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Perché questa storia abbia una degna conclusione e -forse- un significato, è necessario che faccia un passo indietro, raccontandovi quei folli momenti in obitorio. Per descriverli utilizzerò le immagini raccolte negli innumerevoli sogni sull'argomento, tutti molto realistici, ad eccezione delle inquadrature che passano spesso dalla banale soggettiva a prospettive più artistiche.
Il fu mister B. è disteso prono nel lettino che sotto la sua mole sembra ridicolmente piccolo. E' stato portato dentro la cella frigorifera, a fargli compagnia un morto di dimensioni medie.
Naturalmente ci sono anch'io.
Aspetto diverse ore, da dietro la porta provengono ogni tanto rumori, dialoghi smorzati, almeno due volte qualcuno entra nella cella, dalla mia posizione non posso certo vedere cosa fa. Infine le luci si spengono, si accende il neon notturno. Attendo ancora parecchio, nel timore che qualcuno trovi un motivo valido per decidere di far visita al cadavere celebre.
A causa del peso che mi opprime le spalle respiro a fatica. Forse in debito di ossigeno, rischio di commettere un errore fatale quando piombo in un pesante torpore; mi assopisco per un tempo imprecisato.
Il disagio causatomi dal freddo umido che aumenta mi risveglia, finalmente. So che non ha più senso aspettare, in realtà so di avere già aspettato troppo, mi sto indebolendo e il rigor mortis del cadavere sta ancora aumentando, potrebbe causarmi problemi.
Decido di agire.
Mister B. ha un improvviso sussulto, le abbondanti masse di grasso non irrigidite vibrano come gelatine.
La vibrazione pare concentrarsi sul braccio, fino a quel momento abbandonato penzoloni. Oscilla lentamente, sembra volersi piegare. Effettivamente l'avambraccio si flette di pochi gradi, è percorso da un brivido violento; nel mio sogno posso vedere la pelle del gomito giallastra e tumefatta che si tende, qualcosa sembra muoversi sotto, come se il cadavere fosse stato prematuramente colonizzato da grossi vermi che ora se ne cibano scavando gallerie.
La pelle si spacca in corrispondenza dell'articolazione, una ferita netta di diversi centimetri. Dai grossi bordi della ferita emerge un'escrescenza rosea, che spinge, spinge. Lo strappo si allarga, percorre tutto l'avambraccio, qualcosa sta spingendo verso l'alto. La regia nei miei sogni spesso indugia sullo strappo che si apre correndo verso la mano. E' come se l'avessi veramente visto: arriva giù, fino al polso, si ferma; a quel punto la mano rattrappita pare sfaldarsi come una saponetta macerata in acqua serrata dentro un pugno; é proprio un pugno chiuso quello che ora emerge da pelle e carne di falangi disfatte. Un braccio magrissimo si sfila da quell'astuccio sollevandosi coperto di sangue. L'enorme straccio di pelle e carne in cui era custodito fino a quel momento oscilla nel vuoto, è ancora attaccato per il muscolo pettorale al cadavere di mister B.
Il mio braccio sinistro è libero, il destro è ancora bloccato sotto B., ma ne posso fare a meno.
Porto la mano ad afferrare l'orecchio sinistro di mister B., lo tiro più forte che posso e nel contempo spingo il collo a contrastare questa trazione. Il cuoio capelluto dietro l'orecchio cede con uno strappo rumoroso, tiro ancora, la piaga si estende, attraversa la nuca. A tentoni afferro il bordo della ferita che ora separa le scapole. Tiro ancora, spingo testa e schiena all'indietro.
L'altra inquadratura che mi suggeriscono i miei sogni è laterale: il mio busto si staglia dal cadavere martoriato di mister B. disegnando una Y, una separazione che è più simile ad un amplesso ripugnante, non è una farfalla quella che emerge da un osceno bozzolo di 150 chili.
Liberare l'altro braccio e le gambe sarebbe più semplice, ma la stanchezza delle fasi precedenti si fa sentire e procedo con lentezza. In ginocchio sul lettino sfilo via gattonando i piedi dai grossi polpacci ancora dentro i pantaloni, le caviglie ancora chiuse nelle catene.
Le vestigia di ciò che sono stato giacciono scomposte sul letto.
Devo uscire in fretta dalla cella frigorifera, ma sono confuso e stanco, salto giù dal lettino e mi avvio a passi traballanti verso la porta, lasciandomi dietro impronte insanguinate. I miei movimenti sono scoordinati ed eccessivi, ho scaricato un'immensa zavorra e mi ci devo ancora abituare. Il pavimento è gelido, il mio corpo è ovviamente nudo e non è più isolato dal grasso di B. Maneggio senza successo la maniglia della porta, sono istanti di panico, ho paura di non poterla aprire. Riesco infine nel mio intento, faccio per uscire, ma in quel momento realizzo che il fatto di essere nudo implica la necessità di procurarsi qualcosa da mettersi addosso. Mi ricordo del mio compagno coperto da un lenzuolo, ma non posso prendergli i vestiti subito, ho mani e braccia piene di sangue- sono intriso di sangue- è necessario che prima mi lavi. Tuttavia ho il fondato timore di non riuscire più ad aprire la cella frigorifera dall'esterno, infatti da questa parte non c'è una maniglia, solo una serratura. Per assicurarmi l'accesso non trovo di meglio che tirare con fatica il pesante lettino con sopra ancora una quintalata circa di quello che solo qualche ora fa era un essere umano. O almeno una sua parte importante.
Dispongo il lettino ad occupare l'ingresso, la porta non potrà chiudersi.
Nella stanza attigua alla cella frigorifera c'è una scrivania, diversi scaffali con libri e strumenti chirurgici e un lettino per autopsie. Sul lato più corto della stanza la porta del bagno.
Faccio una doccia - calda, per fortuna- ripulendomi molto approssimativamente per il terrore che mi causa il rumore di ogni goccia che batte sul piatto in ceramica: non posso farmi scoprire proprio adesso.
I residui di sangue e materiale caseoso rimangono negli asciugamani con cui mi detergo.
Ne utilizzo uno pulito per avvolgermelo intorno alla vita, rientro nella sala frigorifera a spogliare il vecchio del suo pigiama, cercando di evitare le pozze di sangue per terra. Non so proprio cosa avrei fatto se l'avessi trovato nudo, forse avrei provato ad adattarmi addosso il lenzuolo. Quindi esco nuovamente, ripongo il pigiama sulla scrivania e spingo il lettino verso la cella per poter chiudere definitivamente la porta: è a questo punto che l'equilibrio precario di quelle carni si arrende alla gravità, la massa crolla per terra con abbondanti schizzi di sangue e un rumore che ricorda una secchiata d'acqua sul selciato.
Gli schizzi di sangue mi sporcano i piedi, che sono ancora nudi. Non potrò utilizzare i mocassini di B., troppo sporchi, ma non trovo calzature di alcun tipo. Alla fine trovo in un cassetto delle cuffie verdi da chirurgo e mi risolvo a legarmene due ai piedi, spero che non siano troppo evidenti nel buio esterno.
Uscirò dalla stretta vasistas, avvicinando la scrivania al muro e salendoci sopra con una sedia.
La metamorfosi appena conclusa, cominciata molti mesi fa, ha reso le ossa del mio scheletro flessibili come cartilagini.
Le ossa impiegheranno diverse settimane a consolidarsi nuovamente.
Nel frattempo la loro elasticità, unita alla mia estrema magrezza, fanno di me il più grande contorsionista esistente.
[Continua...]

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