Non conosco le parole giuste.
Ho preferito le parole che conosco al vuoto silenzio.
Si risvegliò su una spiaggia completamente deserta.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo avesse dormito: a giudicare dall'altezza del sole poteva essere il primo pomeriggio, ma non aveva orologi che lo potessero confermare. In effetti non aveva niente con sé a parte il costume e il leggero pareo sul quale si era distesa. Suppose che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a prenderla dal mare, nel frattempo avrebbe avuto a disposizione solo per sé quel ritaglio di paradiso.
Decise perciò di aspettare passeggiando lungo la spiaggia. Il sole di fine settembre era piacevolmente caldo e le nuvole che transitavano veloci contribuivano a creare colori sempre nuovi sull'acqua cristallina.
Una moltitudine di uccelli marini descriveva ampie spirali tra il mare aperto e l'alta scogliera alle sue spalle. Si trovava in una cala non molto ampia, lo sbocco a mare di una gola angusta scavata nei millenni da un fiumiciattolo che nasceva nelle impervie montagne dell'interno portando fin qui le sue acque gelide. L'erosione aveva creato un imbuto stretto e profondo che si allargava solo a poche decine di metri dal mare. Molto tempo prima, al risveglio da una notte passata in tenda su quella stessa spiaggia, aveva assistito alla scalata di un gruppo di caprette venute da chissà dove a procurarsi la colazione tra gli sterpi e gli arbusti che crescevano aggrappati al fianco franoso. Sperò di rivederle ora, scrutò attentamente il pendio senza successo. Sembrava terra di nessuno, al contrario del cielo, affollato e dominato da eleganti gabbiani, più grossi, numerosi e arroganti degli altri volatili (sterne?) che avevano intorno. Volavano maestosi e rumorosi e le sembrava quantomai inopportuno che il loro verso da violini scordati sovrastasse il sordo frangersi della risacca.
Pur camminando lentamente, avrebbe ben presto dovuto tornare indietro: la cala terminava qualche centinaio di metri davanti a lei, delimitata da una guglia rocciosa a picco sul mare; rallentò ancora il passo, per allungare di qualche minuto la passeggiata. Cercava di riempirsi delle sensazioni che provava: i mille colori del mare, il calore del sole sulla pelle, i piedi nudi sul bagnasciuga che affondavano scricchiolando.
Amava quel posto, le aveva sempre comunicato un senso di libertà: le piaceva l'idea di doverselo conquistare col sudore, scegliendo di arrivarci dall'interno con l'unico mezzo possibile, ossia scarpinando tra i cedevoli sentieri del costone roccioso. Le piaceva il senso di avventura che questo le aveva dato, le piaceva infinitamente la meta finale: l'acqua verde smeraldo e quella spiaggia di piccoli sassolini candidi che sembravano scoppiettare sotto i piedi. Da quando aveva una famiglia era tornata una volta, con i bambini al seguito, mischiata alle altre famigliole chiassose che prendevano la via più facile dell'approdo dal mare, tutti stipati sul barcone che scaricava piccoli drappelli di naufraghi nelle varie spiagge della zona per tornare a riprenderli poche ora più tardi.
Non era la stessa cosa, certo, ma almeno lei poteva dire di aver conquistato almeno una volta quel posto col sudore: quanti degli altri a bordo potevano dire altrettanto?
Il vagare dei suoi pensieri fu interrotto da una visione inattesa: qualcosa di vivacemente colorato emergeva dal mare quasi calmo. Stava muovendosi lentamente a qualche metro dalla riva, cullato da deboli onde: affiorava per venti o trenta centimetri, la parte visibile era lunga circa un metro e aveva l'aspetto di un sottile spicchio rosso sorgente dal mare. A tratti, beccheggiando, spuntava a breve distanza un altro oggetto, simile alla punta di un coltello, con un'escrescenza irregolare e spigolosa che si protendava subito sotto la parte più stretta. La sincronia delle oscillazioni faceva facilmente dedurre che quelli che sembravano due oggetti costituissero in realtà un tutto unico di cui la maggior parte era sotto l'acqua. La seconda porzione affiorante era di un giallo smagliante, chiazzato da circoletti rossi che andavano a crescere con la distanza dalla punta. Da quella distanza e abbagliata dai riflessi sull'acqua, non riusciva a distinguerne la sagoma sommersa ma immaginò che là sotto i circoletti si allargassero ancora fino a coprire il giallo, fondendosi infine nel rosso uniforme della parte più vicina a riva che aveva visto per prima.
Percorso qualche ulteriore passo ebbe la conferma che si trattava di una piccola imbarcazione in legno, quasi completamente affondata.
Spinta dalla curiosità volle avvicinarsi, entrando dentro l'acqua fino a mezza gamba, così bagnando il bordo del lungo pareo che si era acconciato a mo' di vestito incrociando i lembi legati con un nodo dietro il collo.
