mercoledì 25 dicembre 2013

L'Albero





Sentì le mani di lui poggiarsi delicatamente sulle sue spalle.
Seduta alla scrivania, circondata come al solito da libri, fogli scarabocchiati e compiti, ebbe un sussulto per la sorpresa: lo aveva sentito entrare silenziosamente dalla porta sul retro, di ritorno dalla transumanza che lo aveva visto condurre il gregge dei loro tre pargoli alle rispettive occupazioni scolastiche e tornare a casa - oggi avevano entrambi il giorno libero.
Tuttavia non si aspettava che si manifestasse come un fantasma alle sue spalle con un gesto decisamente inconsueto per quello che lei chiamava con totale mancanza di fantasia il mio orso.
Fu perciò con una certa inquietudine che - rimanendo seduta - si voltò a guardarlo, aspettandosi istintivamente qualche novità spiacevole. Lui sorrideva, continuando a tenerle entrambe le mani sulle spalle, piegandosi in avanti quel tanto che bastava per stamparle un lieve bacio di saluto. Solo allora, rassicurata, posò le sue mani su quelle di lui e cominciò il solito breve interrogatorio per informarsi di come i bambini avessero affrontato il rito quotidiano dell'ingresso a scuola.
Lui la fermò quasi subito: - Vieni - le disse facendo scivolare le mani sotto le sue ascelle e mimando il gesto di sollevarla dalla sedia.
Lei si alzò ridendo e non sapendo cosa aspettarsi da quell'invito così insolito.
- Stavo cominciando a correggere i compiti - obiettò debolmente alzandosi in piedi.
- Lo puoi fare tra qualche minuto - le rispose prendendola per mano e conducendola verso la porta finestra che dava su quella veranda che senza troppa convinzione chiamavano il giardino per via del fatto che - non completamente lastricata - ospitava un minuscolo francobollo di terra adibito per la maggior parte dell'anno alla coltivazione di trifogli. Le impose di chiudere gli occhi e la guidò fuori.
- Ora puoi guardare - le disse e lei sentiva l'emozione di lui trasparire nel tremolio percettibile della sua voce.
Aprì gli occhi.
Posato in un angolo del giardino, un grande vaso basso rettangolare schiacciava l'inutile tappeto di trifogli. Dentro il vaso una pianta, un arbusto col fusto piuttosto grosso che si sviluppava in volute sinuose e pareva arrampicarsi su se stesso, come un grosso serpente che si arrampichi sulla parete di vetro di un terrario. Era un ginepro, non ne sapeva abbastanza di piante da poter dire se aveva due o duecento anni, ma le sue dimensioni erano notevoli, nonostante superasse di poco il mezzo metro d'altezza. Si domandò come lui fosse riuscito a trasportarlo dentro da solo.
La chioma irregolare del ginepro era decorata da diversi oggetti multicolori, alla distanza a cui erano sembravano le decorazioni natalizie appena smontate dall'abete artificiale. Si avvicinò per distinguere meglio: c'erano scatoline da regalo, cornicette, biglietti e altri minuscoli oggetti.
Si accovacciò accanto all'albero, e sfiorò con le mani l'oggetto che le risultava più vicino: una cornice quadrata di dieci centimetri di lato con dentro la foto di lei con sua figlia Flora, la maggiore. La cingeva con un braccio, l'altro lo teneva alzato, con indice e medio della mano aperti a mimare la V di vittoria. Erano davanti alle cupole del Cremlino, un posto dove non erano mai state. Allora scorse le altre cornici: lo sfondo cambiava sempre, ora erano ad un concerto, ora sulla neve con tanto di berretti rossi posticci, ora in quattro riquadri ricolorati in stile Warhol, ora alla guida di un Rover su Marte. Ricordò di aver detto a lui quanto le piacesse la foto originale, dal quale la ragazza aveva tratto quei collage allegri e surreali: mentre lui scattava, lei aveva provato per la prima volta uno strano spaesamento, avvolta dall'abbraccio della figlia, cresciuta così in fretta, a mimare un atteggiamento protettivo che fino a quel momento era stato compito loro.
