domenica 31 gennaio 2010

B. 8.

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Qui nel corridoio non sono al sicuro, comincio a percorrerlo a passo svelto, sbircio dentro le camere cercando di distinguere sagome umane nella penombra. L'arrivo dell'ascensore non è passato inosservato, sento una sedia che si sposta, poi lo strascico ritmato degli zoccoli di gomma, qualcuno vuole capire cosa sta succedendo, da un momento all'altro uscirà dalla stanza degli infermieri e mi vedrà, sarà molto più difficile convincere gli infermieri di questo reparto che sono ricoverato qui. Mi infilo in una stanza, e aspetto. Sento l'infermiera, o l'infermiere percorrere qualche altro passo, probabilmente ora è davanti alla porta dell'ascensore, non vede nessuno. Aspetto ancora trattenendo istintivamente il fiato. I passi ripartono, sembrano allontanarsi; poco dopo di nuovo la sedia che si sposta, ha certamente pensato la cosa più ovvia - qualche collega che ha sbagliato piano - ed è tornata a sedersi.
Nel rinnovato silenzio sento il debole russare del paziente che dorme nel letto a due passi da me. Emette frequentemente bassi gemiti.
Spero che non sia un individuo troppo robusto, perché gli dovrò rubare i vestiti.

Uscire dall'ospedale è piuttosto semplice, è bastato percorrere il corridoio con le scarpe non mie in mano e aprire l'uscita di sicurezza in direzione opposta alla stanza degli infermieri. Esco nell'ampio vano scale, mi allaccio le scarpe sedendomi sugli scalini, qui fuori nonostante l'ora c'è un discreto traffico di persone che salgono e scendono, infermieri, dottori, ma anche neo papà stravolti o quasi papà in trepida attesa e familiari distrutti dal dolore. Scendo i tre piani come uno di loro e poco dopo sono fuori.
Gli abiti mi stanno effettivamente un po' abbondanti, ma poteva andare peggio.

Passai le poche ore che mi separavano dall'alba camminando intorno alla stazione dei pullman, Quello che avrei dovuto prendere io partiva alle 8. Presto la fame era tornata imperiosa. Resistetti all'istinto di cercare del cibo tra la spazzatura solo perché mi sarei sporcato e per il resto del giorno avrei attirato troppi sguardi su di me. Tirai avanti fino alle 6, quando finalmente aprì il bar della stazione.
Non avevo un centesimo in tasca, per cui non trovai di meglio che offrire pateticamente al barista la mia giacca in pegno, spiegandogli che avevo perso il portafogli e dovevo tornare a casa. Il barista non ci credette neppure un secondo, si tenne la giacca, mi offrì la colazione e mi chiese dove ero diretto.
- Della giacca non mi frega niente- mi disse- ma se davvero vuoi tornare a casa eccoti il biglietto- Staccò il biglietto da una delle risme che vendeva - Se poi i soldi ti servivano per bucarti, beh, hai perso pure la giacca. Ma naturalmente tu tornerai a riprenderla, giusto?
Naturalmente.

A bordo del pullman semideserto mi assopisco per qualche tempo, il viaggio è lungo.

[Continua...]




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venerdì 29 gennaio 2010

Esopo. 2.

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Imparò prima degli altri a zampettare, e lo faceva ad una velocità notevole, visto da lontano sembrava un enorme, frenetico insetto, un Gregor Samsa in salsa agropastorale. Fu Serena la prima a giocarci, probabilmente - almeno all'inizio - per sadismo infantile: faceva incetta di mele guaste al frutteto e gliele tirava una dietro l’altra. Non riuscì mai a colpirlo: quando non le prendeva al volo con uno scatto del grugno le scansava con una rapidità impressionante, continuando a mangiare rumorosamente quelle che aveva intercettato.
- Signorina Samsa - le urlavo per gioco - Non lo faccia, è pur sempre suo fratello!- E giù a ridere come pazzi anche se lei non capiva il dotto riferimento letterario.
Insomma, la condizione unica di Esopo era ben lontana dal potersi considerare un problema.
Al contrario, la sua velocità gli permetteva di essere sempre il primo, si trattasse di mangiare, o, più avanti, di ottenere i favori (e qualcos’altro) della scrofa del vicino con un raid fulmineo.
Ancor di più, quelle due zampe di troppo erano un salvacondotto perpetuo, la grazia a divinis dalla condizione di braciola in potenza: al babbo fu infatti subito chiaro che non avrebbe potuto vendere a nessuno le sue abbondanti cicce, né alcun veterinario avrebbe apposto il fatidico timbro su controfiletti di suino esapodo. Il rischio era piuttosto che qualcuno lo scoprisse, in quel caso chi avrebbe più voluto acquistare da noi anche un solo ciuffo di lattuga? A nulla sarebbero valsi i risultati delle analisi di acqua e terreno che il babbo aveva fatto fare subito dopo la nascita di Esopo, molto allarmato.
-Tutti i dottorini di città hanno assaggiato la nostra terra e bevuto la nostra acqua- mi diceva. - Hanno cercato tutti i veleni, anche quelli più strani che hanno inventato loro. Non hanno trovato nulla. Il Poligono e quello che ci fanno dentro fa schifo, ma Esopo è solo un animale sfortunato.
Per quanto la soluzione più logica fosse quella di porre fine precocemente alla sua esistenza, il babbo non lo fece, e la cosa è ancor più notevole se pensate alla fine di Roccia, Ciccia e Boccia, quattro chili l’uno di teneri porcellini. Più che per buon cuore, a mio padre non piaceva sprecare, e uccidere Esopo sarebbe stato un inutile spreco. Che vivesse, magari un giorno sarebbe potuto tornare utile.
Esopo viveva dunque, e cresceva nascosto agli occhi del paese. Lo tenevamo sempre nel cortile interno della casa, nascondendolo nella vecchia stalla quando avevamo visite. In breve tempo divenne l’idolo di noi bambini, soppiantando del tutto il vecchio meticcio Tobia, scorbutico e scassapalle come pochi. Giocavamo a lanciargli di tutto: bastoni, carote, angurie: afferrava tutto al volo e ci riportava ciò che non riusciva a ingurgitare. Lo cavalcavamo fingendo che fosse un pullman snodato, lo truccavamo da bruco decorandolo con la tempera verde per poi avvolgerlo completamente nella carta di giornale. Lui aspettava pazientemente che finissimo, poi si liberava grugnendo.
La farfalla esce dal bozzolo!- gridavamo attaccandogli con le mollette due alucce di cartapesta sulla schiena.
Esopo pareva divertirsi quanto noi, partecipava e col suo entusiasmo offriva spunti di gioco sempre nuovi. Tuttavia, non appena avvertiva una situazione poco piacevole, si eclissava immediatamente. Aveva un istinto infallibile, sembrava quasi leggerci nel pensiero, tanto che alla fine divenne un gioco anche questo, giocavamo ad indovinare chi aveva fatto scappare Esopo pensando di fargli qualcosa di male.