Il contatto con l'acqua fredda, troppo fredda, le suscitò un brivido prolungato lungo la schiena e uno strano senso di disagio.
La barca, un semplice gozzo di quattro o cinque metri, posava sul fondale basso, leggermente inclinata su un fianco, puntando la tozza prua verso il largo. Era questa che beccheggiava sopra e sotto l'acqua. L'escrescenza sotto la prua era una sorta di piccola bizzarra polena, una scultura in legno lunga sì e no sessanta centimetri, non pitturata, inchiodata alla chiglia con dei lunghi chiodi sbilenchi. Pareva una sorta di anatra stilizzata intagliata in un legno scuro.
Il relitto non sembrava essere affondato da molto tempo, perché la chiglia -nella parte normalmente affiorante ora sommersa- appariva pulita, non ancora invasa da mucillagini e organismi marini.
Da dov'era, l'inclinazione sul fianco le nascondeva l'interno per cui, piuttosto che aggirarla come forse sarebbe stato più naturale, si protese in avanti per avere una visuale più soddisfacente. Un'asse del fondo era vistosamente danneggiato e incrinato, ma a parte questo pareva integra e completamente vuota, niente che rivelasse quali avventure avesse vissuto prima di approdare lì.
No, si sbagliava.
C'era qualcosa, oscillava pigramente sul fondo, seminascosto sotto il fasciame di prua.
Dapprima pensò si trattasse di una bizzarra foglia di qualche pianta marina, o addirittura - il gioco di ombre e riflessi sull'acqua tradiva facilmente le percezioni - di una piccola medusa.
Per questo si sorprese non poco quando vide la sua mano allungarsi per raccogliere quell'oggetto, immergendo il braccio fino al gomito, scacciando la repulsione che glielo faceva immaginare viscido e forse pericoloso.
Si rivelò essere un foglio di carta appallottolato.
La consistenza della carta le diede la certezza che non si trovasse lì da molto tempo: nonostante fosse intriso d'acqua di mare, manteneva una certa compattezza che le permise di dispiegarlo senza difficoltà.
La pagina era percorsa da pentagrammi e note, era uno spartito.
Vagamente delusa si chiese quale fosse la musica che rappresentavano. Rigirò il foglio ma non trovò alcuna intestazione, solo altre note.
Richiamando le sue lontane conoscenze scolastiche, cominciò a leggere faticosamente nota per nota, provando a cantarsi la melodia. Si rese conto ben presto che - almeno per lei - era un'impresa impossibile.
Si avvicinò un istante a riva per posare il foglio su una bassa roccia piatta dove lasciò scivolare anche il pareo che si era sfilato per essere più libera di muoversi. Il foglio doveva far parte di uno spartito più lungo, se avesse cercato meglio probabilmente ne avrebbe recuperato qualche altro. Tornò quindi al relitto impegnandosi in ricerche approfondite, sentendosi allegramente infantile in quel suo estemporaneo fervore per una bizzarra caccia al tesoro.
Infine lo trovò nel posto più vicino a lei: nella parte ancora emersa, aderente alla fiancata interna della barca, Vicina alle sue gambe e per questo parzialmente nascosta alla sua vista, ancora meno visibile per il fatto che la barca al suo interno non era pitturata ma risultava del colore naturale del legno.
Il foglio era stato asciugato e incollato alla chiglia dal sole, da vicino si intravedevano a stento i pentagrammi sbiaditi. Nessuna scritta era visibile, oltre questi, ma visto che aveva una facciata nascosta, perché non controllare anche quella? Provò perciò a staccarlo con delicatezza ma ottenne soltanto di strapparne qualche brandello degli angoli, mentre il resto della superficie rimaneva saldamente aderente al legno. Domandandosi se fosse la decisione giusta, lo bagnò con l'acqua di mare e attese il poco tempo che la sua impazienza le concesse prima di riprovare a tirarlo via.
Questa volta sembrò venir via con facilità, ma la cedevolezza della carta non le consentì subito di accorgersi che lo stava strappando: la maggior parte del foglio rimase attaccato al legno e lei si ritrovò tra le dita un rettangolino di carta largo cinque o sei centimetri.
Nonostante il disappunto, volle per prima cosa vedere se ci fosse qualcosa di leggibile nel frammento che aveva appena scoperto; il foglio era molto più rovinato dell'altro, ma si leggeva distintamente, il contatto con il legno aveva in parte protetto l'inchiostro dagli elementi.
Era stata fortunata, era evidentemente il titolo del brano.
