lunedì 15 marzo 2010

Attumarroi. 3.

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Avevo deciso di resistere fino a quando mamma e papà sarebbero rimasti in cucina, poi, con lo spegnersi della luce elettrica, l'oscurità sarebbe stata totale e a quel punto avrei potuto dichiarare la mia vittoria e cedere al sonno.
Non passò molto tempo, la lampada in cucina fu spenta, i miei genitori attraversarono silenziosi il corridoio accompagnati dalla palpitante fiammella della candela e raggiunsero insieme la loro camera.
Pochi minuti dopo fu il buio. Chiusi gli occhi, abbondantemente fiera di me stessa per la sfida vinta.
L'alternarsi del lieve russare dei miei fratelli, a cui si aggiunse presto quello di mio padre, non mi disturbava; al contrario generava un ritmo quasi ipnotico, era la mia personale Sonata delle Buonanotte: una jazz session per fiati magistralmente interpretata dai tre tenores che da anni mi accompagnava verso il riposo.
Fu per questo che, ben avviata verso il letargo, mi ritrovai repentinamente sveglia come il proverbiale grillo e altrettanto tesa non appena accadde qualcosa di straordinario: il russare cessò di colpo. Il silenzio improvviso fu come una mano che si serrasse ad accartocciarmi lo stomaco; dapprima pensai ad una rara coincidenza, ma passavano i secondi e nessuno dei tre orchestrali riprendeva il concerto. Nella vana attesa di un grugnito familiare, la mia agitazione andava aumentando.
Presi a formulare le ipotesi più disparate:

  • Guarigione miracolosa multipla da roncopatia cronica per intercessione della Madonna del Velopendulo di cui mia madre era devota.
  • Efferato omicidio plurimo dei tre membri rumorosi della mia famiglia. Le modalità del crimine suggerivano che il responsabile andasse cercato nella ristretta cerchia del parentado, ma a mio parere al sicario avrebbero potuto concedere le attenuanti generiche, in quanto vittima reiterata di tortura tramite privazione del sonno. Avrei dovuto rivelare, se interrogata, lo scarso amore della mamma per le Sonate notturne che io trovavo così rilassanti?
  • Improvvisa totale sordità da cerumite fulminante.


In quest'ultimo caso, però, non avrei dovuto sentire nulla. Allora cos'era quello strano raspare che andava facendosi sempre più nitido?
Sembrava provenire dall'alto, qualcosa stava grattando insistentemente.
Sarà il solito topo - mi ripetevo poco convinta, ma mi accorsi con imbarazzo che stavo strizzando gli occhi chiusi come quella famosa notte. Il rumore crebbe e crebbe ancora e insieme ad esso la mia inquietudine.
Fu con sollievo che accolsi l'improvvisa ondata di luce che mi filtrava attraverso le palpebre chiuse, perché mi forniva una chiave di lettura insperata: certo, come avevo fatto a non pensarci? Papà si era svegliato, aveva trafficato un pò alla cieca prima di riuscire a trovare i fiammiferi e ad accenderne uno sfregandolo sulla scatola, ecco cos'erano gli strani fruscii; chissà quanti ne aveva provato, troppo umidi per incendiarsi; con il primo buono aveva dato fuoco allo stoppino del moccolo. Spiegava tutto.
Aprii perciò gli occhi fiduciosa di trovare conferma alla mia ipotesi.
La luce filtrava da un buco nel soffitto, dove un grosso nodo ovale delle assi si era staccato molto tempo addietro, lo stesso dove papà aveva fatto passare la bacchetta impellicciata.
Era una luce bianca, intensa, diurna.

Paralizzata e muta dallo stupore, una parte di me ancora cerca di convincermi che quella luce, proveniente dalla mansarda dove riposa Gian Piero, scaturisca da un lume acceso dal mio fratellone, poco importa se è troppo brillante e non ha niente del giallognolo chiarore al sodio di ceri o lampade a petrolio.
Un fruscio, qualcosa si infila nel buco e per un momento è nuovamente buio; quindi si sente un rumore come di coltelli che si conficcano nel legno. Le assi scricchiolano, poi si schiantano rumorosamente: la breccia si allarga, il bagliore invade la stanza, nubi di polvere si vanno espandendo nell'aria, rendendo tangibile il cono di luce. Schegge di legno e frammenti di vernice scrostata ricadono al suolo tintinnando. Sopra di me si staglia quello che pare un cielo azzurro, si direbbe che nella mansarda sia giorno.


Per tutto l'azione seguente la colonna sonora fu gentilmente fornita da me: urla soffocate, suoni disarticolati, singhiozzi, mugolii terrorizzati.
Qualcosa di scuro parve scivolare giù dal buco; come un rampone che cerca la presa tornò su andando ad uncinare le assi spaccate. Era una zampa, una vera zampa dotata di unghie che parevano di acciaio brunito. Agganciarono le assi e tirarono ancora. Un altro pezzo di solaio venne via, il buco era sempre più ampio. Nessuno pareva accorgersi dei miei versi disperati, nei letti confusi al di là della polvere che mi circondava i miei fratelli rimanevano immobili e muti. Fino a quel momento non avevo neppure pensato alla possibilità di scappare. Non ne ebbi il tempo: appena scaraventai via le coperte per balzare giù dal letto, la zampa, con un unico movimento repentino e incomprensibile, si protese verso di me, ingigantendosi mentre si avvicinava. Le punte ricurve di quelle enormi unghie affilate mi trapassarono in diversi punti la camicia da notte: bucarono la stoffa sul petto, sull'addome, lasciandomi del tutto incolume per pochi millimetri. Agganciata in quel modo, la zampa mi strattonò violentemente verso l'alto.
Volavo verso il buco sul soffitto a velocità vertiginosa, a giudicare dal vento impetuoso che sentivo in faccia. Mi aspettavo da un momento all'altro che la camicia da notte si strappasse del tutto facendomi precipitare giù, ma questo per qualche motivo non avvenne. Salii per lunghissimi secondi, quasi che la camera fosse alta come una cattedrale gotica; il varco sembrava lontano e man mano che mi ci avvicinavo mi resi conto di quanto fosse grande, uno squarcio dal contorno seghettato aperto su un cielo percorso da rari cirri; nel momento in cui lo attraversai avrei giurato che fosse abbastanza largo da farci passare due carri uno a fianco all'altro.


[Continua...]


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