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giovedì 28 gennaio 2010

Fuga dal Circo. 1.

Personaggi e interpreti:
RENE' SUMERO: Proprietario del circo Tito Scali
SNIPPOLO & OGYVOLO: Perfidi nani giocolieri.
DONKY & KHORR: Gorilla scagnozzi di Snippolo e Ogyvolo.
TELLINA detta PATEDEFUA’: foca leopardo e gourmet raffinata.
ZIRIBIGLIO: Vecchio bradipo bolscevico.
KUADDIN': Moscone erudito.
GNEGNELE': Pettegola che si atteggia a fenicottero.
MOMOTTI: Gatto persiano con due teste: una buddista una punkabbestia.
GIAC IL FOLLE: Volpe erbivora e allucinata.
MIX CINQUEZAMPE: L'asino zebrato.


E’ notte fonda, l’ultimo spettacolo di oggi del premiato circo Tito Scali è terminato un’ora fa. Snippolo e Ogyvolo sono dentro il decrepito camper che condividono, ancora impegnati a scalpellarsi via dalla faccia il pesante trucco da clown grazie al quale metà degli spettatori con meno di 6 anni avrà stanotte terribili incubi. Vivono in intimità da anni, ma in realtà si odiano, o poco meno. Ogyvolo disprezza Snippolo: cerca di dissimulare i suoi sentimenti rivolgendogli i peggiori insulti, atteggiamento che invece gli viene spontaneo con chi stima tantissimo. Ma Snippolo lo conosce bene e ha capito che quando l'altro parla non deve ascoltare ciò che dice, ma guardare come lo dice: il linguaggio del corpo del piccoletto non mente mai; sa anche il motivo di tanto astio: fino a non molto tempo fa erano alti pressoché uguali, 1 metro e 9 centimetri, Ogyvolo si vantava di svettare per almeno mezzo centimetro, anche se la cosa non era mai stata ufficialmente sancita da una misurazione obiettiva. Ma mentre intrattenevano discorsi su quanto si sentissero ormai sereni nell’accettazione del loro corto destino, Snippolo aveva già preso la decisione: su Favella 2000 aveva letto che in Uzbekistan c’era un tizio che ti strappava via tutte le ossa delle gambe sostituendole con protesi in lega di titanio. Così aveva investito i risparmi di una vita ed era partito. Dopo 16 mesi di dolore era tornato alto un metro e 65, orgoglioso delle sue gambette fini fini, che quando le incrociava pareva una partita di shangai vivente. Ogyvolo si era complimentato, ma non era più stato lo stesso.
Dal canto suo Snippolo considerava Ogyvolo un patetico perdente, ed era convinto di poterlo manovrare a piacimento.
Si udì un trambusto e dei grugniti all’esterno del camper, poco dopo bussarono pesantemente alla porta.
- Entrate, siete i benvenuti!- disse Ogyvolo che aveva già capito chi stava bussando, e considerandoli gli esseri più inutili e fastidiosi che avesse mai incontrato gli si rivolgeva con i più melensi salamelecchi.
Tra spintoni reciproci e versi belluini entrarono dentro Donky e Khorr, i due gorilla del circo.
- Avavavà! Bucio!!! Bucio!!- gridò Khorr eccitato. Khorr si esprimeva con il dialetto del suo luogo natale, l'Arcipelago delle Masesi; l’unico che sosteneva di capirlo era Donky, gorilla a suo modo evoluto e con un certo qual contegno nel comportarsi in società.
- Khorr dire arriva Kapo...- tradusse Donky battendosi i pugni sul petto.
I nani schizzarono in piedi come folgorati rimbalzando frenetici tra le pareti del camper, nel tentativo di mettere un pò d’ordine nel caos che dominava al suo interno. Stiparono il possibile dentro mobili e cassetti, qualcosa sotto i materassi e ciò che avanzava lo lanciarono fuori dal finestrino, confidando che il buio della notte sarebbe stato loro complice di quel bieco espediente.
Arrivava il capo, e il Capo pretendeva ordine.
- Via voi due, via!! - gridò Snippolo ai gorilla, i quali si precipitarono fuori svanendo nel buio. Nel giro di 30 secondi il camper era quasi decente e i nani erano riusciti a camiciarsi e cravattarsi.

Passarono pochi secondi, poi col suo solito cipiglio severo - accentuato da un marcato astigmatismo che ne ingigantiva lo sguardo dietro le spesse lenti - fece capolino sulla porta René Sumero. Aveva il suo solito frac di fustagno, oggi impreziosito da un alto cilindro d’orbace che portava la sua statura complessiva a circa due metri e cinquanta.