Diceva:
No poto reposare
Le tre parole parvero esplodere nella sua testa e una tempesta di emozioni e ricordi legati a quella canzone la travolse, quasi percuotendola fisicamente: un'improvvisa vertigine la fece barcollare all'indietro, sovrastata dalla rievocazione di di quei terribili giorni di qualche mese prima, quando lui se ne era andato sulle note di quella canzone; il dolore si rinnovò per l'ennesima volta, intenso come il primo giorno. Con il foglio ancora in mano artigliò la chiglia per evitare di cadere. Ciò non le impedì di ritrovarsi quasi seduta sull'acqua e bagnata fino alla cintola. Si risollevò, scossa e tremante per lo shock, indietreggiò pesantemente verso riva, col cuore che ora spingeva forte sui suoi timpani e la mano destra stretta a pugno sul brandello di foglio.
Inciampò ancora all'indietro, ritrovandosi completamente bagnata. Si spinse coi piedi, strisciando da seduta sul lieve declivio in salita della spiaggia, aiutandosi anche con la mano libera; si ritrovò infine all'asciutto, seguitando a fissare il relitto ad occhi sbarrati. Quel titolo, quella canzone... poteva essere una coincidenza?
No, lo sai, non lo è.
Aprì la destra, dispiegò in frammento e lesse nuovamente; il contenuto non era cambiato.
Ma il senso di sconcerto che provava non era limitato alla insostenibile coincidenza di quei frammenti di spartito... stava realizzando solo ora la stranezza di tutta la situazione: non ricordava nulla di come era iniziata la sua giornata. Come era arrivata fin lì, dov'era la sua famiglia? Perché era sola? Come poteva essere venuta in un luogo così isolato senza portare con sé assolutamente niente oltre a quello che aveva indosso? Chi doveva venire a prenderla? Che giorno era? Si sentiva confusa e si rese conto di non avere una risposta a nessuna di queste domande.
Sì, invece. Ce l'hai.
Davanti ai suoi occhi svolazzò un variopinto telo da mare che qualcuno le stava porgendo. Lo sconosciuto lo teneva per i bordi con entrambe le mani, aperto, per cui risultava completamente coperto dall'angolo di visuale in cui lei si trovava.
Tirò un sospiro, era l'ultimo tassello che andava al proprio posto: sapeva perfettamente di chi erano quelle mani, come ormai sapeva di essere dentro un sogno.
Pregò di avere la forza di rifiutare quell'illusione, pregò di svegliarsi per sfuggire a un incubo che le avrebbe portato solo altro dolore.
Solo che lui era lì, reale quanto tutto il resto dell'Universo, in quel momento.
Si arrese, persuadendosi che non desiderava niente di diverso e questa decisione parve sciogliere in parte la tensione che ancora la faceva tremare.
Si alzò in piedi lentamente, lottando contro persistenti vertigini. Era più bassa di lui, e il telo era tenuto molto alto, di modo che il suo volto continuò ad esserle nascosto.
Per fortuna.
Gli si avvicinò, chiuse gli occhi e posò il palmo delle mani e la testa sul suo petto. Il telo si frapponeva tra loro e attraverso quella sottile barriera lei percepiva il suo calore e il suo lento respiro.
Lui le chiuse intorno il telo e la strinse e quell'abbraccio fu il sogno più bello da tanto tempo.
Sentiva il suo alito tra i capelli, immaginava che la stesse guardando, ma lei aveva paura di sollevare lo sguardo, aveva paura che ciò che avrebbe visto l'avrebbe convinta che questa fosse la realtà, che lui fosse ancora vivo, lì con lei in una giornata di fine estate, che non fosse morto pochi mesi prima in un modo così crudele.
Così una canzone sarebbe tornata ad essere una semplice, struggente, canzone; da ascoltare, da cantare magari con il suo accompagnamento.
Era stato un lungo incubo da cui si era risvegliata su quella spiaggia.
- Mi sei mancata - Le disse con la voce che lei conosceva così bene.
Lo guardò e capì che era sicuramente lui, che questa era la realtà e al tempo stesso non aveva alcun dubbio che fosse morto e le due cose erano perfettamente compatibili, in quel luogo e in quel momento.
- Mi manchi - Gli disse continuando a fissarlo e lasciando che le lacrime andassero a riempirle gli occhi fino a deformarne l'immagine rendendola meno reale, più tollerabile.
- Lo so! - Rise lui e lei sentì dentro il calore di quella breve risata e pensò a quanto sarebbe stato difficile rinunciarci di nuovo, una volta sveglia.
Stettero per lungo tempo a guardarsi, a piangere e ridere abbracciati.
Infine lei, vincendo il timore che le sue parole rovinassero quel momento di serenità, ma non potendo farne a meno, gli pose la domanda che l'aveva logorata in questi mesi:
- Perché? - Gli chiese. Lui aggrottò un po' le sopracciglia, ma poi prese nuovamente a sorridere, quel tipo di sorriso che non voleva nascondere la tristezza ma solo manifestare empatia. Senza accennare parola, guardò oltre lei, in direzione della barca e lei capì che voleva che seguisse il suo sguardo.