- Flora... - mormorò. Vide che ad ogni cornice era legato un bigliettino, ognuno di questi riportava dei brevi pensieri della figlia per la madre: erano frasi spiritose, ma da esse traspariva il profondo affetto che la ragazza aveva per lei. Fece quella sua smorfia particolare, come le capitava quando era particolarmente emozionata: il sorriso si allargava a bocca socchiusa, il naso si arricciava e gli occhi - ora due luminose fessure - le si inumidivano.
Vide un auricolare colorato spuntare dalle piccole foglie, guardò intorno e ne individuò altri cinque o sei, tutti di colore diverso.
- Ascolta - le disse lui quando lei ne prese uno in mano. Ciascuno era al centro di una sorta di corolla di carta crespa disegnata e decorata; petali, perline multicolori e ritagli di animali e oggetti erano incollati con perizia ed estro. Portò l'auricolare all'orecchio per sentire quello che già immaginava: Susanna, la seconda della loro prole, che cantava a squarciagola Viva la Mamma. Negli altri auricolari la voce era la stessa, ma dove non cantava canzoni dedicate alla mamma leggeva brevi poesie o suoi pensierini accomunati dallo stesso argomento.
- I brani ruotano, spiegò lui, ci sono voluti sei lettori MP3...-
Susanna si era veramente impegnata, nella voce della bimba sentì la sua energia straripante, incontenibile. Le facevano pensare ad un'onda che si infrange sugli scogli, a un tuono ormai lontano dopo un temporale estivo, rumori potenti e gentili che avevano l'effetto di rasserenarla, come la sua giovane cantante. Si mise in ginocchio sul prato, incurante delle macchie d'erba sui jeans, la mano sinistra poggiata a coprire metà faccia, mentre rideva singhiozzando e le lacrime le bagnavano calde le guance.
Tra quegli oggetti cercò infine il piccolo Elia, doveva essere in quelle scatoline di cartone di colori pastello. Erano pasticciate irregolarmente da penne e pennarelli, in alcuni casi si vedevano le impronte delle manine del suo terzogenito. Nella prima che aprì trovò un'automobilina e un bigliettino: 3 baci. Nella seconda c'era un pupazzetto e un altro bigliettino: 1 abbraccio forte. In ogni scatola c'era un gioco del bimbo, ciascuno riportava una dicitura di questo genere.
- Gli ho chiesto di mandare un bacio alla sua mamma - Lui si era accovacciato al suo fianco - poi ho contato quante volte lo faceva...-
Elia, l'ultima gioiosa fatica di mamma, Elia lo spericolato, l'attore, Elia il cui primo vagito le rimbombava ancora il testa, oggi già impegnato a costruirsi la propria vita, un mattoncino dopo l'altro... Lei approfittò del fatto di averlo a tiro e lo abbracciò di slancio, quasi avesse timore che potesse fuggire. - Tutto questo... È... è... grazie! - Disse mentre gli si aggrappava al collo guardandolo dritto negli occhi. Lui mascherò il suo imbarazzo fingendo di perdere l'equilibrio e caderle addosso, fermandosi un istante prima di travolgerla. Si schernì:
- È il mio regalo di Natale, un po' in ritardo... - disse ad occhi bassi. Lei continuava a fissarlo silenziosa - Oh, beh, non ho fatto molto - aggiunse - Si può dire che hanno fatto tutto da soli. Lei rise guardandolo perplessa. - Io li ho solo indirizzati - La guardò di rimando - Non è questo che devono fare i genitori?
Si abbracciarono più forte e quasi si sorprese a pensare che il suo amore per lei era simile a quel ginepro: aspro, persino contorto, a volte, ma indubitabilmente solido e bello.

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