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mercoledì 27 gennaio 2010

B. 7.

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Il poliziotto si siede sulla panchina, tenendosi sul margine opposto al mio. Rimaniamo lì per qualche minuto, conversando amabilmente degli argomenti tipici, il tempo, in relazione ad esso i passatempi e gli hobby, giungendo rapidamente ad aneddoti di vita vissuta. Scopro così che è una nottata tersa e tiepida, i turni notturni sono noiosi ma hai tutto il tempo che vuoi per leggere Shakespeare in lingua originale o almeno per imparare l’inglese, ogni tanto devi intervenire per mantenere l’ordine, come quella volta in cui...
Dal canto mio annuisco e contribuisco poco alla conversazione, ogni tanto il discorso piega sull’ospedale e sulla mia presenza lì, per cui descrivo nel modo più vago possibile la mia presunta malattia, lasciando intendere a smorfie quanto sia difficile sopportarla.
Il malessere di poco fa è del tutto svanito, lasciando spazio ad una vertigine prolungata. La temperatura mi sta salendo rapidamente: la barretta mi ha permesso di superare il momento critico e attivare finalmente il metabolismo lipidico che ora mi incendia dall’interno divorando grassi. Sento il cuore che mi batte forte nelle tempie, ma è una sensazione positiva, ogni battito è un’iniezione di energia, un fluire di linfa che mi sta trasformando da uno stato larvale in un essere nuovo. Dev’essere questa la sensazione che hanno le farfalle appena uscite dalla crisalide.
(O le api.)
Anche loro si sentono vulnerabili e esposte fino a che hanno le ali ancora rattrappite e bagnate.
I miei predatori sono diversi e meno pericolosi.
Tuttavia la tensione nei tratti del viso del mio interlocutore tradisce impazienza.
Realizzo che non mi lascerà solo, qui fuori, è sulle spine perché vorrebbe andarsene ma prima mi vuole vedere rientrare in reparto, se per eccesso di premura o un residuo sospetto ancora non so dirlo.
Si apre l’uscita di sicurezza del reparto, esce un’infermiera bruna, minuta, volge lo sguardo verso di noi per un istante prima di voltarsi e accendersi una sigaretta. E’ un’occasione che non si ripeterà, mi congedo rapidamente dal poliziotto e faccio a passo svelto la decina di metri che mi separa dall’infermiera, la chiamo con un tono di voce sufficientemente alto perché anche il poliziotto mi senta.
- Infermiera... meno male che è lei...
L’infermiera si volta quando sono a due passi da lei, è ovviamente sorpresa.
- Infermiera Scianò, mi scusi... sono terribilmente imbarazzato... - Adesso parlo a voce più bassa, ma accompagno ogni parola con ampi gesti, il poliziotto ci sta ancora guardando.
- Sono uscito dal mio reparto qualche ora fa, ho incontrato il mio collega- indico il poliziotto mentre lo guardo sorridendo- e il tempo è passato. Posso chiederle se mi fa entrare?
L’infermiera è interdetta, ha abbassato la sigaretta e mi guarda con aria interrogativa.
- Mi riconosce?
- Veramente...
- Sono Cecchini... il poliziotto... il collega di Bruno- Indico di nuovo il poliziotto.- Si ricorda?
Nello sforzo di ricordare ciò che non ha mai vissuto rimane a boccheggiare, le mani incrociate sul petto in una chiara posa difensiva, la sigaretta le affumica il mento.
- Sono passati alcuni mesi... la mia malattia... In effetti sono cambiato parecchio...
Provo l’azzardo:
- La sua bambina come sta?
E’ in confusione, risponde scuotendo debolmente la testa, come ad allontanare un fastidioso ronzio:
-Bene, bene... grazie... mi scusi sa, se non l’ho riconosciuta subito.
Ora è lei che cerca di convincermi. Alla debole luce al sodio dei lampioni non era facile leggere il cognome nella targhetta che porta al petto, per la bambina ho semplicemente tirato ad indovinare, se avessi sbagliato cambiava poco, la mia buona fede era chiara come il sole, non si sarebbe comunque rifiutata di farmi un favore.
Nel frattempo il poliziotto se n’è andato, una cosa in meno di cui preoccuparsi.
Termina la sua sigaretta interrogandomi sul motivo della degenza, le illustro la mia malattia immaginaria, i primi sintomi, il calvario della diagnosi. Siamo quasi diventati amici quando mi fa finalmente entrare in reparto con lei. Oncologia è al terzo piano, mi accompagna con l’ascensore di servizio. Le porte si aprono su un corridoio quasi buio, totalmente silenzioso. Mi ripugna essermi spacciato per un malato terminale, lo vedo come una mancanza dell’assoluto rispetto dovuto a chi soffre veramente, ma il mio aspetto fisico mi rende particolarmente adatto ad interpretare questa parte: non supero i cinquanta chili di peso e non ho barba né sopracciglia, il cranio è ricoperto da una rada peluria da neonato.
L’infermiera non esce dall’ascensore, ci salutiamo con un cenno, nessuno di noi due vuole disturbare qualcuno nel cuore della notte.
La luce proveniente dall’ascensore si assottiglia, diviene una lama e si spegne mentre le porte si richiudono lasciandomi nuovamente solo.

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martedì 26 gennaio 2010

Esopo. 1.