Si voltò. Nel punto in cui si trovavano la spiaggia era lievemente sopraelevata rispetto all'acqua, poteva vedere piuttosto bene il relitto. Vide che qualcosa ci galleggiava dentro. Sperò che si trattasse di un gabbiano, ma ancora prima di distinguerne la forma, capì che era molto peggio: un corpicino giaceva esanime, a faccia in giù sull'acqua. Era vestito solo di un leggero camice, aperto sul retro. Un moto di orrore la pietrificò, riuscì a non urlare solo ripetendosi più volte che non era che un sogno.
I lembi della veste del bimbo erano macchiati di una sostanza scura, viscosa, che andò rapidamente sbiadendosi sul tessuto per colorare di rosso l'acqua dentro il relitto.
Nessuno dei due si mosse a dare soccorso al piccolo perché entrambi sapevano che sarebbe stato inutile: il bimbo era morto, ed era questo il ruolo che avrebbe avuto in questa macabra rappresentazione scaturita dal suo inconscio tormentato.
Nella realtà fuori da quel sogno il suo destino non era stato diverso; l'orrore lasciò il posto ad una profonda tristezza, pensando a un bambino che non aveva mai conosciuto se non per poche parole scritte da lui:
- Un piccolo angelo... - sussurrò e senti lui fare lo stesso.
Dunque quell'immagine terribile voleva essere una risposta? O meglio, era un invito a non cercare risposte e accettare in silenzio qualunque tragedia, perché così - o peggio - va il mondo?
Non riuscì a trattenere un impeto di stizza: lui e altri avevano cercato di aiutare quel bimbo a vincere una battaglia che mai avrebbe dovuto combattere. Avevano perso. Ma l'atroce ingiustizia di una vita che finisce a pochi anni non rende più accettabile un'altra ingiustizia e un'altra vita spezzata, aveva sentito troppe volte quel discorso, illogico, consolatorio, ridicolo. Per quanto si sforzasse, non riusciva a capire come il fatto di sapere che c'era qualcuno di più sfortunato potesse alleviare il dolore che sentiva in quel momento.
Si liberò dalla stretta e fece un passo indietro, guardandolo sprezzante. Odiandosi per il solo fatto di essere furente con una persona che amava così tanto.
Non è lui. E' solo un incubo.
- Non ho voluto io che fosse qui. Non è una risposta. - Spiegò lui, apparentemente impegnato a scuotere il telo da cui lei si era appena divincolata. Per un attimo pensò a Dante e alla Divina Commedia e al passaggio in cui Virgilio spiega al Poeta che lassù fanno ciò che vogliono. Poi capì che il suo riferimento non era alla Volontà di alte Sfere Celesti: più prosaicamente le faceva sapere che era stata lei, in qualche modo, ad evocare quell'immagine.
- Non ho risposte. Questo è solo un giorno triste della mia vita. - Fece una debole smorfia piegando leggermente un angolo della bocca, pareva avere gli occhi lucidi.
- Un giorno in cui mi è sembrato troppo. Troppo pesante, troppo crudele. Un giorno in cui ho pianto e dubitato di me stesso e della nostra medicina che non è riuscita a salvarlo.
Si voltò di tre quarti mentre stendeva il telo sulla ghiaia candida, quindi si sedette raccogliendo le gambe e poggiando gli avambracci sulle ginocchia, le mani intrecciate a tormentarsi l'una l'altra. La invitò a sedersi accanto a lui. Lo fece. Si rese conto solo ora che anche lui era in costume e mostrava una bella abbronzatura.
Certo, come l'ultima volta che l'ho visto.
Prese a raccontarle di quel giorno, di quanto si fosse sentito annichilito. Aveva pianto, non molto però, gli sembrava che anche piangere fosse inadeguato per una tragedia simile. Tornato a casa, era rimasto per lungo tempo seduto su una sedia in cucina, a fissare l'orologio da muro, ripercorrendo mentalmente tutta l'operazione. Senza nessun motivo particolare, solo non riusciva a fare altro.
Non trovò risposte a parte quella di cui già era certo: non avevano commesso errori. Non doveva succedere ma era successo e lui - come anni di studio ed esperienza gli avevano insegnato - doveva andare avanti. Nondimeno sentì la necessità impellente di condividere quel peso con altri, di modo che gli si alleviasse un po' l'angoscia che lo attanagliava.
Lei ricordò il suo post secco e spaventoso come un colpo di pistola, ma in un certo senso aperto alla speranza: un piccolo angelo aveva cominciato a volare.
Come tanti altri aveva fatto proprio il suo dolore, scrivendogli in risposta parole che - lo sapeva - non potevano che apparire vuote e di circostanza, ma pensava che ciò di cui lui aveva bisogno era sentire la vicinanza sua e di tutti quelli che lo amavano e stimavano.
