venerdì 5 febbraio 2010

Esopo. 4.

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Ragionavamo così, mentre affrontavamo il crinale della collina, ogni tanto Esopo si fermava a raspare la terra col grugno, cavava dall'humus e sgranocchiava ora un grosso lombrico, ora una lumaca, talvolta gli capitava di riesumare bicchieri o posate di plastica, in tal caso grugniva come a dire Visto? Hai bisogno di altre prove? L'uomo è molto più porco di me.
- Sarà, ma proprio tu non ti devi lamentare... Sei trattato con tutti i riguardi, sai che non diventerai mai salsicce, non ti manca nulla... a proposito: vogliamo parlare della tua avventura galante con la scrofa Bologna? Un'intera notte! Credevi non me ne fossi accorto?- gli dissi, ricordandogli l'escursione romantica nel porcile del vicino , due giorni prima.
- Sgrunf! Huiiii! - rispose sornione Esopo.
Salimmo ancora un po', la mia meta era diventata la cima della collina, da dove avremmo potuto ammirare l'intero vallata e una buona fetta di costa, lo spettacolo della larga fascia di spiaggia bianca che divideva il verde della vegetazione dal blu profondo del mare era una immagine che mi ripromettevo sempre di fissare in un espressivo acquerello. Mi bloccava il fatto che non sapessi dipingere affatto.
Improvvisamente, senza alcun motivo apparente, Esopo mostrò un grande nervosismo: alzò il grugno, sembrò annusare l'aria, mi guardò e grugnì. Una, due, tre volte, a intervalli, quasi si aspettasse da me una risposta o un cenno di comprensione.
Poi prese a girare in tondo, grugnendo sempre più rumorosamente, sempre più agitato. Sollevò un incredibile polverone, cercai di calmarlo, lo rimproverai senza ottenere nulla. Poco dopo si fermò di scatto piantando le sei zampe tese a terra. Accennò una corsa in discesa, credetti che mi avrebbe abbandonato lì, ma venti metri sotto si fermò, si girò nuovamente a guardarmi. Risalì incerto, mi venne a fianco, poi con la stessa foga di prima corse ancora verso valle. Si fermò di nuovo a guardarmi. Era chiaro che voleva che lo seguissi. Conoscendo la sua intelligenza e il suo fiuto decisi di assecondarlo; mentre correvo in discesa a rotta di collo dietro a lui, la mia mente si affollava di immagini che cercavano di figurarsi lo scenario che ci aspettava al termine di quella corsa: verso cosa mi stava portando? Un cadavere nascosto nel bosco? Una comitiva di scout in difficoltà? Un porcino gigante?
Avrei dovuto capire, conoscendolo, che non andavamo verso qualcosa, bensì fuggivamo da qualcosa di molto pericoloso. Quando inciampai nella radice affiorante, rotolando per decine di metri tra macchia e rovi, anche le immagini nella mia mente parvero mischiarsi tra loro, risultando in una macchia indistinta di colore. Un cespuglio di cisto arrestò quasi delicatamente il mio franare, lo attraversai in velocità sbucando dall'altra parte praticamente fermo. Già sentivo il dolore provenire da più punti, dove ero graffiato o contuso. La caduta mi aveva convinto che l'ultima cosa da fare in quel momento era riprendere a seguire Esopo, per cui cercai di tirarmi su a sedere per controllare i danni con calma. Non ne ebbi il tempo: quando ancora ero disteso supino arrivò Esopo, mi afferrò il bordo dei pantaloni mordendoli proprio sopra la caviglia destra e cominciò a tirarmi forte verso valle. Urlai, gli urlai con tutte le forze di smetterla, pensai che fosse impazzito. Qualche metro più in là c'era l'imbocco di un canale di scolo per le acque piovane. Era un tunnel circolare, costruito in tubi prefabbricati in cemento, passava sotto una strada sterrata; convogliava le acque che altrimenti, nella stagione piovosa, avrebbero eroso in poche ore quell'unica via percorribile in automobile. Il canale sbucava dall'altra parte della strada, sul versante di una bassa scarpata che dava sul letto del torrente in quel momento pressoché in secca.
Esopo era diretto all'imbocco del tunnel. Provò freneticamente ad entrarci in retromarcia, ma per quanti sforzi facesse, non c'era verso di far passare il suo grasso culone per quell'imbocco stretto. Allora, sempre tenendomi per il pantalone, si fermò; giurerei che in quegli interminabili secondi mi guardò fisso, con un'espressione chiaramente consapevole.
Fu come vedere un condannato a morte un istante prima dell'inevitabile fucilazione, quando finalmente realizza che è finita, non c'è più spazio per il miracolo in cui hai fermamente creduto fino a un secondo fa.
Io mi fermo qui mi stava dicendo Esopo.
Ruotò di 180 gradi, facendo in modo che mi presentassi io verso l'imbocco, e cominciò a spingermi. I pantaloni erano già strappati, spingendo verso di me gli diede un ultimo strattone ritrovandosene un brandello in bocca. Questo cedere improvviso del jeans fece sì che mi colpisse al busto con la testa, portandomi a scivolare di schiena all'indietro sul fondo del tunnel.
Proseguii per inerzia qualche metro, scivolando sulla melma nel fondo. Esopo mi seguì o cercò di farlo, stavolta entrando di testa, ma non ebbe miglior fortuna, e si bloccò a metà. Il tunnel era quasi buio, un imbocco era completamente ostruito da Esopo, dall'altra parte ero io a ostacolare la luce che proveniva dal basso. Ebbi il tempo di meravigliarmi del fatto che Esopo non sembrava tentare di divincolarsi da quella posizione scomoda, o tornando indietro o spingendo disperatamente in avanti.
Grugnì una volta, una vibrazione bassa e breve.
Poi qualcosa parve strappare il tubo di cemento da terra e scuoterlo violentemente, mi sentii sbattuto da tutte le parti e scivolai giù, sempre più giù, fino alla fine, fino alla scarpata e al torrente sotto.
Non udii l'esplosione, persi i sensi, non so per quanto tempo. Quando rinvenni ebbi l'impressione che qualcuno stesse bisbigliando il mio nome. Mi ritrovai disteso a faccia in giù su una bassa pozzanghera melmosa. Dall'alto provenivano bagliori arancioni. Alzai la testa dolorante per guardarne l'origine e con l'unico occhio che riuscii ad aprire vidi che l'intera pineta sopra di me stava bruciando. Delle ombre mi si fecero intorno, sussurravano qualcosa che non capivo. Tutto piombò nuovamente nel buio.

[Continua...]




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