Ammetto che era la cosa più strana che avessimo visto fino a quel momento.
Anni fa c'era stata quella storia dei cerchi nel grano, anche se tutti in paese eravamo convinti che il responsabile fosse Ettore detto il Pintoretto, perché la figura risultò essere una maligna caricatura del sindaco Ludu; era notorio che tra i due non corresse buon sangue da quando Ludu negò al Pintoretto un'installazione artistica sul piazzale del municipio. Ma l'avanguardia artistica è spesso poco compresa e in questo caso un sacco di juta pieno di letame con su scritto Cacca di Vacca era forse troppo avanti per un borgo contadino come il nostro.
C'era l'asino zebrato, ingaggiato come mascotte dal locale club calcistico.
Poi in famiglia circolava la leggenda mai confermata dei 5 capezzoli di zio Nanni, di cui uno posizionato centralmente.
Ma un maiale con 6 zampe, quello no, non si era ancora visto.
I sette porcellini nati quella notte si spartivano il pasto alla mensa apparecchiata dalla grassa scrofa che riposava su un fianco, placida e silenziosa.
Al centro stava lui, del tutto simile ai fratelli, tutti ricoperti da un vello a macchie scure, molto simile a quello dei piccoli di cinghiale, la qual cosa ci fece dubitare della fedeltà della scrofa al suo compagno ufficiale, il rubicondo verro Veron, porco di nome ma evidentemente non abbastanza di fatto.
Del tutto simile ad eccezione di una macchia gialla oblunga tra gli occhi e di quel piccolo particolare: 6 zampe in configurazione 2 davanti e 4 dietro.
Tutti noi fratelli volemmo esprimere la nostra opinione.
- Morirà subito- disse Pina la pessimista.
- Ci faremo 4 prosciutti!- disse Orazio, l'ottimista.
- Potrebbe fare la pubblicità - disse Gian Piero il più grande, grafico pubblicitario.
- Un porco a 6 zampe potrebbe fare uno spot per la benzina agricola! - ridacchiò Serena, la spiritosa.
- E' solo un altro prodotto del veleno del poligono di tiro - commentò Riccardo il razionale, riferendosi alle gioiose esercitazioni militari che avvenivano a due passi dal nostro podere.
- Lo potremmo chiamare Esapodo...- proposi io, l'intellettuale.
Intervenne il nonno, urlando dalla cucina:
- Esopo va benissimo, mi ricorda quel porco carogna del sergente maggiore, su bugginu si ddu pappidi.-
Il nonno ha novant'anni e da venti a questa parte ha il terrore di diventare sordo, per cui si tiene in allenamento cercando di intercettare il più piccolo sussurro. A trenta metri di distanza con due porte chiuse non è infallibile.
Seguì breve consesso tra fratelli, si dichiararono tutti d'accordo su Esopo, le uniche voci fuori dal coro fummo io che ottusamente cercavo di sostenere la mia proposta originale e ancora il nonno che raccontava urlando l'origine dei suoi dissapori con Esopo Montini, sergente continentale e razzista.

Battezzammo anche i fratelli di Esopo, ma, non so se fu perchè sbagliammo il nome o per karma inesorabile, non furono particolarmente fortunati. Boccia, Roccia e Ciccia, i tre più grassottelli, furono i protagonisti principali di altrettanti banchetti, contornati di mirto o patate a seconda dei gusti, i fortunati a cui li vendemmo ne celebrarono le virtù osannandone la bontà per giorni. Lollone morì di crisi respiratoria, càpita quando hai una scrofa di 170 chili sopra.
Sgrillito era cresciuto stortignaccolo e magrissimo, un giorno sparì e non sapemmo mai che fine fece. Della cucciolata rimasero quindi Settantasette, detto così perchè aveva due cosciotti perfetti che ogni volta che il babbo li guardava diceva che gli veniva l’acquolina in bocca e il nostro Esopo, che nonostante quella che sembrava essere una menomazione, cresceva sano e robusto.