Improvvisamente le fu chiaro che lui non avrebbe mai cercato di spiegarle niente del suo tragico destino, non poteva o non voleva. Ciò che adesso voleva dirle era semplicemente: 'Sono qui, ti ascolto'.
Qualcosa le si ruppe dentro ed esplose in un pianto dirotto e mentre piangeva parlava, quasi urlando lamentosamente, e gli spiegava quanto avesse sofferto e quanto soffriva. Lui la abbracciò ancora e quando lei rimase senza più parole, piangente e singhiozzante, ripetè ciò che già le aveva detto:
- Lo so. - disse piano, stavolta lasciando trasparire la sua amarezza.
Il breve sfogo la lasciò completamente spossata: sentì migliaia di punture di spillo in tutto il corpo e pensò di essere sul punto di svenire. Chiuse gli occhi e si abbandonò completamente tra le sue braccia, così stanca da essere incapace di fare qualsiasi movimento.
Quando udì un debole gorgoglìo proveniente dal relitto le sembrò che questo rumore l'avesse risvegliata da un lungo sonno ristoratore. Si destò voltandosi, di nuovo padrona del suo corpo: dentro la barca era apparsa una moltitudine di oggetti; un grande pianoforte verticale spiccava su tutto. Disposto davanti aveva uno sgabello rettangolare che emergeva solo per l'altezza del cuscino; pareva pronto per chiunque volesse sedersi e suonare, non fosse stato per l'acqua e per le cose che ingombravano la seduta e tutto lo spazio intorno ad eccezione della tastiera. Sullo sgabello c'era un'alta pila di libri di vari colori e dimensioni, testi scolastici e narrativa, disposti senza un ordine preciso. A fianco una colonna anche più alta di CD e DVD. Sopra il piano erano disposte diverse cornici con fotografie e quelle che parevano anatre - o papere, non era sicura di conoscere la differenza - di ogni foggia e materiale.
Al centro era disposto un piccolo abete artificiale decorato con festoni e piccoli ninnoli colorati.
- E' vero - si disse ricordandolo - è Natale, là fuori.
Si avvicinarono insieme all'imbarcazione, l'acqua intorno alle gambe le sembrò molto più calda della prima volta che si era bagnata. Intorno al piano c'era di tutto, le cose che non poggiavano su altri oggetti erano immerse in tutto o in parte nell'acqua di mare; dappertutto c'erano vasi di piante. Un basso tavolino quadrato che pareva ricavato da vecchie cassette di frutta era occupato da raccoglitori di documenti e da un vassoio con due tazzine e una teiera; un libriccino grigio, piccolo e sottile, era posato aperto sul piano a mostrare la copertina priva di qualsiasi scritta. Ad un angolo stava un vaso di magnifici girasoli. Addossata al tavolino una vetrina aperta, stipata di soprammobili grandi e piccoli, qualche bomboniera e le onnipresenti piccole papere, di cristallo o ceramica; sopra la vetrina diversi manufatti d'artigianato etnico. E tanto altro.
Nascosta da qualche parte là in mezzo, una sveglia prese a squillare facendole scoprire che c'era qualcosa di decisamente più detestabile dell'urlìo dei gabbiani.
C'era un raffinato gusto artistico in quella composizione: il disordine era solo apparente come era evidente se ci si soffermava ad osservare; era apprezzabile il gioco di forme e colori, i collegamenti e i rimandi tra un oggetto e l'altro.
Quelle cose stavano raccontando una vita, o almeno ne stavano riassumendo efficacemente una parte importante. Aveva di fronte la sua quotidianità, ciò che lei più rimpiangeva della loro distanza: doversi immaginare la sua vita lontana senza poterne fare parte quando ne avesse avuto voglia. Andarlo a trovare a casa, pranzare insieme, informarsi su come aveva passato la giornata o cosa aveva in programma di fare; farsi raccontare la storia di quella bella lampada appena acquistata al mercatino rionale. Farlo conoscere ai suoi figli, finalmente.
Non ne avevano avuto la possibilità: avevano entrambi vite piene e felici; certamente faticose ma punteggiate di soddisfazioni e spesso gioie così grandi che era difficile poterne rendere l'idea a parole. Ma la vita e il lavoro avevano allargato il solco della lontananza e non aveva avuto altra scelta che accettare con un pizzico di rammarico che le loro esistenze corressero parallele tranne gli sporadici casi in cui riuscivano ad incontrarsi.
Lui prese in mano una maschera di porcellana, decorata con un copricapo da giullare.
