendo in modo che mi presentassi io verso l'imbocco, e cominciò a spingermi. I pantaloni erano già strappati, spingendo verso di me gli diede un ultimo strattone ritrovandosene un brandello in bocca. Questo cedere improvviso del jeans fece sì che mi colpisse al busto con la testa, portandomi a scivolare di schiena all'indietro sul fondo del tunnel.
Proseguii per inerzia qualche metro, scivolando sulla melma nel fondo. Esopo mi seguì o cercò di farlo, stavolta entrando di testa, ma non ebbe miglior fortuna, e si bloccò a metà. Il tunnel era quasi buio, un imbocco era completamente ostruito da Esopo, dall'altra parte ero io a ostacolare la luce che proveniva dal basso. Ebbi il tempo di meravigliarmi del fatto che Esopo non sembrava tentare di divincolarsi da quella posizione scomoda, o tornando indietro o spingendo disperatamente in avanti.
Grugnì una volta, una vibrazione bassa e breve.
Poi qualcosa parve strappare il tubo di cemento da terra e scuoterlo violentemente, mi sentii sbattuto da tutte le parti e scivolai giù, sempre più giù, fino alla fine, fino alla scarpata e al torrente sotto.
Non udii l'esplosione, persi i sensi, non so per quanto tempo. Quando rinvenni ebbi l'impressione che qualcuno stesse bisbigliando il mio nome. Mi ritrovai disteso a faccia in giù su una bassa pozzanghera melmosa. Dall'alto provenivano bagliori arancioni. Alzai la testa dolorante per guardarne l'origine e con l'unico occhio che riuscii ad aprire vidi che l'intera pineta sopra di me stava bruciando. Delle ombre mi si fecero intorno, sussurravano qualcosa che non capivo. Tutto piombò nuovamente nel buio.

[Continua...]




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mercoledì 3 febbraio 2010

B. 9.

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Ho dormito una mezz'ora, nel frattempo il pullman è uscito dalla città e viaggia spedito sulla statale.
Ripenso a stanotte, a ciò che ho fatto, a ciò di cui mi potranno accusare. Mi chiedo se a quest'ora avranno trovato i resti di mister B. in obitorio.
Non l'ho ucciso, questo è pacifico, ma non ho trattato bene il suo cadavere. Del resto, io sono l'unico a sapere che non era il colpevole dell'assassinio di cui era accusato. Sono l'unico che sa che anche lui, come me, si è semplicemente limitato a smembrare un corpo già morto. E' nella nostra natura, ne va della nostra stessa vita.
Eppure la stampa penserà a uno psicopatico, un pazzo mitomane che ha voluto emulare il delitto di mister B. sullo stesso efferato protagonista. Chissà se per vendetta o ammirazione sconfinata.
Comunque , se riesco a raggiungere la mia meta nessuno potrà accusarmi di nulla, avrò finalmente compiuto il delitto perfetto.

Il pullman giunge a destinazione dopo un'altra mezz'ora, scendo alla fermata salutando cordialmente l'autista che non mi degna di uno sguardo; anzi, inizia a richiudere la porta ancor prima che abbia poggiato entrambi i piedi a terra, riparte accelerando con un rombo assordante e lasciandosi dietro una nube nera di particolato .
Faccio qualche isolato a piedi e giungo finalmente al 10 di via Fermi, la mia destinazione.
Nel citofono ci sono 16 campanelli, scelgo Pasquali A., premo il pulsante, due squilli lunghi, tre brevi, uno lungo. Se non facessi così non risponderebbe nessuno.
- Chi è? - risponde una voce femminile.
- Sono il dottor Fenice, so che offrite l'appartamento in affitto. - Cerco di scandire bene tutte le parole, altrimenti dovrò ricominciare da capo la procedura di identificazione, ma potrei farlo solo dopo che sono trascorsi dieci minuti. Dall'altra parte c'è qualche secondo di silenzio, poi la stessa voce registrata dice:
- Terzo piano- e il cancello si apre verso la mia salvezza.