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lunedì 25 gennaio 2010

B. 6.

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Vago nel giardino dell'ospedale, alla luce fioca dei lampioni, alla mia vista annebbiata il mondo è una sorta di Caravaggio in salsa impressionista. Barcollo, sono sfinito e probabilmente sto per vomitare. Riesco in qualche modo a raggiungere una panchina, cerco di sedermi in modo composto e aspetto.
Sono del tutto consapevole che ho necessità assoluta di mangiare, immediatamente, prima di ripiombare in un coma dal quale, sono certo, mi risveglierò aprendo gli occhi su facce estremamente curiose di conoscere la mia storia e sbattermi in galera.
Sono troppo sfinito, per quanti sforzi faccia le palpebre si stanno richiudendo.
- Si sente bene?
Una voce maschile, acuta ma decisa, prima ancora di riaprire gli occhi capisco che non può che essere un poliziotto.
Davanti a me, in piedi, un uomo in divisa, è del posto di polizia dell'ospedale.
Mi guarda perplesso, stando immobile a qualche metro da me, non è allarmato.
Vede solo un uomo, in pigiama, chiaramente sofferente, all'esterno di un ospedale di notte. Decido che in questo momento non sto rischiando molto, per cui cerco di volgere la situazione a mio vantaggio.
- Sì... No...- Faccio molta, molta fatica a parlare. Le parole mi escono fievoli e impastate, il poliziotto accenna un passo in avanti e si china verso di me, nel chiaro intento di riuscire a interpretare ciò che dico.
- Sono... sono... ho il diabete- balbetto come posso.
Vedo che il poliziotto porta la mano alla cintura, è come se una scossa mi rizzasse i capelli in testa quando la mia immaginazione lo vede afferrare la pistola d'ordinanza e intimarmi di non muovermi; o forse mi sparerà subito.
No, ha in mano il walkie talkie, vuole chiamare aiuto.
- No...- Cerco di gridare, ma dalla mia bocca esce solo un rantolo confuso.
- Zucchero!- Scandisco, stavolta molto chiaramente.
Il poliziotto esita, mi guarda, sembra valutare la situazione, rimane col walkie talkie sospeso a mezz'aria, sfiora nervosamente il tasto di comunicazione, indeciso.
- Zucchero... solo... un po'... passa... subito...
Si decide, ripone il walkie talkie nella custodia alla cintura, poi infila una mano in tasca ed estrae una confezione colorata.
- Ho questo.- Mi dice. E' un cioccolato con malto e arachidi. Perfetto. Mi protendo verso di lui d'impeto, perdo l'equilibrio e rovinerei sulla ghiaia se non riuscisse ad afferrarmi per le spalle. Per farlo deve lasciare la barretta, che cade per terra, tra me e lui. Mi spinge con delicatezza indietro, facendomi poggiare di nuovo la schiena sulla panchina. E' stupito da una reazione così aggressiva, vedo che la sua mano si allunga nuovamente verso il walkie talkie.
- Mi scusi...- Cerco di rassicurarlo- Ho perso l'equilibrio... Ho veramente bisogno di mangiare, adesso...-
In questo momento non mi viene in mente nessuna frase che possa convincerlo che non sono un paziente psichiatrico.
Comunque, raccoglie la barretta, la scarta e me la porge, perplesso.
Cerco di prenderla con la massima compostezza che la feroce fame che sento mi può consentire, ma appena ce l'ho in mano, la divoro con un impeto bestiale.
Nei pochi secondi che impiego a terminarla, mi rendo conto che devo necessariamente tranquillizzare il poliziotto.
- ... Grazie... grazie, sto già molto meglio...- Dico in modo poco convincente.
Il poliziotto esita ancora, mi scruta.
- Senta, ora chiamo gli infermieri, la riporteranno in reparto... Non mi pare in condizione di...-
- No, no...- Sorrido debolmente- La prego, no... - Provo ad improvvisare – Non mi resta... non mi resta molto... sono uscito a respirare un po' d'aria... a sentire i grilli- sorrido ancora e cerco di fare l'occhio languido mentre accenno uno sguardo diretto al mio interlocutore. Sì, i grilli sono abbastanza banali e stucchevoli da colpire nel segno- Sto già meglio... Mi risparmi, la prego... l'umiliazione di farmi riaccompagnare al mio letto da quelle due... le ha viste?- Non so di cosa parlo, ma l'ospedale deve essere pieno di infermiere poco avvenenti, infatti il poliziotto abbozza, sorride. Lo vedo esalare un breve sospiro mentre la breve tensione degli istanti precedenti si scioglie. L'ho conquistato. Effettivamente sto già meglio, ho ancora una fame impossibile, ma che sia solo un fatto psicologico o che già gli zuccheri appena ingoiati stiano entrando in circolo, sto recuperando presenza.

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B. 5.

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E' pomeriggio, un'altra crisi, più forte delle altre. Sento il vecchio cuore battermi nelle orecchie, ma produce come un sibilo prolungato, mi ricorda un palloncino che si sgonfia. Sono disteso sul letto, credo di avere gli occhi aperti, ma davanti a me c'è un blu profondo e freddo.
Freddo.
Sento freddo, mi sembra di essere freddo, ossia non più ossa e carne e grasso straripante, bensì una bolla di freddo senziente e terrorizzata da se stessa.
Penso questo, sento questo, e un attimo dopo il concetto stesso non ha più senso. Mi domando se la logica di questi istanti di vaneggiamento non sia semplicemente una delle tante possibili.

Buio, delirio e tempo che scorre, minuti o giorni.

Riemergo ogni tanto risvegliato da voci lontane.

Sento qualcosa sulla faccia, è una maschera di ossigeno.
In un momento di lucidità capisco che sono su un'ambulanza in movimento.
Realizzo che morirò in ospedale, e questa è la notizia migliore da molto tempo.
Non so se siamo ancora in strada quando smetto di sentire il lamento del vecchio cuore; si è fermato o sta per farlo.
Non importa, non mi serve più.
Questa è la mia morte, e per una volta, è esattamente come l'ho immaginata.
Adesso dormirò un po'.

Il detenuto arrivò all'ospedale in arresto cardiaco. Il medico dell'ambulanza lo aveva già rianimato 2 volte, ma né massaggi cardiaci né adrenalina furono sufficienti. Ci misero tutto l'impegno possibile, il paziente era uno importante, salvargli la vita avrebbe significato come minimo un'intervista su un notiziario nazionale. Il medico avrebbe spiegato che lui non vedeva un assassino psicopatico ma solo una vita da salvare, i paramedici avrebbero annuito e ribadito il concetto mostrando di crederci anche di più, l'autista del mezzo avrebbe descritto la sua guida veloce ma responsabile per le vie del centro animato dall'imperativo di arrivare in tempo per salvare una vita, fosse pure la vita di un porco, spettava ad Altri giudicare.
Ma tant'è, il porco era morto.
L'ambulanza si fermò all'entrata dell'obitorio. Qui, non senza una nutrita dose di bestemmie, gli infermieri scaricarono la barella col suo carico ingombrante, portarono il detenuto nella cella del medico legale facendolo rotolare su uno dei letti da autopsia. Il detenuto risultò disteso bocconi, con un braccio penzolante e l'avambraccio dell'altro schiacciato sotto la pancia. Aveva ancora i pantaloni, le scarpe e le catene alle caviglie.
Nella sala c'era un altro cadavere, coperto da un lenzuolo.
Sul detenuto non stesero alcun lenzuolo, evidentemente per quanto la sua vita avesse lo stesso valore di quella di chiunque altro, la sua morte valeva molto meno.


Mi sveglio alla debole luce notturna, il neon bluastro si addice particolarmente ad un obitorio, visti i riflessi spettrali che diffonde.
Lotto diversi minuti per liberarmi, al termine sono sfinito, ma completamente libero. La sala attigua alla cella frigorifera è seminterrata.
Devo uscire di qui, ma non posso certo farlo dalla porta. E' piuttosto probabile che ci sia qualcuno di piantone, il cadavere del disossatore potrebbe far gola a molti della stampa e non, è giusto proteggerlo.
C'è solo una finestra a vasistas dalla quale filtra la luce dei lampioni esterni.
Uscirò.
Prima però devo rendermi presentabile.