Le raccontò come l'aveva avuta e la strana vicenda che aveva dietro, una storia di malintesi che lei trovò esilarante. Terminò il racconto tra le risate incontenibili di lei. Non ebbe bisogno di chiedergli di continuare, perché posata la maschera prese una papera di stoffa, e cominciò una storia diversa e altrettanto divertente. Lei ascoltava rapita e più lo sentiva raccontare più il suo umore passava dalla tristezza al divertimento; le domande che lei gli poneva gli davano lo spunto per svariati excursus dal racconto principale, a volte allegri, a volte più seri. Quando la storia di una cosa e le divagazioni terminavano, prendeva in mano un altro oggetto e ricominciava; lei sperò che rimanesse a parlare fino a quando non le avesse raccontato la storia di tutti gli oggetti presenti, ben sapendo che non sarebbe stato così.
Erano passati molto tempo e molti aneddoti quando posò l'ultimo oggetto. In tutto questo tempo erano rimasti in piedi accanto al relitto, immersi fino alle ginocchia; stranamente non si sentiva infreddolita. Lui prese infine il piccolo libro dalla copertina grigia e anonima, ma non riprese a parlare. Invece allungò la mano libera sui tasti del piano accennando alcune note, quindi la accompagnò sulla spiaggia dove si sedettero di nuovo. Capì che stavano aspettando qualcosa. Passò qualche minuto e si udì provenire da lontano un rumore di tamburi, seguito da molte voci che cantavano. Dal limitare più lontano della spiaggia un gruppo numeroso di persone di colore percorreva la battigia avvicinandosi velocemente. Lui, rimanendo seduto, agitò un braccio in segno di saluto.
- Poi - le disse - ci sono i giorni particolarmente belli, le esperienze che ti cambiano e danno un senso all'esistenza.
In testa alla comitiva c'erano i più piccoli, almeno una ventina, maschi e femmine in egual misura. Dietro di loro molti ragazzi, qualche adulto e qualche anziano, per la maggior parte uomini. I bimbi erano tutti vestiti con magliette e corti pantaloni e ciascuno di loro portava un piccolo secchiello riempito a metà con un colore diverso di pittura. I ragazzi e gli adulti portavano altri secchi e vari attrezzi: distinse piccole asce, martelli e quello che poteva essere un machete. Chiudevano il gruppo quattro uomini in coloratissimi abiti tradizionali e gioielli fatti perlopiù di perline, lunghe lance e scudi di cuoio. Cantavano in coro al ritmo di tamburi che due di loro portavano appesi al collo. La loro squillante nenia africana riuscì a sovrastare e zittire i gabbiani.
Gli si fecero intorno assediandoli allegramente; una bambina gli saltò al collo urlando qualcosa in una lingua incomprensibile. Lui si alzò con una finta espressione severa e ridendo forte la sollevò e prese a dondolarla sulle spalle. Ebbe subito altri bimbi vocianti addosso. Qualcuno dei più piccoli la guardava con curiosità, le accarezzava la faccia ridendo. Lei rideva di rimando, contagiata da un'allegria esplosiva e incontenibile. Fu presto sommersa anche lei e cercò di difendersi come poteva, solleticando e facendo smorfie e improvvisando piccoli inseguimenti.
Gli adulti contribuivano a quella confusione cantando, ballando e avvicinandosi a turno per salutarlo appena i bimbi gli concedevano un attimo di respiro tra un assalto e l'altro.
Terminarono in fretta i saluti per riunirsi insieme e decidere qualcosa che fu subito chiaro: si diressero verso il relitto e lo svuotarono, accatastando tutti gli oggetti a riva. La catasta che andò ingrossandosi in pochi secondi fu un'attrazione irresistibile per i piccoli che subito andarono a depredarla, chi prendeva un vecchio gioco, chi la sveglia, chi strimpellava casualmente al piano. Appena il relitto fu sgomberato, gli uomini si adoperarono con vigorose secchiate per liberarlo anche dall'acqua: l'incrinatura da cui penetrava non era così importante da riuscire a contrastare il rapido lavoro di molte braccia, e in pochi minuti la barca si staccò dal fondo. Una volta che fu abbastanza leggera, terminarono l'opera capovolgendola e così capovolta la trasportarono a riva. Vi fu un breve conciliabolo nel quale evidentemente ragionavano su come tappare la falla. Un uomo in costume, che fino a quel momento era rimasto a guardare le operazioni, offrì una delle pelli di vacca della sua veste e subito la proposta fu accettata.
Lei non potè fare a meno di pensare che più che un moto di solidarietà il gesto fosse dovuto principalmente al caldo terribile che doveva sentire indossandola.
L'asse incrinata venne riposizionata alla meglio e su entrambe le parti spennellarano un bitume prendendolo da uno dei secchielli dei bambini. La pelle venne tagliata, incollata sopra il bitume e fissata definitivamente con piccoli fitti chiodi.
Difficilmente così riparata avrebbe potuto affrontare il mare per più di qualche ora, ma forse il viaggio per cui la stavano approntando non era così lungo.
