Capitava, le notti d'estate, col caldo opprimente ancora più insopportabile dentro quella stanza sovraffollata, che non volessimo proprio addormentarci.
O in inverno, quando il freddo pungente ci spingeva qualche volta ad affollare in due o tre un solo letto e dormire abbracciati sotto una spessa coltre di coperte umidicce che sembravano avere non tanto lo scopo di riscaldarci quanto di renderci difficoltoso respirare col loro peso immenso. In quelle occasioni, più che assopirci, svenivamo per carenza di ossigeno.
A essere precisi capitava anche in autunno e in primavera, visto che a quell'epoca esistevano ancora le mezze stagioni.
Seguivamo a malincuore i morigerati costumi della vita contadina, per cui al tramonto del sole - sonno o no - si andava a letto.
Babbo infatti lavorava nei campi; lottava ogni giorno con madre Terra, giungendo ogni volta a un compromesso ragionevole che permetteva a lui di ricavare qualcosa da mangiare o da vendere per sostenere una famiglia di 8 persone, alla Terra di generare frutti, perennemente gravida ora di olive, ora di uva, più spesso di ortaggi e sempre di patate.
A pensarci bene non è che la Terra avesse da guadagnarci molto.
Si faceva blandire dalle carezze delle grandi mani da contadino; quando non era pronta, intirizzita dalla brina o screpolata da una lunga siccità, babbo capiva che era necessaria qualche attenzione in più. In quelle circostanze le recitava cantando qualche poesia improvvisata mentre zappava con vigore, la ripuliva da piante infestanti, la dissetava, dandole tutto il tempo che le necessitava per convincersi. Inizialmente aspra e riottosa, infine cedeva, per puro amore. Il brivido gelido dell'aratro che la percorreva fecondandola era a ben vedere l'unica sua lussuriosa contropartita.
La mamma era un po' gelosa di questo rapporto tra i due, ma era una donna in carriera, non aveva molto tempo per occuparsi di dettagli sentimentali: era direttrice e chief executive di un importante centro residenziale promiscuo con vista sulla gola de Su Sartu.
Importante per noi, in quanto ci abitavamo. Promiscuo perché era popolato da umani (due) e bestie piccole e grandi.
Nel novero delle bestie utili entravano galline e maiali, in numero variabile a seconda delle fluttuazioni del mercato.
Oltre queste, c'erano altre bestioline più sudicie, apparentemente di nessuna utilità; erano stabilmente sei da quasi cinque anni e se chiedevi alla mamma ti rispondeva risolutamente che il loro numero non sarebbe più aumentato. Per quanto molto simili tra loro per forma e aspetto generale, spiccava per la sua bellezza una piccola bimba bruna e boccoluta: io ovviamente.
Il più grande di noi sei era Gian Piero, quell'anno aveva la fortuna di dormire in una camera tutta sua, giacché doveva alzarsi alle 4 per prendere la corriera che lo avrebbe portato in città a frequentare la Scuola Superiore, un lusso. Il suo esclusivo loft semindipendente era stato fino all'anno prima la mansarda, adibita a deposito di frutta. Quando tornava, all'ora di cena, non aveva problemi di insonnia. Al contrario, rischiò tre volte l'annegamento tuffandosi di faccia nel piatto di pasta e ceci, tanto che babbo - verificato che i rimproveri erano inutili e la catalessi del suo figlio maggiore improvvisa e imperativa - si risolse a costruirgli un'impalcatura in legno con la quale sostenere la testa in caso di necessità. Quando la stanchezza lo vinceva noi sorelline premurose lo imboccavamo a turno fino a fargli terminare la cena. Lui masticava nel sonno e russava, il capoccione studioso imbragato in quella gabbia di ginepro; era una sorta di cicciobello ante litteram, ma più fetente, uno spasso.
Quando giudicava che avesse mangiato a sufficienza, la mamma interrompeva la propria cena e gli andava alle spalle. Gli dava qualche pacca tra le scapole fino a che un rutto bestiale non confermava che era possibile adagiarlo in posizione orizzontale. Faceva quindi un cenno al babbo, incaricato delle operazioni di trasbordo che mamma supervisionava.
- Coraggio, mascoi - diceva la mamma dandogli teneri buffetti che risuonavano per tutta la casa facendo vibrare i vetri- a letto giovanotto!
Il più delle volte gli inviti a destarsi - che in un ragazzo meno coriaceo di Gian Piero avrebbero probabilmente causato danni permanenti - non erano sufficienti, mio fratello si limitava a grattarsi la guancia appena arrossata, faceva qualche buffa smorfia, strizzava gli occhi e continuava a dormire. Allora la mamma indicava al babbo la necessità di trasportare a braccia il carico. Il babbo sollevava quel grosso bambinone dando l'impressione che non gli costasse uno sforzo superiore che strappare un ravanello dall'orto e si allontanava salendo lentamente in mansarda, intonando una bassa nenia.
Assistevamo a quei preparativi con tristezza e rassegnazione, perché non appena il babbo usciva dalla cucina la mamma proferiva le fatidiche parole che suonavano alle nostre tenere orecchie quasi come una condanna:
- Bambini, finite le patate poi a letto anche voi.
[Continua...]

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