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domenica 24 gennaio 2010

Legàmi

Siamo nel cortile della scuola, io e lei. Attendo come ogni giorno che suoni la campana per consegnare la mia bambina alle raggrinzite mani di miss Istruzione Pubblica. Il rito della colazione si è appena consumato, prevedeva latte al cioccolato davanti al televisore. Sulla fase successiva in cui assumo il ruolo di rozzo pastore di due pecorelle che farebbero qualunque cosa pur di non lavarsi e vestirsi sorvolo; comunque sono riuscito anche oggi a radunarle in tempo per uscire in orario, pazienza se ciò è costato urla, minacce e le occhiate perplesse dei vicini, spettatori non paganti.
Lei prende a commentare il cartone animato di stamattina: due geniali ragazzini aggiustano la macchina del tempo di H.G. Wells e la usano per scorribande nel passato e nel futuro. Il cliché è consunto anche per una bambina di otto anni, ma sempre affascinante. Infatti mi spiega che lei ha in mente un ottimo utilizzo di un dispositivo così fantastico: 'Tornerei indietro a prima dell'incidente e impedirei che succeda'. La tenerezza per mia figlia e il ricordo di mia madre, la nonna che non ha mai conosciuto, si mischiano e mi circondano in un tiepido bozzolo ideale.
Quando ritrovo presenza provo a spiegarle come io vedo la questione dei viaggi nel tempo: vi sono varie teorie che ne accettano la possibilità, ma da un punto di vista puramente logico il paradossale loop di causa scatenante l'evento e ramificazioni retroagenti porterebbe a concludere che, quand'anche fosse possibile, tornando indietro nel tempo ti troveresti a percorrere una linea temporale parallela nella quale esisterebbe un'altra tu che cresce con sua nonna e i suoi 'altri' genitori a fianco.
Cioè, non le dico esattamente così, uso parole un pò diverse, ma forse il concetto passa, perché la sua risposta è pronta e disarmante: 'Allora la porterei indietro con me'.
Così la porteresti via all'altra tu, ci sarebbe comunque una bambina che non ha conosciuto la propria nonna, le dico, mentre penso a tutte le altre forse possibili, forse infinite, declinazioni di questo universo popolate di bambine e nonne felici che crescono e invecchiano insieme.




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B. 4.

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I giorni passano, lenti e sempre uguali. L'unica svago è assistere alle udienze del processo, mi rendo conto di provare una sorta di masochistica soddisfazione dall'essere additato dal consesso degli uomini ragionevoli come l'essere ignobile, l'incarnazione del male, colui che esistendo eleva per confronto negativo il resto dell'umanità. Ho anche pensato di intervenire con una dichiarazione spontanea dove spiego che non sono ciò che credono. Faccio schifo, sì, ma alla fine non più della media della popolazione, ho fatto cose di cui non vado fiero, certo, ma il processo è il risultato di un macroscopico fraintendimento.
Così, giusto per godermi i commenti del pubblico e dell'accusa.

No, non lo farò, basterà la patetica difesa del mio patetico avvocato d'ufficio. Poveraccio, ha provato diverse volte a farmi percorrere la strada dell'infermità mentale. Io non ho detto no, ma quando il perito dell'accusa mi ha esaminato per dimostrare che ero sano, gli ho dimostrato di essere sano. Per vanità, ho voluto dimostrargli la mia conoscenza dei suoi strumenti di analisi psicologica. Come un bambino pedante, commentavo ogni sua domanda indovinandone il movente. In molti casi criticavo la sua condotta, cercavo di spiegargli come avrebbe dovuto condurre il colloquio.
Risultato: Individuo affetto da disturbo egocentrico di personalità, ha una percezione falsata della realtà ritenendo di poterla dominare. Violenza repressa causata da traumi infantili (colpa mia, gli ho detto di essere stato percosso e sequestrato da un contadino a cui avevo rubato un grappolo d'uva).
Completamente privo di remore sociali. Disposto a tutto per ottenere un vantaggio personale. Assolutamente sano di mente.
Per l'egocentrismo probabilmente ha ragione.

Comunque, presto sarà finita. Non potrò assistere alla mia condanna all'ergastolo, non so neppure se emetteranno un verdetto, visto che io sarò già morto. Credo che ormai sia questione non più di giorni, ma di ore. Sono sempre più debole e anemico. Il vecchio cuore procede a balzelli, ora raffiche di tachicardia, ora sembra quasi fermarsi, quando accade ho la sensazione che tutto il sangue si raccolga nel petto ingorgandosi. Poi qualcosa stura il meccanismo e tutto riparte quasi normalmente fino al prossimo parossismo.
Cerco di sopportare e di non dare a vedere quanto sto male, preferisco che sia una sorpresa, che se ne accorgano solo alla fine.

Oggi non andrò all'udienza. Quando il secondino ha aperto lo spioncino chiedendomi come mai non ero vestito per essere accompagnato in tribunale sono rimasto sdraiato sulla branda e ho alzato a malapena un braccio. Parlare mi costa una fatica estrema. Ha finto di non capire, ha urlato perchè gli rispondessi. Poi si è arreso.
'Cazzi tuoi, porco merdoso...' ha detto chiudendo rumorosamente lo spioncino.
Per fortuna stamattina c'è lui, i suoi colleghi probabilmente sarebbero entrati per sincerarsi delle mie condizioni.
E' ancora troppo presto.

[Continua...]