Un ragazzo si avvicinò a loro e lui gli porse il telo colorato. Il ragazzo si diresse alla roccia vicina dove raccolse il pareo e si volse a parlarle sorridendo. Immaginò che le chiedesse il permesso di prenderlo. Lei fece un cenno di assenso col capo e il ragazzo corse via, il telo in un braccio, il pareo nell'altro.
Riparata la chiglia, tutte le persone al lavoro si allontanarono, dividendosi tra la vicina boscaglia e il canneto che prosperava sopra il fiume che in questa stagione di secca si era ritirato a scorrere sotto terra.
Il ragazzo del pareo rimase da solo a lavorare sulla spiaggia cucendolo con punti grossolani al telo ed entrambi ad altri pezzi di stoffa che potevano essere abiti logori o in qualche caso pelli di animali.
Il tutto costituiva un quadrato di tessuto di quasi tre metri di lato su cui continuò a lavorare alacremente.
Appena gli adulti si allontanarono, fu la volta dei bambini: armati dei loro secchielli cominciarono a dipingere la chiglia, chi con le mani, chi con pennelli di ogni dimensione.
Il risultato finale fu una sarabanda di colori in cui si distinguevano faccine, fiori, disegni geometrici; e ancora animali e moltissime impronte di manine. Tra tutte le figure spiccava un grande trapezio turchese da cui si allungavano due archi che terminavano in grandi mani rosa. Le ci volle qualche secondo per capire che era stato dipinto capovolto per apparire al dritto quando la barca avrebbe navigato. Piegò la testa per distinguerlo meglio: gli archi delle braccia descrivevano un largo abbraccio; il viso sopra il trapezio era appena tratteggiato, il piccolo artista aveva badato a pochi dettagli salienti, tra cui un copricapo rettangolare rosso, gli occhiali squadrati e un grande bianco sorriso che attraversava la faccia dividendola in due.
Pensò di non avere mai visto un ritratto più realistico.
I bambini si stavano ancora prodigando intorno alla barca quando dalla macchia dietro la spiaggia tornarono gli uomini, quattro di loro portavano l'albero maestro con le braccia tese sopra la testa. Mai come in questo caso il termine albero era calzante, perché si trattava del tronco di un piccolo pino marittimo grossolanamente scorticato.
Urlarono bruscamente ai bambini, che scapparono in ogni direzione fingendo paura. Ripresero a lavorare sulla barca, rivoltandola al dritto, scalpellando e martellando sulle assi centrali, ricavando un ampio foro in cui incastrarono l'albero. Lo mantennero verticale mentre gli altri lo fissavano in posizione aiutandosi con chiodi, corde e incuneando frammenti di legno nelle fessure tra albero e foro.
Non aveva mai visto armare una barca, non aveva idea se potesse essere un'operazione simile a quella che stava vedendo ma ne dubitava parecchio. Peccato, perché pareva divertente...
Infine inclinarono l'imbarcazione su un fianco per legare in prossimità della cima dell'albero una grossa canna a formare una croce. Un'altra ne legarono più in basso e tra le due, dopo averla rimessa in asse, legarono il collage di stoffa, del tutto in tono per eccentricità con il resto dell'imbarcazione.
Vide solo ora che sulla vela, con grafìa malferma, il ragazzo del pareo aveva pennellato in rosso:
AZ11174
La vararono complimentandosi tra loro quando la videro galleggiare. Ora erano tutti in acqua, mantenevano ferma la barca e a grandi cenni li invitavano a raggiungerli.
- Andiamo - Le disse prendendola per mano e dirigendosi verso la barca.
Non riuscirono quasi a bagnarsi i piedi perché appena raggiunto il bagnasciuga i ragazzi li presero in braccio entrambi depositandoli gentilmente dentro l'imbarcazione.
- Siamo vita - Le disse lui tenendola per mano, mostrandole un sorriso raggiante.
Un vento forte e caldo si alzò improvvisamente dall'entroterra, gonfiando la vela.
La barca prese a muoversi verso il largo, dapprima esitando, poi sempre più decisa.
Lei vide che era completamente sprovvista di timone, evidentemente neanche questo era un problema.
Una scia colorata si spandeva dai disegni ancora freschi nella chiglia mentre avanzavano.
Torme di bambini la accompagnavano nuotando disordinatamente, facendo a gara tra loro, incitando festosamente.
Ben presto non riuscirono più a starle dietro e si fermarono uno dopo l'altro, agitando le braccia e urlando allegramente.
Sulla riva ragazzi e adulti salutavano cantando.
Si dirigevano verso un sole rosso e infuocato, improvvisamente basso sull'orizzonte.
Capì che questo non poteva essere corretto, perché su quella costa il sole sarebbe dovuto tramontare dietro di loro.