Il medico legale si diresse al distributore di bibite calde, selezionò il solito the e col bicchiere in mano si diresse verso le camere mortuarie. Salutò il poliziotto di piantone alla camera 6, quella che ospitava il morto VIP, il lardoso assassino di cui tutti i giornali volevano scoprire la causa della morte. Non era ancora pronto per l'autopsia, era venuto a farsi un'idea del lavoro che l'aspettava. O detto più sinceramente: era curioso. Il poliziotto controllò che il nome del dottore fosse nella lista degli autorizzati , verificatolo prese la chiave della camera, girò la serratura e aprì spingendo la porta verso l'interno. Rimettendosi a sedere a fianco alla porta, riprese a leggere da dove aveva interrotto l'articolo sulla campagna acquisti della sua squadra. Con la coda dell'occhio notò che il medico non accennava ad entrare, fermo a fianco a lui a due passi dalla porta aperta. Prima che alzasse lo sguardo per chiedere il perché di quell'indecisione, sentì l'acqua bollente che gli colpiva la scarpa sinistra e il bordo dei pantaloni, rimbalzando fuori dal bicchiere di the che era caduto a terra.
Si alzò di scatto, rivolgendosi al medico ancora immobile:
- Ma... cosa? - Il medico non accennò a sentirlo, continuando a guardare fisso all'interno della camera mortuaria. Il poliziotto seguì il suo sguardo e il gelo scese anche su di lui, mentre ondate di nausea e vertigini lo assalivano. Davanti a due spettatori attoniti c'erano i resti di mister B.
Il poliziotto non aveva mai visto come appariva una pelle appena scuoiata, ma fu questa la prima analogia che gli venne in mente. Per terra, vicino alla cella frigorifera, c'era un enorme straccio sanguinolento, sarebbe potuta essere la pelle di un orso, non fosse stato per il colorito giallognolo e - ovviamente- l'assenza di peli. Non fu tanto lo spettacolo cruento ciò che infine gli fece perdere i sensi, quanto il riconoscere via via parti di un corpo, qui la pelle del braccio, là la pelle e la carne della gamba arrotolata come un tentacolo, quasi che qualcuno avesse squagliato l'enorme ciccione- ah, ecco lì la maschera della sua faccia, si potrebbe indossare - come strutto in padella.

[Continua...]




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martedì 2 febbraio 2010

Fuga dal Circo 2.

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Con un rapido sguardo sprezzante René si accorse che era per lui impossibile riuscire a varcare la soglia mantenendo il cappello in testa, per cui rimase fuori dall'atrio, introducendo all'interno solo il suo mirabile cranio cappellato.
Snippolo era visibilmente emozionato, gli capitava sempre al di Lui cospetto. Ogyvolo era certo (1) che quella che l'altro spacciava per ammirazione fosse vero e proprio amore, ed era certo (2) che il vero movente che aveva spinto Snippolo a trasformarsi in uno scherzo di natura facendosi stirare le gambe in quel modo fosse da ricercare nel suo desiderio di somigliare al suo Idolo . Ovvio, anche Ogyvolo ammirava René, ma non tanto da rendersi ridicolo con quell'atteggiamento succube e viscido. E poi, era certo (e tre) che il Capo preferisse i tipi bassi...
René rimase a fissare un punto indefinito all'interno del camper senza proferire verbo. Era una sua caratteristica, si congelava qualche istante a intervalli regolari, ma Ogyvolo ebbe comunque il dubbio che stesse guardando in direzione del cavallo dei suoi pantaloni... forse aveva dimenticato la patta aperta??
Snippolo si illuse per l'ennesima volta che stesse guardando in direzione del cavallo dei suoi pantaloni... mmm!
- Così non va bene - disse infine, piombando nuovamente nel silenzio e lasciando i due nani nel dubbio se dovessero rispondere qualcosa a quell'affermazione.
- ... Il circo non è abbastanza profittevole...- Continuava a parlare intervallando piccole frasi a silenzi più o meno lunghi. Durante le pause i nani trattenevano istintivamente il respiro, quasi a non voler turbare, coi loro sibili importuni, il filo dei pensieri del Capo. Snippolo aveva gli occhi lucidi e ascoltava quasi in trance.
- Dobbiamo migliorarci... Il nostro margine di profitto è esiguo... Dobbiamo riuscire a venderci meglio...- Ogyvolo approfittò di un istante in cui René abbassò lo sguardo per controllare rapidamente la lampo delle sue braghette... ok, tutto a posto, era chiusa.
- Ne abbiamo i mezzi e le capacità... Dobbiamo impegnarci di più...
Ecco che arriva il siluro , pensò Ogyvolo, mentre Snippolo continuava ad annuire preventivamente ad ogni parola.
- Il nostro valore aggiunto sono... i nostri animali... Però non li utilizziamo abbastanza... pochi numeri... poco spettacolari...-
Beh, una volpe che fa gli anelli di fumo non si vede mica dappertutto ri-pensò Ogyvolo, tralasciando numeri altrettanto singolari come la foca cuoca o la pettegola travestita, per non parlare di grandi classici come i freaks, immancabili in un circo: il gatto bicipite, il moscone obeso e l'asino zebrato; in realtà la peculiarità dell'asino non era tanto nella striatura del manto quanto nel fatto di avere cinque zampe, ma tale caratteristica era difficilmente vendibile perchè non c'era modo di convincere gli spettatori che quella che vedevano in mezzo alle zampe posteriori fosse davvero una ulteriore zampa e non semplice esibizione di mascolinità asinina. I nani sapevano che l'equivoco imbarazzante non era gradito al Capo, e si aspettavano che prima o poi René li invitasse a porre fine alla patetica esistenza di Mix trovandogli un utilizzo più consono in forma di saporite bistecche.
- Da oggi dovete lavorare... per trovare un numero corale... articolato... qualcosa che rispecchi e rinnovi lo spirito dinamico e innovativo del Tito Scali... -
Era molto peggio di quanto Ogyvolo si aspettasse:odiava gli animali in generale, quella squallida accozzaglia in modo particolare. Era Snippolo quello che si preoccupava di addestrarli, utilizzando due personal trainer convincenti come Donky e Khorr quando qualcuno di loro aveva necessità di essere motivato in modo particolare.
- Benissimo capo! - Si affrettò a dire Snippolo tra una pausa e l'altra di René; era veramente raggiante: finalmente avrebbe avuto la possibilità di mostrare al Capo quanto valeva. Ogyvolo pensò, una volta soli, di strangolarlo, bollirne il cadavere e cucinare i tortellini nel brodo siffatto.
- Inoltre... - terminò René - Dobbiamo contenere i costi: da domani un solo pasto per tutti gli animali, dimezzate le porzioni... il moscone ha messo su un altro chilo nell'ultimo mese... già vola a fatica... Teneteli nelle gabbie... fanno disordine... hanno diritto ad un'ora d'aria... non di più... - Ritrasse la testa dall'atrio - Ah...- disse mentre già si allontanava a grandi passi dal camper - La volpe potrà fumare solo durante il suo numero... odio il fumo.-