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sabato 23 gennaio 2010

B. 3.

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Avevo pensato a tutto, o almeno così speravo.
La villetta al mare, molte case intorno ma praticamente nessun abitante, in un giorno feriale di Febbraio. Il cabinato al porticciolo, un'escursione per una battuta di pesca, come lui faceva spesso, in solitudine; sarebbe successo al largo.
Nessun testimone. La barca non doveva allontanarsi troppo dalla riva perché sarei tornato sul piccolo kayak gonfiabile, avrei costeggiato per qualche chilometro scendendo a terra lontano dal porticciolo.
Era molto importante sbarazzarsi del corpo senza lasciare alcuna traccia, la sua sparizione doveva rimanere un mistero, la sua morte doveva rimanere presunta, il mare lo avrebbe dovuto inghiottire per sempre. Alla fine, scelsi una zona a circa 3 chilometri dalla costa, in un punto dove l'ecoscandaglio indicava 250 metri di fondale, potevano bastare.
Il problema più grosso era evitare le tracce di sangue all'interno della barca, perché queste sarebbero state sufficienti ad ipotizzare una fine violenta. E io sapevo che la sua dipartita sarebbe stata estremamente cruenta. Trovai una soluzione del tutto semplice al problema: sarebbe morto in acqua. Avrebbero pensato le eliche dei due potenti fuori bordo a smaltire le spoglie.
Certo, c'era il problema delle ossa, ma per questo avevo la mia tecnica.

Nessuno ha capito come sono riuscito a liberarmi del più piccolo frammento d'osso della vittima.
Se escludevo le ossa, il mare avrebbe consumato il resto in poche settimane, ma contavo sul fatto che le eliche avrebbero fatto pezzi sufficientemente piccoli e irregolari, già dopo alcuni giorni nessun pescatore avrebbe potuto riconoscere uno di quei brandelli se gli si fosse impigliato per caso nella rete.
Questo era il piano.
Avrei legato le spoglie con il cavo del verricello di poppa, poi l'avrei messo in moto e avviato i motori a metà potenza un poco prima di saltar giù dalla barca. Avrei fatto girare il cavo d'acciaio tra i timoni dei fuoribordo, di modo che riavvolgendosi lentamente, avrebbe portato il suo triste carico verso le eliche.
La barca avrebbe proseguito un paio d'ore coi timoni bloccati verso il largo, poi si sarebbe fermata a secco. Qualcuno, prima o poi, l'avrebbe trovata alla deriva, ma a quel punto risolvere il puzzle non sarebbe stato troppo semplice.

Questo era il piano, ma andò tutto diversamente.
Il malore sulla barca, la necessità di agire subito, la spossatezza seguente a quel sabba di morte. I due giorni successivi in stato comatoso, accanto al cadavere che sia pure nelle fresche giornate di Febbraio cominciava a decomporsi. Non ricordo la guardia costiera che abborda la barca, ma ho sentito il loro racconto al processo. Sangue dappertutto, il letto a due piazze completamente intriso, a destra una massa spappolata, pensano sia semplicemente un cadavere, poi si rendono conto che sono solo le vestigia esterne di un uomo. C'è la pelle, ci sono i muscoli e i tendini strappati e rattrappiti, qua e là ammassi sovrabbondanti di grasso giallastro . Ci sono i genitali, patetici e realmente osceni in quel quadro. Ci sono radi capelli, attaccati su uno straccio rosso sul quale si scorgono alcuni buchi che altro non sono che palpebre e narici vuote. Ma manca anche un solo frammento d'osso, mancano le unghie. Non c'è traccia degli organi interni. E' come se qualcuno avesse inciso con una lama seghettata il cadavere sul davanti, una linea irregolare tra gli occhi a scendere verso il naso e giù fino all'inguine. Altre quattro incisioni per il lungo dei quattro arti. Così aperto, ne hanno (ne ho) estratto lo scheletro come un nocciolo da un'oliva.
A sinistra del letto, disteso supino, una figurina lunga e magra, intrisa di sangue dalla testa ai piedi e altrettanto nuda, catatonica.
Sorrido ricordando la mia magrezza di quei giorni.
Pensano sia una vittima, mi trattano con tutti i riguardi, sto in terapia intensiva due settimane, ma i primi dubbi degli inquirenti si concretizzano molto prima, appena scoprono che io ufficialmente non esisto.

[Continua...]




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venerdì 22 gennaio 2010

B. 2.

[Precedente]