O forse, più semplicemente, non era un tramonto.
Per tutto quel tempo i tamburi non avevano smesso di battere il tempo. Ora il loro ritmo e i canti si facevano sempre più lontani venendo sovrastati dal frangersi della chiglia sull'acqua. Rimasero in piedi a salutare fino a che le persone a riva divennero indistinguibili, confondendosi con la vegetazione sullo sfondo; solo allora si sedettero. Lei vide che lui aveva ancora il libriccino grigio in mano e ora lo stava aprendo. Cominciò a leggere lentamente:
- "Siamo vita. Ma la vita non è confinata alle nostre esistenze. Non perché noi, nella nostra fragile fisicità, non siamo importanti. Al contrario ciascuno di noi è importante, così come ogni cellula del nostro corpo lo è per noi. Ma la Vita è una, e tutti noi ne siamo parte; l'entità che chiamiamo Dio è l'indissolubile intreccio delle vite di noi tutti: i nostri pensieri sono il Suo pensiero."
- "Il nostro Dio, come noi, è giovane e immaturo, è un neonato bisognoso di tutto, ancora privo di consapevolezza. Così, gli eventi umani sono i Suoi cicli embrionali di pensiero e il suo nutrimento; il Suo cammino verso la razionalità passa per il nostro pensiero e le nostre azioni.
Un uomo che insegna ad altri uomini è la scintilla che fa nascere un Pensiero: le sue parole e le sue azioni sono le propaggini dendritiche che si estendono e si collegano ai neuroni intorno, creando circuiti di idee, costruendo una Mente."
- "Un essere umano che ne uccide un altro è un cancro che attacca la Vita.
Un uomo che non aiuti i suoi simili è una cellula isolata e morta, inutile.
Tutto ciò che è inutile e autodistruttivo è destinato per ciò stesso a non far parte della Mente di Dio, diventerà ben presto un ricordo sbiadito che svanirà nelle nebbie del tempo."
Le sorrise e il suo volto le sembrò diverso, meno definito. Continuò:
- "Quando facciamo qualcosa per la Vita stiamo facendo qualcosa che aiuta Dio, che lo fa crescere nella consapevolezza. Diveniamo qualcosa che Dio ricorderà per sempre, perché sarà parte di Lui."
- "Con me, anche grazie alla mia esistenza, Dio è cresciuto, e io sarò parte di Lui per sempre. Come tutte le persone che hanno amato, come l'ultimo sconosciuto il cui unico grande merito è magari aver cresciuto il proprio figlio nel rispetto della Vita."
Lei pensò a tutte le persone alle quali si potevano facilmente riconoscere questo e altri meriti. Proseguì:
- "Facciamo parte di processi che non conosciamo e non capiamo " - il suo tono stava divenendo accorato - "Ma non sempre si deve capire, qualche volta è sufficiente conoscere la direzione giusta: la nostra bussola deve essere la Vita, l'amore per gli altri, la consapevolezza che non c'è il singolo senza l'insieme, e questo insieme è Dio."
La barca ora era molto veloce e il fruscio del vento copriva ogni altro rumore.
- E' questo, in fin dei conti, che mi hanno insegnato. E' questo che ho capito. E' questo che ho cercato di fare nella mia vita.
Disse queste ultime parole ad occhi bassi, non le sembrò che leggesse.
Ecco quindi chi aveva di fronte: un Pensiero di Dio, un Suo ricordo bello.
Era difficile pensare che lui fosse solo una sua proiezione, perché lei non sapeva di avere dentro le idee che aveva appena sentito leggere. Ma se questo era il suo sogno, era lei a pensare queste cose. O magari le aveva lette a sua volta o ascoltate da qualcuno. Ma allora non era più facile o più coerente pensare che lei e chiunque le suggerisse quei pensieri, facessero parte di un processo che senza che lo capissero appieno, mirava a far crescere Dio? E se era così, non era, infine, un pensiero o meglio, una domanda che quel Dio bambino rivolgeva espressamente a lei, nella speranza che da lei, dalle sue azioni, dalle sue risposte, scaturisse qualcosa di positivo per la Vita? Qualcosa che quel Dio poteva ricordare per sempre? Era disorientata.
- Chi l'ha scritto? - gli chiese pensando che forse saperlo l'avrebbe aiutata a capire.
- Uno sconosciuto. - le rispose lasciando cadere il libro sul fondo della barca.
Vennero invasi dal riverbero rossastro del sole nascente.
I contorni di quel mondo cominciarono a confondersi e a svanire.
Lei lo abbracciò tenendolo stretto, sperando così di prolungare il più possibile quegli ultimi momenti.
- Accompagnami - le chiese.
- Accompagnami - Gli rispose dissolvendosi insieme a lui nella luce di un'alba che li avrebbe visti risvegliarsi in due luoghi lontani.