[Continua...]




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lunedì 1 febbraio 2010

Esopo. 3.

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Passarono due anni, Esopo arrivò a stazzare oltre 120 chili mantenendo la sua ora ancor più inverosimile velocità.
Suo fratello Settantasette aveva già scritta la sentenza di morte per la successiva primavera; altre generazioni di porcelli erano nate, quasi nessuno di loro era morto invano ma quasi tutti in tenera età. Lui resisteva, e nonostante la mole si divertiva ancora a giocare al cane da riporto. Vista la necessità di tenerlo nascosto, viveva lontano dal porcile, dormiva in un giaciglio di paglia approntato in un angolo della vecchia stalla. La sua era una vita molto pulita, per un maiale, ma molto solitaria. Cercammo di accreditarlo come animale domestico, ma per quanto ci sforzassimo non riuscimmo mai ad insegnargli a scodinzolare. Avemmo più fortuna con altri esercizi tipici del migliore amico dell'uomo: imparò piuttosto in fretta a portare le ciabatte al babbo scompostamente adagiato nella poltrona della veranda, alla fine di una dura giornata di lavoro. Il suo gesto gentile non veniva però apprezzato ed era un fioccare di bestemmie; in effetti sarebbe stata un'impresa per chiunque infilare i piedi in quelle ciabatte ciancicate e glassate di bava spessa. Comunque anche mio padre gli era ormai affezionato, e capitava sempre più spesso che se lo portasse con lui nelle sue escursioni alla ricerca di funghi, compito nel quale Esopo mostrò presto una vera vocazione, tanto che grazie a lui la nostra fattoria aggiunse anche questo prodotto tra i tanti che già vendeva. Per tutti noi divenne su cassadori 'e murdegu, per la sua particolare predilezione per il boleto del cisto: il suo grugno implacabile li scovava nel raggio di cento metri, pur non disdegnando porcini vari, chiodini o prataioli, vesce o leccini.
Insomma, tutto girava per il verso giusto nella inesorabile processione di piccoli e grandi pathos che chiamiamo esistenza.
Ma si sa, siamo in grado di apprezzare veramente solo ciò che abbiamo ormai perduto. Fu forse per questo motivo che il Grande Croupier decise che era giunto il tempo che ci rendessimo conto di quanto non potessimo più fare a meno di Esopo.

Era un pomeriggio di primavera, il giorno in cui Settantasette sarebbe dovuto morire. Per questo avevo portato Esopo con me in pineta, cercando di allontanarmi abbastanza perché non sentisse i lamenti o l'odore del sangue. Esopo mi seguiva tranquillo, non pareva particolarmente agitato, ma nei suoi occhi decisamente porcini io leggevo una ferma e serena condanna, sembravano dirmi con tutta chiarezza:
Non illuderti, so perché mi allontani, so cosa sta succedendo alla fattoria. Ma va bene, apprezzo la tua sensibilità. Però non potrai non convenire con me che l'uomo è proprio un porco.
- Esopo - gli dissi allora - La vita va così: è la dura legge della Natura nella fattispecie mediata dal mercato e dalle dinamiche di richiesta e offerta. Fino a che ci sarà abbastanza richiesta di carne di maiale, per noi sarà conveniente allevarvi e vendervi. Rientra tutto nell'ineluttabilità della catena di azioni necessarie all'autoconservazione, per ciò stesso al di fuori del giudizio morale.
E 'sticazzi rispose Esopo, evidentemente poco convinto.

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