Il sangue comincia a sgorgare più abbondante, il poliziotto si innervosisce, mi insulta pesantemente a mezza voce, il presidente del tribunale si accorge di qualcosa, interrompe l'arringa del PM e si informa. Decide che debba essere accompagnato fuori dall'aula per essere medicato, redarguisce i militari chiedendo come sia stato possibile che mi ferissi in quel modo. Li congeda minaccioso, chiedendo un rapporto su quanto accaduto.
Mi scortano nel corridoio fino all'infermeria, il sangue continua a gocciolare sul pavimento. Durante il breve percorso, i poliziotti mi rinnovano insulti e minacce, il più piccolo dei due aspetta che sia nuovamente seduto sulla poltroncina dell'infermeria, quindi approfittando del fatto che il medico non sia ancora arrivato, mi rifila con forza una manganellata sul fianco. Rimane interdetto quando non mi piego in due dal dolore, in realtà non ho sentito quasi niente, ma tra qualche secondo mi apparirà sicuramente un grosso livido.Se mi colpisse nuovamente mi causerebbe un'altra emorragia, ma per fortuna mia e sua il medico è arrivato.
Controlla le ferite ai polsi, interroga senza troppa convinzione i poliziotti sulla natura di quelle lesioni. Dal canto loro i militari rispondono con arroganza, irritati non dal sospetto del medico, piuttosto dal fatto di dover subire i sospetti pur non essendo loro la causa di quelle piaghe.
Mi ricucisce con parecchi punti, in più di un occasione il filo di sutura strappa pelle e carne e il medico deve riprendere il punto scuotendo la testa, sconcertato dalla cedevolezza del mio corpo.
Mi chiedo se l'arringa del PM sia già finita, o se abbiano sospeso l'udienza per la mia assenza.
Il medico mi benda accuratamente i polsi, poi se ne va suggerendo ai poliziotti di perquisirmi bene, perché quelle lesioni sono certamente state causate da un oggetto molto affilato.
Questo significa altro imbarazzo e umiliazione, vengo invitato a spogliarmi completamente lì stesso, con manganellate trattenute e i soliti banali insulti.
Subisco in silenzio, eseguo gli ordini con la massima solerzia che mi è concessa dal mio corpo obeso e malandato.
Ovviamente non trovano nulla, concludono che qualunque cosa abbia usato non ce l'ho più con me o è rimasta nella mia cella.
Mi fanno rivestire commentando ora la mia oscena nudità, ora la mia puzza rivoltante.
Non mi pare di puzzare.
Nel frattempo l'arringa è finita, l'udienza è stata aggiornata a domani. Mi riportano nell'aula vuota con i due poliziotti, solo dopo alcune ore posso tornare nella mia cella.Non c'è molto, una branda, una cassettiera e una decina di libri, ma ora è tutto sottosopra, evidentemente hanno eseguito una perquisizione. Lenzuola e indumenti sono sparsi nel pavimento sporco, così come i libri, aperti e in molti casi strappati. Hanno srotolato persino i due rotoli di carta igienica, e non riesco a convincermi che vi sia una ragione in questo atto che non sia uno sfregio infantile.
Appena mi liberano dalle catene mi sdraio sul materasso spoglio e chiudo gli occhi, non avrò problemi ad addormentarmi. Il secondino mi augura buon riposo osservando quanto somigli ad una vecchia scrofa.

Ho dormito.
Ho sognato, ma non ricordo bene cosa.
Aveva a che fare col delitto, capirete che è un argomento molto presente nei miei sogni.
E' stato disgustoso anche per me.

[Continua...]



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giovedì 21 gennaio 2010

B. 1.

E' tempo di un altro assassinio.
Se non altro, questa volta non mi potranno accusare.
Guardo il volto del pubblico ministero, stravolto dall'enfasi della requisitoria finale.
Urla tutto il suo disprezzo verso un essere abietto come me,cita qualche particolare del delitto per confermare la sua tesi che io sia solo vagamente umano. Non ha tutti i torti, ma si stupirebbe se lo sapesse. Mi volto verso la giuria.
Un giovane in prima fila sostiene ostentatamente il mio sguardo, comunicandomi tutto l'odio che può irradiare da due occhi stretti a fessura.
Gli altri seguono il pubblico ministero, indirizzano brevi sguardi verso di me ma raramente si soffermano, il loro sembra un misto di paura e imbarazzo, l'imbarazzo dell'uomo normale di fronte ad un individuo che ha compiuto atti innominabili. Ho l'impulso incontrollabile di sorridere, chino la testa affinchè nessuno mi veda, non voglio aggiungere un'altra abiezione al lungo elenco che mi riguarda, il disossatore ride soddisfatto mentre se ne ripercorrono i crimini. No, non è il caso. Ora il PM si chiede dove mai abbia nascosto le ossa, l'ipotesi più probabile, suffragata dal profiler della polizia, è che le abbia conservate allo scopo di creare un feticcio, una sorta di marionetta macabra a cui farei interpretare il ruolo del padre che non ho mai conosciuto. In realtà ho conosciuto mio padre, era un mercante cocciuto e a suo modo onesto, intelligente quanto basta per fiutare il pericolo prima di tutti e starne lontano. Portò via dal paese mia madre e tre miei fratelli tre giorni prima della strage. Avvertì tutti delle sue paure, ma con lo svogliato scetticismo di chi sa di non poter convincere chi ancora non ha capito una cosa del tutto ovvia ai suoi occhi.
Nessuno gli credette.
Molti morirono.
Ma questa è una storia antica, e non ha niente a che vedere col processo di oggi.
Difficile associare mio padre ad uno scheletro, per la sua mole e l'irsutismo esagerato lo avrei accostato al più al Mangiafuoco di Pinocchio. Sorrido di nuovo -dimenticando di nascondermi- pensando a quanto possa essere calzante il paragone tra me e Pinocchio.
Quando finisce? Ho caldo e una sete infernale, il sudore mi cola dalla testa in rivoletti che portano con sè forfora e capelli. Sono l'immagine del disfacimento, perdo a ciuffi i pochi capelli che mi sono rimasti, la mia pelle è giallastra e flaccida, il viso è una maschera grottesca, sembra quasi che i muscoli si siano staccati da zigomi e mascelle per franare a valle verso il triplo mento. I miei 150 chili sono sparsi scompostamente su uno sgabello di acciaio e plastica, il poliziotto di guardia l'ha preferito ad una sedia di legno dall'aspetto ben più solido.
Ho l'impressione che speri che il mio peso la sfondi, così avrebbe la soddisfazione di aver offerto al numeroso pubblico lo spettacolo dell'assassino lardoso che viene giù e si spiattella al suolo come un'anguria.
Si diventa paranoici quando si è processati per omicidio.
Le manette ai polsi mi stanno provocando lesioni molto, troppo profonde, ma non è perchè sono strette: è la mia pelle che è diventata estremamente cedevole, ha la consistenza di una cotenna bollita.
La guardia se ne accorge dal sottile rivolo di sangue che scorre dal polso lungo la mano e gocciola per terra dalla punta degli indici delle mani tenute congiunte tra le gambe schiuse. Impreca qualcosa, mi maledice come suo solito e fa un cenno al suo collega fuori dalla gabbia, cercando di fargli capire a gesti che gli serve un infermiere.

[Continua...]



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